✕

Guerra e dazi, i due fronti dell’Europa

Bruxelles, 16 luglio: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen 

Ascolta l'audio

Tra la crisi in Ucraina e le tariffe di Trump l’Ue deve affrontare spinte distruttive che non sono gestibili con la sua attuale struttura
2 minuti di lettura

I dazi di Trump provocano la perdita della chiara distinzione fra amico e nemico. L’Europa si trova infatti ad avere un nemico e mezzo, o meglio un nemico orientale e un “amico ostile” a Occidente. Se sul primo fronte la Russia manifesta un deciso revisionismo geopolitico e in prospettiva un progetto di pressione intimidatoria sull’Europa, sul secondo gli Usa da una parte praticano una invarianza geopolitica ma dall’altra si rapportano all’Europa in modo nuovo.

Infatti è vero che gli Stati Uniti ci considerano fuori della storia, come astuti parassiti di chi, come loro, gioca a proprio rischio nel mondo reale, ma non può essere vero che per questo motivo l’Europa non rivesta più interesse agli occhi americani.

Gli Usa hanno combattuto le guerre mondiali e la guerra fredda per mantenere il controllo delle due sponde dell’Atlantico: per loro il vecchio continente è una acquisizione imprescindibile. Quello che è cambiato è il loro rapporto con l’Europa, che non è più di egemonia ma di …

I dazi di Trump provocano la perdita della chiara distinzione fra amico e nemico. L’Europa si trova infatti ad avere un nemico e mezzo, o meglio un nemico orientale e un “amico ostile” a Occidente. Se sul primo fronte la Russia manifesta un deciso revisionismo geopolitico e in prospettiva un progetto di pressione intimidatoria sull’Europa, sul secondo gli Usa da una parte praticano una invarianza geopolitica ma dall’altra si rapportano all’Europa in modo nuovo.

Infatti è vero che gli Stati Uniti ci considerano fuori della storia, come astuti parassiti di chi, come loro, gioca a proprio rischio nel mondo reale, ma non può essere vero che per questo motivo l’Europa non rivesta più interesse agli occhi americani.

Gli Usa hanno combattuto le guerre mondiali e la guerra fredda per mantenere il controllo delle due sponde dell’Atlantico: per loro il vecchio continente è una acquisizione imprescindibile. Quello che è cambiato è il loro rapporto con l’Europa, che non è più di egemonia ma di pretesa superiorità signorile verso i vassalli. Dai quali appunto si esigono tributi in cambio di protezione.

Un cambiamento che nasce da una percezione americana di crescente debolezza su scala internazionale — se non assoluta, almeno relativa alle nuove potenze emergenti — e da una crisi interna strutturale, tanto finanziaria quanto morale. A cui gli Usa reagiscono quasi con panico, usando l’economia in chiave politica diretta, non indiretta come un tempo — e vanno così incontro sia a successi (Indonesia) sia a resistenze (Brasile) — .

Certo mancano oggi le condizioni geopolitiche e geoeconomiche perché si possa ricostituire un’egemonia mondiale americana paragonabile a quella del passato. La politica di Trump è nel segno dell’emergenza, non del lungo periodo.

Ma con l’Europa gli Usa hanno buon gioco. Questa è infatti vincolata dalla guerra in Ucraina, in cui si è tagliata i ponti alle spalle e si è legata agli Stati Uniti se non per la strategia (quella di Trump non è chiara) certamente per l’acquisto delle armi con cui rifornire gli aggrediti, inimicandosi così la Russia.

Questo vincolo, insieme al precedente, relativo all’acquisto di gas americano in sostituzione di quello russo, impedisce all’Europa di combattere liberamente sul fronte occidentale — quello tariffario — . Non avendo alternative sull’acquisto del gas e delle armi, l’Europa ha un braccio legato dietro la schiena, stretta com’è in una morsa strategica: più si oppone alla Russia meno può resistere a Trump.

I margini di trattativa sui dazi non sono scomparsi: anche da parte europea si può attivare una guerra commerciale e si può giungere fino alla tassazione delle multinazionali. Tuttavia gli Stati della Ue possono essere uniti nella paura sul fronte occidentale come lo sono su quello orientale, ma al contrario possono anche dividersi alla ricerca dell’utilità particolare.

Non vi è dubbio che Trump cercherà di allettarne qualcuno per introdurre un cuneo in una compagine che non è compatta né omogenea. Se una simile mossa avesse successo, si aprirebbe uno scenario che vedrebbe gli Stati europei farsi concorrenza fra di loro nei rapporti con gli Usa, moderni capponi di Renzo.

Il problema dei problemi è che la Ue non è un soggetto politico unitario: non è nata per esserlo e ora deve affrontare spinte distruttive e proiezioni di potenza che non sono gestibili con la sua attuale struttura. E l’obbligo di combattere su due fronti può generare una più stretta unità, ma può anche spingere gli Stati a comportamenti opportunistici.

A questi dilemmi se ne sommano altri, relativi alla risposta delle società occidentali al doppio conflitto in cui sono coinvolte. Resisteranno all’aumento della spesa militare e alle sue conseguenze? Alla minaccia incombente della guerra? All’inflazione provocata dai dazi? Sapranno le élite, e le opinioni pubbliche, far fronte a questo aggravamento della policrisi in cui è coinvolto l’Occidente, al rischio che le emergenze si trasformino in una travolgente eccezione?

Anche attraverso i dazi si afferma insomma l’esigenza di una nuova progettualità che sappia pensare e organizzare un nuovo ordine interno e internazionale. E si conferma la severa necessità della politica.

Leggi i commenti