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Il Frankenstein di Mar-a-Lago

Donald Trump in Texas 

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Per ritrovare un’America così autarchica e autocratica bisogna tornare indietro di un secolo. Era dal Tariff Act del 1883 e poi dallo Smoot-Hawley Act del 1930 che la “nazione indispensabile” non mostrava tanto accanimento ideologico nell’applicazione della sua dottrina protezionista. Più cattivo di McKinley e di Hoover, suoi predecessori di allora, Donald Trump è il Ghino di Tacco a stelle e strisce, pronto a taglieggiare nemici e amici a colpi di dazio. È toccato a Messico, Canada e Cina, i primi tre partner commerciali Usa. Adesso è la volta dell’Europa, alla faccia dei gonzi trumpisti di casa nostra. Chi sperava nella clemenza del Tycoon, per manifeste condivisioni di identità occidentale, si deve ricredere. Chi si sentiva “ponte” gettato tra le due sponde dell’Atlantico, per supposte ragioni di affinità politica, si deve rassegnare. Mister Tariff — come si era già autodefinito nel suo primo mandato — non fa sconti a nessuno. In compenso fa affari a palate.

Nessuno lo dirà mai in…

Per ritrovare un’America così autarchica e autocratica bisogna tornare indietro di un secolo. Era dal Tariff Act del 1883 e poi dallo Smoot-Hawley Act del 1930 che la “nazione indispensabile” non mostrava tanto accanimento ideologico nell’applicazione della sua dottrina protezionista. Più cattivo di McKinley e di Hoover, suoi predecessori di allora, Donald Trump è il Ghino di Tacco a stelle e strisce, pronto a taglieggiare nemici e amici a colpi di dazio. È toccato a Messico, Canada e Cina, i primi tre partner commerciali Usa. Adesso è la volta dell’Europa, alla faccia dei gonzi trumpisti di casa nostra. Chi sperava nella clemenza del Tycoon, per manifeste condivisioni di identità occidentale, si deve ricredere. Chi si sentiva “ponte” gettato tra le due sponde dell’Atlantico, per supposte ragioni di affinità politica, si deve rassegnare. Mister Tariff — come si era già autodefinito nel suo primo mandato — non fa sconti a nessuno. In compenso fa affari a palate.

Nessuno lo dirà mai in pubblico, ma tra cancellerie e ambasciate si parla del vero “movente” che dall’Inauguration day in poi spinge lo sceriffo di Washington a sparare tariffe doganali esagerate un giorno, e a rimangiarsele il giorno dopo. Non è solo l’oggettivo “fattore Mad king”, di cui ha parlato Paul De Greuve su questo giornale, e cioè quell’elemento di imprevedibilità connaturato a una psiche labile. È invece l’odore dei soldi: per se stesso, per i familiari, per i compari. The Donald compra sull’annuncio, che fa crollare Wall Street e le altre borse, e poi rivende sull’auto-smentita, che fa rialzare tutti i listini. Plusvalenze miliardarie, per il biscazziere della Casa Bianca e per i capitalisti digitali che giocano con lui. L’Europa, viceversa, si lecca le ferite. Lo capiscono persino i patrioti tricolore. A dispetto di Meloni — che per non indispettire “Paparino” continua a ridimensionare l’effetto della stangata trumpiana — il ministro Giorgetti parla dei dazi come di un “mutamento epocale”. Meno male che anche nel governo sovranista dei “felici vassalli” dell’Impero c’è chi ascolta le prediche utili di Sergio Mattarella, di Fabio Panetta, di Antonio Patuelli. Ci ricordano che il protezionismo è una minaccia globale, e che la libertà di commerciare beni e servizi è pre-requisito indispensabile per la prosperità e la pace.

