In grave ritardo su se stesso, dopo aver impiegato questi Anni Venti a regolare i conti lasciati in sospeso dal Novecento, il secolo nuovo sta infine per incominciare davvero. Ci sono state due false partenze. La prima per i postumi della vittoria finale sui due totalitarismi europei da parte della democrazia, che ci ha illusi con la caduta del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica di essere diventata l’unica religione civile superstite, dunque egemone: l’attacco alle due Torri a New York ci ha fatto capire subito come ciò che noi consideriamo universale sia spesso in realtà soltanto occidentale, e in quanto tale venga rifiutato e combattuto dall’altra parte del mondo. La seconda illusione è l’invulnerabilità che credevamo garantita dal benessere, di cui noi siamo i principali produttori e consumatori, mentre invece è stata intaccata e violata dal Covid che ha assediato nello stesso momento l’intera umanità, a ogni latitudine, con una minaccia di morte e l’antico maleficio delle epid…
In grave ritardo su se stesso, dopo aver impiegato questi Anni Venti a regolare i conti lasciati in sospeso dal Novecento, il secolo nuovo sta infine per incominciare davvero. Ci sono state due false partenze. La prima per i postumi della vittoria finale sui due totalitarismi europei da parte della democrazia, che ci ha illusi con la caduta del Muro e il crollo dell’Unione Sovietica di essere diventata l’unica religione civile superstite, dunque egemone: l’attacco alle due Torri a New York ci ha fatto capire subito come ciò che noi consideriamo universale sia spesso in realtà soltanto occidentale, e in quanto tale venga rifiutato e combattuto dall’altra parte del mondo. La seconda illusione è l’invulnerabilità che credevamo garantita dal benessere, di cui noi siamo i principali produttori e consumatori, mentre invece è stata intaccata e violata dal Covid che ha assediato nello stesso momento l’intera umanità, a ogni latitudine, con una minaccia di morte e l’antico maleficio delle epidemie, moltiplicato dalla diffusione di un contagio che sembrava ricalcare nell’ubiquità e nella velocità il modello virale e contemporaneo della rete.
Oggi ci siamo: questi due decenni, quasi tre — il tempo di una generazione — hanno sfrondato molte certezze e hanno messo in crisi riferimenti che credevamo solidi e sicuri, fino a intaccare le basi del sistema in cui viviamo. La crisi della rappresentanza, la portata sovranazionale dei fenomeni, la dimensione immateriale dei flussi finanziari e d’informazione, l’esplosione delle disuguaglianze, la crescita delle esclusioni, la divaricazione tra il sapere e l’emancipazione, tutto questo genera una sensazione di spossessamento e di perdita di controllo sul mondo in cui viviamo, sfiduciando il metodo di governance, che è la politica, e addirittura il suo canone di riferimento, che è la democrazia. Anzi, poiché nel punto zero cui siamo giunti gli estremi si toccano, è nata una contro-politica che ha come manifesto il superamento della democrazia liberale: come dire che il caos si è fatto proposta politica, e addirittura forma di governo. Viviamo nell’attesa di un evento risolutivo capace di sciogliere l’ultimo nodo che tiene il presente avvinto al passato e di far cadere il velo mostrandoci il futuro che ci aspetta: un futuro che ha perso la garanzia gloriosa dell’avvenire, sganciandosi dal legame col progresso per galleggiare nel buio delle incognite. È come se qualcuno avesse convocato il primo congresso universale di ridefinizione del mondo: e al tavolo dove si decide il nome da dare alle cose, l’alfabeto con cui scriverlo e la nuova gerarchia, la sinistra non c’è.
