Perché Putin dice no a Trump e al suo piano di tregua per l’Ucraina, proprio quando il presidente americano fa un’apertura di credito a Mosca e rompe il suo isolamento? Proviamo a rispondere. Come in ogni guerra, in Ucraina c’è un conflitto che si svolge sul terreno, e una battaglia di idee per riconfigurare il quadro internazionale. Nei due scontri gli attori sono sempre gli stessi, ma cambiano ruolo e posizioni. La guerra guerreggiata vede Europa e America a sostegno di Kiev, con il concetto di Occidente che prova a sopravvivere alle titubanze della Casa Bianca, rispondendo all’obbligo ideale di difendere il diritto, la sovranità di un Paese invaso e la libertà dell’Ucraina — cerniera tra Est e Ovest — di scegliere il suo futuro. L’altra partita rivela invece la tentazione imperiale che spinge Trump a cercare un’intesa con Putin per disegnare insieme il nuovo ordine mondiale, sostituendo le vecchie alleanze con le nuove sudditanze secondo il concetto di potenza, moderno criterio or…
Perché Putin dice no a Trump e al suo piano di tregua per l’Ucraina, proprio quando il presidente americano fa un’apertura di credito a Mosca e rompe il suo isolamento? Proviamo a rispondere. Come in ogni guerra, in Ucraina c’è un conflitto che si svolge sul terreno, e una battaglia di idee per riconfigurare il quadro internazionale. Nei due scontri gli attori sono sempre gli stessi, ma cambiano ruolo e posizioni. La guerra guerreggiata vede Europa e America a sostegno di Kiev, con il concetto di Occidente che prova a sopravvivere alle titubanze della Casa Bianca, rispondendo all’obbligo ideale di difendere il diritto, la sovranità di un Paese invaso e la libertà dell’Ucraina — cerniera tra Est e Ovest — di scegliere il suo futuro. L’altra partita rivela invece la tentazione imperiale che spinge Trump a cercare un’intesa con Putin per disegnare insieme il nuovo ordine mondiale, sostituendo le vecchie alleanze con le nuove sudditanze secondo il concetto di potenza, moderno criterio ordinatore del sistema.
Trump è l’attore protagonista su entrambi i palcoscenici, e recita contemporaneamente i due copioni alternandoli da un giorno all’altro, e spesso anche all’interno della stessa giornata. Con una mano guida quella parte del mondo che reagisce al sopruso difendendo l’aggredito, mentre tende l’altra mano all’aggressore nella convinzione che la forza possa diventare la nuova forma della politica, azzerando i diritti e ribaltando le alleanze. Putin è da tempo il titolare di questa nuova concezione del mondo, che si regge sulla ripulsa della democrazia liberale: potremmo dire che nel secolo post-ideologico i due leader hanno in comune una contro-ideologia capace di segnare un passaggio d’epoca, superando le differenze nella storia e nei contesti dei due Paesi. Lo abbiamo visto in questo flirt primaverile, dove un inedito interesse politico, addirittura un fondamento culturale condiviso spingeva i due presidenti a cercarsi e ad intendersi. Fino all’ultima, estemporanea frenata, che li ha fatti rientrare entrambi nel proprio campo: per il momento.
Tutti ci siamo interrogati in questi mesi sulla fragilità del vincolo occidentale, se bastava l’estemporanea disinvoltura di un leader outsider per riconfigurare la postura globale americana, rovesciare i tradizionali assetti diplomatici in nome della propria singolarità politica, imponendo la logica dell’anno zero: perché il suo avvento cancella debiti e crediti, disconosce impegni e annulla alleanze. E infatti l’ordine mondiale s’inceppava, perché le coordinate che lo regolavano da decenni non funzionavano più e nessuna autorità poteva dettare le nuove regole, con la personalità straripante del presidente americano che pretendeva di riempire il vuoto da sola. Orfano della sua guida americana l’Occidente si è visto costretto a difendersi dal leader dell’alleanza che attaccava i suoi partner minacciando di lasciarli senza difesa, fissando il costo di un patto in cui non credeva più, e inviando a ognuno la nuova tabella del dazio, come se ogni Stato portasse al collo il cartello del suo prezzo.