I dazi lineari sono una “atomica doganale”, come li definisce Fabrizio Maronta su Limes. Fanno male all’economia mondiale: per il Fondo Monetario Internazionale abbatteranno del 3 per cento la crescita globale. Fanno male all’Unione: per la Bce il Pil dell’Eurozona rallenterà dello 0,5 per cento. Fanno male all’Italia: per Confindustria l’export perderà 20 miliardi e i posti di lavoro a rischio saranno 118 mila, per l’Ispi l’economia italiana sarà la più penalizzata insieme a quella tedesca e gli esportatori subiranno perdite del 21% rispetto al periodo pre-Trump. Tutti i settori pagheranno la gabella al Ghino di Tacco americano: agro-alimentare e farmaceutica, viti-vinicolo e automotive. A cosa sono serviti gli inchini della Sorella d’Italia, abituata a far credere alle lobby già sdraiate davanti a Palazzo Chigi che i suoi “rapporti privilegiati” col commander in chief le avrebbero consentito di lucrare un trattamento di favore per loro? E a che serve adesso ragionare con Dombrovskis o rinsaldare il patto di mutuo soccorso con Macron e Merz, a babbo morto, quando il danno ormai è fatto? Come cantava Guccini, che la premier dice di amare nonostante l’opposta “matrice” da cui proviene: bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà. Ma questo vale a Roma come a Bruxelles: il rovinoso cripto-mercantilismo yankee ci offre un formidabile “momento Monnet”, per tentare il salto quantico verso la difesa unica, lo strumento di debito europeo, il mercato unico dei capitali, l’euro digitale. Ma niente: perdiamo tempo a inseguire le ultradestre nazi-fascio-franchiste sulla sfiducia a Von der Leyen, legittima in tempi normali, lunare nell’ora più buia.

La dazio-follia farà male anche all’economia statunitense: secondo la Federal Reserve, il maggior onere per le famiglie sarà tra i 1.200 e i 3.800 dollari l’anno. Il pazzotico Presidente ha detto che i dazi hanno già fruttato 100 miliardi di dollari: numeri a caso. A maggio siamo a quota 24,2 miliardi: buoni per finanziare una prima tranche di sgravi fiscali per i più ricchi, non certo a far crescere il pil, visto che nel frattempo le importazioni dalla Cina sono già crollate del 43 per cento, i prezzi stanno risalendo e le entrate tributarie stanno calando. I dazi, a regime, equivalgono a una “tassa al consumo” più regressiva dell’imposta vera e propria: devasta i redditi più bassi, riducendone il potere di spesa e accrescendone i bisogni assistenziali. Trump sta truffando i forgotten men che l’hanno votato: prima o poi si accorgeranno anche loro di quale trappola siano i dazi, nell’era delle catene globali del valore. L’eventuale rientro delle produzioni nazionali sarà annullato dalla caduta dell’export: il made in Usa assembla sempre componenti comprati all’estero, nel frattempo rincarati proprio a causa dei nuovi balzelli all’import. Come avverte il governatore di Bankitalia, è minacciata la sostenibilità dei conti pubblici americani, e per la prima volta da decenni il ruolo centrale del dollaro è messo in discussione. Oltre metà del deprezzamento del biglietto verde sull’euro è dovuto alla percezione del rischio che gli cresce intorno. In ballo c’è Bretton Woods: l’accordo multilaterale sul quale abbiamo costruito l’ordine monetario dopo le due guerre.

Nouriel Roubini, in un saggio pubblicato dal sito Social Europe, è convinto che a fermare i disastri di Trump saranno la disciplina di mercato, l’indipendenza della Fed, i suoi consiglieri e la maggioranza risicata dei repubblicani al Congresso. The Donald, dalle sue scelte suicide sui dazi, subirà “un danno politico che preannuncia una sconfitta per il suo partito” alle prossime elezioni di mid-term. “I timori di una deriva autocratica saranno alleviati, la democrazia americana sopravviverà allo shock trumpiano e dopo un periodo iniziale di difficoltà l’economia tornerà a prosperare”. L’esperto che previde il Big Crash del 2008 è sicuro: a cavarci dai guai stavolta sarà il Big Boom innescato dagli investimenti dell’Intelligenza Artificiale.

Proprio i colossi della Silicon Valley che l’hanno aiutato a vincere — da Elon Musk a Peter Thiel, da Mark Zuckerberg a Tim Cook — prosciugheranno il vasto mare del rancore populista sul quale Trump ha surfato allegramente in questi anni. Finirà nelle peste la solita vecchia Europa, che di quegli onnipotenti padroni del mondo in questi decenni non ne ha mai sfornato uno: ma questo è un altro discorso. Il vero cuore della questione lo coglie bene Nadia Urbinati: quand’anche avesse ragione Roubini, a chi risponderanno i tecno-oligarchi trionfatori, dopo aver distrutto il Frankenstein cui avevano dato la vita nei garage di Mar-a-Lago?

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