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Le guerre commerciali di Trump

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Da un lato, dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dagli Stati Uniti. Dall’altro, dobbiamo imparare dagli americani come rendere più dinamica la nostra economia
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Il presidente Trump sta vincendo alcune battaglie importanti nella sua guerra economica contro il resto del mondo:

• la Nato ha accolto la sua richiesta di alzare la spesa per la difesa al 3,5 per cento del Pil (più 1,5 per cento in infrastrutture) entro il 2035, più di quanto spendano oggi gli Stati Uniti, dove la spesa in difesa è stimata scendere al 2,4 per cento entro il 2035;

• il G7 ha esentato gli Usa dall’imposta minima globale del 15 per cento sui profitti delle multinazionali. L’imposta minima, risultato di una negoziazione decennale, avrebbe evitato a imprese come Amazon e Apple di eludere le imposte sui profitti all’estero. I dettagli del nuovo sistema non sono ancora noti, ma il ministro del Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato che ciò eviterà alle imprese americane di pagare cento miliardi di dollari di imposte a paesi stranieri nel prossimo decennio;

• per evitare ritorsioni commerciali, il Canada ha rinunciato all’imposta del 3 per cento sulle vendite dei servizi…

Il presidente Trump sta vincendo alcune battaglie importanti nella sua guerra economica contro il resto del mondo:

• la Nato ha accolto la sua richiesta di alzare la spesa per la difesa al 3,5 per cento del Pil (più 1,5 per cento in infrastrutture) entro il 2035, più di quanto spendano oggi gli Stati Uniti, dove la spesa in difesa è stimata scendere al 2,4 per cento entro il 2035;

• il G7 ha esentato gli Usa dall’imposta minima globale del 15 per cento sui profitti delle multinazionali. L’imposta minima, risultato di una negoziazione decennale, avrebbe evitato a imprese come Amazon e Apple di eludere le imposte sui profitti all’estero. I dettagli del nuovo sistema non sono ancora noti, ma il ministro del Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato che ciò eviterà alle imprese americane di pagare cento miliardi di dollari di imposte a paesi stranieri nel prossimo decennio;

• per evitare ritorsioni commerciali, il Canada ha rinunciato all’imposta del 3 per cento sulle vendite dei servizi digitali effettuate sul suo territorio. Non è escluso che anche molti paesi europei, tra cui l’Italia, siano costretti a fare altrettanto;

• non sappiamo ancora come si concluderà il negoziato commerciale con la Ue, ma si intravedono già i contorni di un possibile accordo. Un’ipotesi ottimistica è che potremmo trovarci con un dazio generalizzato e asimmetrico del 10 per cento su tutte le esportazioni, tranne le auto che subiranno un dazio del 25 per cento, e acciaio e alluminio dove, con alcune eccezioni, si arriverà al 50 per cento: in media i dazi europei sulle importazioni americane sono il 2-4 per cento. Ma forse, per ottenere questo “risultato”, l’Unione Europea potrebbe dover annacquare alcuni aspetti esecutivi del Testo unico sui mercati digitali che infastidisce i giganti tecnologici americani.

Nel frattempo, la borsa americana ha superato i massimi storici. Nonostante l’enorme incertezza creata da Trump, l’economia sta tenendo e una recessione nella seconda metà dell’anno è diventata meno probabile. L’inflazione non è ancora salita, nonostante i dazi già imposti, e il dollaro si è deprezzato di oltre il 10 per cento (e probabilmente si svaluterà ancora, anche questo un obiettivo dell’amministrazione americana.

Non è affatto detto che quanto sta avvenendo sia davvero nell’interesse degli Stati Uniti, ed è ancora presto per giudicarne l’impatto economico. Né è vero che l’economia internazionale sia un gioco a somma zero, dove conta solo chi guadagna e chi perde. Tuttavia, Trump sta raggiungendo molti dei suoi obiettivi economici, per ora senza pagarne un costo economico e politico.

Le ragioni di queste vittorie di Trump non sono dovute alla sua abilità negoziale, ma a due altri fattori. Primo, i suoi alleati occidentali non possono rischiare di perdere improvvisamente il sostegno militare americano. Secondo, l’economia americana è davvero molto più forte e resiliente delle altre. Una guerra commerciale con gli Stati Uniti sarebbe difficilmente sopportabile per l’industria europea che dà lavoro a molte persone, mentre i servizi esportati dalle imprese americane, soprattutto nel settore digitale e finanziario, sono difficilmente sostituibili e comunque sono a bassa intensità di lavoro.

Le lezioni per l’Europa e per l’Italia sono chiare. Da un lato, dobbiamo ridurre la nostra dipendenza dagli Stati Uniti. Ciò non riguarda solo la difesa. Con un ordine esecutivo, da un giorno all’altro il presidente può impedire alle imprese americane di offrire servizi essenziali ai cittadini europei. Non è fantascienza. È successo un mese fa, quando Microsoft ha dovuto cancellare il conto di posta elettronica del procuratore capo della corte internazionale dell’Aia, che era incappato nelle sanzioni americane per aver incriminato Netanyahu di crimini di guerra. Molti pensano che il ritardo tecnologico dell’Europa non sia poi così grave, perché come consumatori possiamo comunque usufruire dei benefici del progresso americano. È stato vero finora, ma non è detto che continuerà in futuro. Dipendere dagli Stati Uniti per il cloud computing e la conservazione dei dati, le comunicazioni, il sistema dei pagamenti, l’intelligenza artificiale, o la custodia delle nostre riserve auree, ci rende troppo vulnerabili.

Dall’altro, dobbiamo imparare dagli americani come rendere più dinamica la nostra economia. La lezione chiave è che per innovare occorre rischiare. Tanto più radicali e dirompenti sono le innovazioni, tanto più è probabile che falliscano. Nelle grandi imprese americane come Amazon, Google e Microsoft, il tasso di fallimento dei progetti è dell’80 per cento. La sfida è abbassare il costo dei fallimenti, non evitare il rischio. Ma nei paesi europei la regolamentazione ha l’effetto opposto. Secondo uno studio di Olivier Coste, nelle grandi imprese europee il costo dei licenziamenti collettivi e delle riorganizzazioni aziendali è cinque volte più alto che negli Stati Uniti, soprattutto perché spesso si finisce in tribunale. Per evitare i rischi sulla privacy, restringiamo l’uso dei dati. Dalla finanza, ai trasporti, all’alimentare, il controllo dei rischi non può essere automatizzato ma richiede l’intervento umano. Insomma, invece di abbassare il costo dei fallimenti, ci preoccupiamo di ridurre il rischio. Il risultato è un’economia che non riesce a innovare, soprattutto nelle imprese di grandi dimensioni.

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