Il mio food per la tua vita. La “cifra” del lavoro sfruttato, abusato e umiliato sta in quei 20 centesimi di bonus che i cinici padroni dell’algoritmo erano pronti a concedere ai nuovi schiavi del cibo a domicilio. Tanto avrebbero “guadagnato” in più i rider, almeno quelli disposti a sfidare le fiamme del nostro inferno climatico, giocandosi la loro già misera esistenza per consegnare una pizza o un poke a noi, clienti indolenti e ben protetti dall’aria condizionata. Poveri cristi che sputano l’anima sui pedali, e che in questi giorni a 40 gradi per quattro consegne si mettono in tasca 10 euro e 26 centesimi lordi, mancia compresa.
Di fronte allo sdegno popolare, i vari Glovo e Deliveroo hanno fatto retromarcia, bontà loro, sospendendo addirittura il servizio nelle ore più calde. Just Eat prosegue le consegne, perché “noi già proteggiamo i nostri dipendenti”. Volete sapere qual è la “protezione”? Al momento dell’assunzione gli forniscono una borraccia e una mappa delle fontanelle ci…
Il mio food per la tua vita. La “cifra” del lavoro sfruttato, abusato e umiliato sta in quei 20 centesimi di bonus che i cinici padroni dell’algoritmo erano pronti a concedere ai nuovi schiavi del cibo a domicilio. Tanto avrebbero “guadagnato” in più i rider, almeno quelli disposti a sfidare le fiamme del nostro inferno climatico, giocandosi la loro già misera esistenza per consegnare una pizza o un poke a noi, clienti indolenti e ben protetti dall’aria condizionata. Poveri cristi che sputano l’anima sui pedali, e che in questi giorni a 40 gradi per quattro consegne si mettono in tasca 10 euro e 26 centesimi lordi, mancia compresa.
Di fronte allo sdegno popolare, i vari Glovo e Deliveroo hanno fatto retromarcia, bontà loro, sospendendo addirittura il servizio nelle ore più calde. Just Eat prosegue le consegne, perché “noi già proteggiamo i nostri dipendenti”. Volete sapere qual è la “protezione”? Al momento dell’assunzione gli forniscono una borraccia e una mappa delle fontanelle cittadine. Come siete umani, voi. Invece noi — lo diceva Pif, in un film del 2021 — “come stronzi rimanemmo a guardare”. Al di là della statistica, (anche) questo è il lavoro moderno. Il florido “mercato” di cui — senza conoscerlo o facendo finta di non vederlo — si riempiono troppo spesso la bocca governanti senza scrupolo, politicanti senza vergogna, impresari senza pudore. “Imbonitori di crani”, diceva Gramsci: gridano tutto va bene, anche quando non va bene niente. Dalla pressione fiscale che aumenta alla produzione industriale che flette, dalle bollette elettriche più salate alla stangata sulle tariffe autostradali.
Tre giorni fa Meloni ha cinguettato su X: “Ancora buone notizie sul fronte occupazione, i dati confermano una crescita costante del numero di persone al lavoro… L’Italia sta cambiando passo”. È vero: 24,3 milioni di occupati è il record dal 2004. Di per sé, il dato nudo e crudo è obiettivamente positivo, e su questo le querule comparse di una destra da avanspettacolo imbastiscono la loro opera buffa. Ma dietro le quinte, nel retropalco, altri numeri, altre vite a perdere. Quelle dei giovani disoccupati e delle donne sottoccupate. Quelle dei precari ricattati e dei dipendenti sottopagati. La Sorella d’Italia non dice mai che la ripresa delle assunzioni era iniziata a gennaio del 2021, subito dopo il Covid, ed era tornato ai livelli pre-pandemia già nel primo trimestre 2022, cioè sei mesi prima del suo trionfo elettorale.
Dall’ultimo rapporto Istat i patrioti al comando hanno ripreso solo quel che serve al farlocco storytelling del Belpaese. È vero che l’occupazione italiana non è mai stata così alta: nel 2024 il tasso è salito al 62,2%, valore massimo dell’ultimo decennio. Ma resta il più basso tra le economie europee, zavorrato da una rovinosa sottoccupazione giovanile e femminile. Il divario rispetto agli altri Paesi si allarga: abbiamo 15,2 punti in meno della Germania, 6,8 della Francia, 3,9 della Spagna.
