Dove sono andati tutti i soldati d’Europa? Scomparsi, perché non servivano più. All’inizio degli anni Duemila, quando lo storico statunitense James Sheehan lo sosteneva nel suo volume Where have all the soldiers gone, sembrava proprio che fosse vero. Sembrava che il Vecchio Mondo avesse cessato di essere un campo di battaglia tra i nazionalismi e si fosse trasformato in un paradiso pacifico e opulento, dove le guerre erano un oscuro ricordo e le spese militari un fardello di cui liberarsi il prima possibile. In fondo la guerra fredda era finita e con essa, credevano molti abitanti del continente, anche il tempo della paura. Non si sarebbe più combattuto per difendere il Reno o la soglia di Gorizia. Certo, la pulizia etnica aveva insanguinato i Balcani, Sarajevo era bruciata, dopo l’11 settembre 2001 erano iniziate le campagne in Afghanistan e in Iraq, nel 2008 la Russia avrebbe mostrato il suo volto brutale invadendo la Georgia.
Ma erano orrori esotici con cui i buoni francesi, ital…
Dove sono andati tutti i soldati d’Europa? Scomparsi, perché non servivano più. All’inizio degli anni Duemila, quando lo storico statunitense James Sheehan lo sosteneva nel suo volume Where have all the soldiers gone, sembrava proprio che fosse vero. Sembrava che il Vecchio Mondo avesse cessato di essere un campo di battaglia tra i nazionalismi e si fosse trasformato in un paradiso pacifico e opulento, dove le guerre erano un oscuro ricordo e le spese militari un fardello di cui liberarsi il prima possibile. In fondo la guerra fredda era finita e con essa, credevano molti abitanti del continente, anche il tempo della paura. Non si sarebbe più combattuto per difendere il Reno o la soglia di Gorizia. Certo, la pulizia etnica aveva insanguinato i Balcani, Sarajevo era bruciata, dopo l’11 settembre 2001 erano iniziate le campagne in Afghanistan e in Iraq, nel 2008 la Russia avrebbe mostrato il suo volto brutale invadendo la Georgia.
Ma erano orrori esotici con cui i buoni francesi, italiani, tedeschi, non volevano avere nulla a che fare. Al massimo, avrebbero inviato una manciata di professionisti pagati apposta per occuparsene. Così, i leader politici, poco desiderosi di contraddire i propri elettori, si affrettarono a smantellare le armate di borghesi in uniforme che avevano fino ad allora incarnato l’idea stessa di cittadinanza. Nel 1992 fu il ministro della Difesa tedesco, Volker Rühe, a definire la Bundeswehr poco più che un peso inutile. Nel 1997 la Francia, che la leva se l’era inventata ai tempi della rivoluzione francese, la bloccò. E nell’estate 2004 il governo Berlusconi II decretò la sospensione della coscrizione obbligatoria in Italia. L’allora ministro della Difesa Martino annunciò trionfalmente il «provvedimento epocale» tra il tripudio dei parlamentari, leghisti in testa, che applaudivano perché i figli del Nord produttivo non avrebbero più sperperato il loro tempo al servizio dello Stato. A votare contro fu solo il piccolo partito comunista, l’unico a difendere l’eredità più rivoluzionaria della storia europea. Per il resto, i rappresentanti eletti della Repubblica erano convinti che l’era dei cittadini-soldato fosse giunta al termine.
Peccato che, esattamente vent’anni dopo l’entrata in vigore della legge 226 («Sospensione del servizio obbligatorio di leva»), tutto quell’ottimismo si sia rivelato infondato. I carri armati di Putin non hanno solo riportato la guerra sul continente, hanno anche rimesso sicurezza, armi e spese militari al centro dell’agenda dei governi. Ma non di soli cannoni e munizioni si può parlare. Già nel corso del 2024 i paesi dell’Unione più esposti alla minaccia russa avevano lanciato l’allarme: mancano i soldati. La Germania ne ha 180 mila, dovrebbe averne almeno un quarto di milione. Alla Polonia ne servirebbero come minimo 100mila in più. Sono numeri ridicoli rispetto ai tre milioni di uomini che alla fine del XX secolo presidiavano le frontiere. Ma non si trovano comunque. Così, nell’era dei droni e della cibernetica, a tornare sono anche i cittadini in uniforme. Un paese in prima linea come la Svezia, non esattamente il più guerrafondaio dei regni, ha ripristinato la coscrizione. La Danimarca l’ha estesa alle donne, un provvedimento salutato come una radicale misura di parità di genere. E nell’ottobre scorso, Sauli Niinistö, ex presidente finlandese, ha presentato alla Commissione un lungo rapporto («Safer together») in cui il sistema della coscrizione è indicato come essenziale per una difesa continentale credibile. Ma non certo per tornare al passato. Come ha ripetuto il ministro della Difesa di Berlino, Pistorius, ripristinare un servizio universale vorrebbe dire formare, mantenere ed equipaggiare centinaia di migliaia di giovani reclute mal addestrate e di dubbia utilità.
Un colossale spreco di risorse che l’Unione Europea non si può permettere. No, quello che serve è la possibilità di selezionare regolarmente contingenti di uomini e donne che possano integrare (e non sostituire) i combattenti di mestiere, che possano essere richiamati in caso di emergenza. Insomma, che possano fare la loro parte per proteggere un’Europa in pericolo. Nulla a che spartire, per capirsi, con lo sgangherato progetto di ritorno alla leva (legge 1873) presentato dalla Lega un anno fa, che avrebbe avuto come unico risultato la creazione di una costosissima (e inutile) milizia di najoni. Ma in Italia, di qualsiasi argomento si deve fare strumento di campagna elettorale permanente. Mentre a Bruxelles si cerca di capire davvero chi monterà la guardia ai confini della liberaldemocrazia. Perché, come direbbe Sauli Niinistö, «ognuno dovrà essere coinvolto», in qualche modo.