Trump: "Putin ci sta dicendo un sacco di stronzate"
Il grande beneficiario di questo testa-coda è stato Putin. Il freno di Trump agli aiuti all’Ucraina ha infragilito la solidarietà agli aggrediti, indebolendo simmetricamente la responsabilità degli aggressori. L’impasse inevitabile di una Nato che non sa più chi sono i suoi nemici sguarnisce l’Occidente, davanti alla forza militare russa schierata sul campo. La disarticolazione atlantica lascia l’Europa stordita, costretta a misurare gli effetti dei suoi ritardi politici e della sua incompiutezza istituzionale. In una parola, il fantasma che il Cremlino evocava da un anno — l’ “Occidente collettivo” — non esiste più, cerca di sopravvivere soltanto il principio occidentale dubbioso di se stesso, rifugiato ormai nella sola Europa, quindi impotente a generare politica, libertà, difesa e sicurezza nel nuovo format rattrappito. Soprattutto, è svanito l’incubo di Putin, quel sentimento che definiva “collettivo”, perché legava insieme Europa e America in una civiltà comune, nel segno della democrazia liberale. Nel nuovo sistema trumpiano, dove ognuno pensa per sé e uno decide per tutti, di collettivo non è rimasto nulla.
Ma il vero grande vantaggio di Mosca nel ribaltamento trumpiano è il ri-accreditamento internazionale di Putin operato dal presidente americano, che lo ha tolto coscientemente dal girone dannato degli usurpatori, lo ha amnistiato senza un giudizio, gli ha condonato in anticipo ogni pena, ha abolito nei suoi confronti anche il termine “aggressore”, obbligando la Nato a cancellarlo dai suoi proclami: e infine lo ha elevato a partner privilegiato nel nuovo equilibrio del mondo. Che sarà fondato sugli imperi, quindi prevede il riconoscimento dei nuovi imperatori, i quali si esprimeranno con l’imperialismo. In questa scelta strategica c’è tutto Trump. È sua la fretta, aperto un dossier, di chiuderlo al più presto e a qualsiasi prezzo, pur di segnare un punto. È tipicamente sua la disinvoltura con cui calpesta gli obblighi che derivano dalle regole superstiti. È ancora sua la fiducia nella legge del più forte, che gli fa sposare le ragioni della forza russa per imporle alla debolezza ucraina, al costo trascurabile dei doveri morali calpestati da chi dovrebbe difenderli.
Soltanto che l’intesa tra Putin e Trump ai danni di Zelensky, come spiega la teoria delle alleanze, è una sorta di “patto innaturale” tra sistemi completamente diversi che non possono avere interessi strategici condivisi se non in circostanze specifiche (di solito di fronte a un nemico comune), né un vincolo ideale capace di superare le diverse storie culturali. Le alleanze innaturali sono deboli e precarie per un deficit intrinseco di fiducia e di comunanza ideale, sostituite da una convergenza tattica di interessi contingenti. Trump ha ricavato qualche vantaggio di ritorno dalle aperture a Putin, come il sostanziale via libera al bombardamento ai siti nucleari iraniani. Ma il vero risultato di cui ha bisogno è il cessate il fuoco in Ucraina. E qui c’è il limite che Putin non vuole o non può superare: fermare le armi in piena offensiva, senza la capitolazione di Zelensky e di Kiev, sarebbe una vittoria mutilata, che terrebbe vive le ragioni ucraine a qualsiasi tavolo di trattativa. Dunque la guerra continua: e Putin non è disposto — per ora — a scambiare la nuova partnership russo-americana con la sospensione delle ostilità. Questo significa che nel suo calcolo la potenza garantita dalle armi supera quella che può derivare dal patto con Trump.
Così i due presidenti ritornano ognuno nel proprio perimetro, dove devono rispondere delle loro scelte all’opinione pubblica negli Stati Uniti, all’élite di sicurezza nazionale in Russia, tenendo conto delle radici storico-culturali dei due Paesi, fatte di memorie collettive, equilibri di potere, interessi strutturali. È la storia che ritorna, oltre l’urto della cronaca: e non si lascia riscrivere da un tweet.