Guidiamo una classifica, ma in negativo, quella del tasso di inattività, cioè le persone che non lavorano e non cercano lavoro: 33,4% tra i 15-64 anni, addirittura il 42,4% tra le donne. Il lavoro è più stabile, ma è sempre più povero. Tra il 1991 e il 2023 i redditi da lavoro sono scesi del 3,4%, contro un aumento del 30,9% in Francia, del 30,4 in Germania e del 9,1 in Spagna.
Dagli anni ’90 in poi ci siamo ubriacati, bevendo il sangue dei meno protetti dal Sacro Graal della flessibilità: il risultato, rispetto al Pil, è che i salari hanno perso il 18%, mentre i profitti il 18% l’hanno acquistato. Forse è per questo che la premier — nata e cresciuta in un partito ferocemente anti-capitalista, nemico delle tecnocrazie e dei mercati — esulta per i cali dello spread e i picchi della Borsa. Un occupato su dieci è a rischio di povertà lavorativa, la quota delle famiglie con pochi membri occupati è la più elevata d’Europa: 8,9% del totale.
Secondo la vulgata pluridecennale, l’occupazione non cresce ai ritmi dei nostri partner e i working poors sono così tanti perché il lavoro è troppo caro. È stato vero fino a qualche anno fa. Prima dell’euro il problema lo risolvevano le svalutazioni competitive, che tra il 1995 e il 2003 hanno fatto risparmiare alle imprese tra il 10 e il 20% di costo del lavoro. Dopo l’euro, a prescindere dall’inquilino di Palazzo Chigi, siamo andati avanti a colpi di generose decontribuzioni. Oggi nell’Ocse siamo il Paese col quinto cuneo fiscale più alto: il 45,1% non è poco, ma Francia e Scandinavia stanno molto più su. E nessuno piange perché, diversamente da noi, lì fanno un miglior uso di tasse e contributi.
Continuiamo a disperdere e distruggere un immenso capitale umano. Solo il 30,6% dei giovani tra i 25 e i 34 anni possiede una laurea, contro il 52% della Spagna, il 51,9 della Francia e il 38,4 della Germania. I pochi laureati che sforniamo se ne vanno all’estero: 120 mila nell’ultimo decennio, 21 mila solo nel 2023.
Quelli che restano, scontano un gap salariale inaccettabile: i laureati under 30 hanno una retribuzione oraria del 36% inferiore a quella dei lavoratori over 50 e del 25% inferiore a quella dei dipendenti tra i 30 e i 49 anni. La glaciazione demografica fa il resto: nel 2004 avevamo 7,6 milioni di lavoratori con meno di 34 anni, oggi ne abbiamo appena 5,4 milioni. Vuol dire che in un ventennio l’Italia si è persa per strada 2 milioni di lavoratori giovani. Le cause di questi disastri sono antiche, le colpe sono storiche. Ma questa tendenza, drammatica, ora si sta accentuando. Alla faccia del tanto declamato “cambio di passo” di cui vaneggia la presidente del Consiglio.
Breve digressione personale. Qualche settimana fa il figlio di una coppia di conoscenti — studente universitario di ingegneria, finora con il massimo dei voti — mi racconta la sua esperienza più recente: per arrotondare nei mesi estivi, va a lavorare come stagionale in uno stabilimento balneare (di quelli che da anni urlano contro le concessioni a gara e bestemmiano contro la direttiva Bolkestein). Firma un regolare contratto di assunzione, previa conditio sine qua non pretesa dal datore di lavoro: sul lordo in busta paga, per ciascuno dei tre mesi di lavoro, deve restituire in contanti la quota del Trattamento di fine rapporto. Una prassi illegale ma usuale, a quanto sembra. Come per quei disgraziati dei rider: (anche) questo è il lavoro moderno.
E questo, alla fine, è il Paese reale. La “Patria” di un ceto medio frustrato, che sta a galla a fatica e annaspa per non affondare. Schlein si illude, se crede di intercettarlo proponendogli solo e sempre il salario minimo. Ma Meloni si suicida, se crede di salvarlo riciclando vecchi sussidi, impacchettati coi decreti-sicurezza, le carriere separate, i premierati. La stagnazione sociale ed economica va fermata e combattuta, ma con scelte fantasiose e riforme coraggiose. L’inconcludente coalizione delle tre destre fa l’esatto opposto: tra pezze a colori e feticci ideologici, sta solo accompagnando il lento declino tricolore.