Si possono trovare spiegazioni evidenti di quest’assenza: il ciclone del trumpismo, che è anche il motore del caos, vive in una dimensione a-storica, estranea alle coordinate del pensiero politico classico, in una mistica da avvento che prepara la rivelazione. Ciò significa che Trump si muove al di sopra (o al di sotto: comunque fuori) delle categorie di sinistra e di destra, nel luogo della pura mistica del potere, dove celebra il mistero quotidiano che dà corpo alla reazione, dirottando l’epoca. In questo ruolo sovraordinato il presidente americano assorbe in sé tutte le contraddizioni mentre risolve tutte le dialettiche, sublimando nella sua figura lo scontro politico tradizionale, e prosciugandolo. La seconda novità è che la nuova destra si è impadronita del concetto di cambiamento, strumento e ragion d’essere della sinistra: che mantiene e rinnova, naturalmente, la sua proposta di riforme, ma la vede inevitabilmente scolorire davanti all’incandescenza di chi promette il mutamento di sistema, cioè il cambio supremo. Si potrebbe dire che ancora una volta il massimalismo estremo soffoca il riformismo, come spesso è accaduto a sinistra: solo che questa volta gli estremisti sono a destra, e sono al governo.
Aggiungiamo la capacità del tycoon di parlare al forgotten man, e di estendere la sua promessa di tutela miliardaria agli esclusi, gli spossessati, i tagliati fuori, convertendoli a una rappresentanza reazionaria che rovescia il campo e privilegia la rabbia sulla riflessione, la ribellione sulla politica, il risentimento sulla rivendicazione. Il ceto medio proletarizzato non è attirato tanto dalla politica di Trump quanto dall’irregolarità manifesta della sua figura, del suo linguaggio, delle sue idiosincrasie, che garantiscono estraneità all’establishment da cui proviene. Nello stesso tempo, dall’altro lato della scala sociale abbiamo visto muoversi i campioni della Silicon Valley attirati dal magnete del trumpismo, con la promessa agli imprenditori geniali che hanno cambiato il nostro modo di vivere di concorrere anche al cambiamento radicale delle regole del gioco, dopo che lui avrà azzerato il campo. È la tecnopolitica che colora di innovazione il trumpismo e intanto salta l’ultima barriera e si fa amministrazione, costituzione, comando, guidata dall’istinto di classe che vede una nuova frontiera per il capitalismo, pronto ad abbandonare a comando la vecchia trincea della democrazia al suo destino, senza sentire il dovere di difenderla.
Come sappiamo, quello stesso istinto di classe rovesciato manca oggi a sinistra, disperso nella polverizzazione dei lavori, di cui si parla ormai al plurale perché si è persa l’unitarietà del concetto che ne faceva una figura sociale di primo piano. Il lavoro, come ha illustrato qui Massimo Giannini, cresce anche se impoverito e precarizzato: ma soprattutto cresce isolato, separato da un welfare fragile e socialmente sterile da un lato, e dall’altro da un meccanismo di emancipazione che realizzi via via un’integrazione civica. Perché il lavoro disgiunto da un progetto di cittadinanza perde il suo valore politico: proprio il capitale su cui la sinistra ha potuto contare per anni, e che si è dissolto.
Se guardiamo poi alla dinamica complessiva del sistema, vediamo due movimenti opposti a destra e a sinistra: la prima si è evidentemente radicalizzata, fino all’esito trumpiano, la seconda si è definitivamente istituzionalizzata, fino a diventare la vera forza di sostegno alle scelte di democrazia liberale della Ue e dei governi occidentali. Se dovessimo tradurre in uno schema queste opposte tendenze, vedremmo una grande macchia fortemente identificata a destra, e a sinistra una presenza larga nelle dimensioni ma difficilmente identificabile a occhio nudo, mimetizzata tra le altre forze in quello che potremmo chiamare l’indistinto democratico. A questo punto resta solo da ricordare la maledizione indigena, tutta italiana, di una sinistra senza nome perché i suoi due nomi storici — socialista e comunista — restano impronunciabili, uno suicidatosi nella cronaca di Tangentopoli dopo aver avuto ragione nella storia, l’altro sopravvissuto avventurosamente nella cronaca di distruzione politica di quegli anni, ma condannato dalla storia per aver mancato il dovere del rendiconto degli errori e degli orrori della sua parte di mondo: finché il saldo lo hanno fatto le macerie del Muro di Berlino.
Questo spiega, in parte, perché la sinistra oggi fatica a stare al tavolo costituente del nuovo ordine mondiale. E tuttavia conferma anche che la sinistra sopravvive nelle sue ragioni, opposte alla distruzione della nuova destra. Qualcuno le raccoglierà, fermando l’incantesimo del caos.