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Trump è vittima della sua retorica cospirazionista

(reuters)

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Il caso Epstein mette per la prima volta in difficoltà il presidente americano nella gestione della narrazione pubblica
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La rivelazione del Wall Street Journal sulla lettera di auguri di Donald Trump a Jeffrey Epstein e la seguente decisione del presidente di chiedere la pubblicazione di tutte le “carte rilevanti” del Grand Jury sullo stesso personaggio descrivono la difficoltà con cui la Casa Bianca affronta l’impatto di una crescente curiosità pubblica sull’Epsteingate, uno scandalo che lei stessa ha cavalcato. Il risultato è che da quando ha vinto le elezioni, questa è la prima volta che Trump appare in difficoltà nella gestione della narrazione pubblica su un tema di interesse popolare che valica gli schieramenti.

Se i sondaggi descrivono il massiccio scontento di democratici e repubblicani per la carenza di chiarezza da parte dell’amministrazione sull’Epsteingate è perché proprio Trump ha contributo a generare attese che restano inappagate. È stato infatti il tycoon, durante la campagna elettorale, a sollevare la necessità di fare piena luce sulla “lista dei clienti” dei party organizzati da Epste…

La rivelazione del Wall Street Journal sulla lettera di auguri di Donald Trump a Jeffrey Epstein e la seguente decisione del presidente di chiedere la pubblicazione di tutte le “carte rilevanti” del Grand Jury sullo stesso personaggio descrivono la difficoltà con cui la Casa Bianca affronta l’impatto di una crescente curiosità pubblica sull’Epsteingate, uno scandalo che lei stessa ha cavalcato. Il risultato è che da quando ha vinto le elezioni, questa è la prima volta che Trump appare in difficoltà nella gestione della narrazione pubblica su un tema di interesse popolare che valica gli schieramenti.

Se i sondaggi descrivono il massiccio scontento di democratici e repubblicani per la carenza di chiarezza da parte dell’amministrazione sull’Epsteingate è perché proprio Trump ha contributo a generare attese che restano inappagate. È stato infatti il tycoon, durante la campagna elettorale, a sollevare la necessità di fare piena luce sulla “lista dei clienti” dei party organizzati da Epstein con la partecipazione di numerose ragazze minorenni. Ed è stata il ministro della Giustizia, Pam Bondi, ad assicurare di essere pronta a rivelare tale “lista” spiegando che si trovava già sul “mio tavolo”. Ma quando la base del movimento Make America Great Again era oramai convinta che le rivelazioni fossero in arrivo, già assaporando possibili scandali capaci di investire le passate amministrazioni, Bondi ha ingranato la marcia indietro per ragioni che restano oscure. Con il risultato di far irritare la base “Maga” con il proprio leader per la promessa non mantenuta. Fino al punto da spingere lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson, a criticare il Dipartimento di Giustizia.

Per comprendere la serietà di questo boomerang per Trump bisogna tener presente che finora le tesi cospirazioniste hanno giovato alla sua sfida politica: prima la denuncia delle “elezioni rubate da Joe Biden nel 2020” e poi l’attesa per le rivelazioni sull’assassinio di John F. Kennedy e sui clienti di Epstein sono state parte della narrazione che ha contribuito a riportarlo alla Casa Bianca. Avvalorando quanto lo storico Richard Hofstadter scrisse nel 1964 su Harper’s Magazine in merito all’“impatto delle paranoie sulla politica americana” a causa di una miscela di “esagerazioni, sospetti e fantasie” che dal XVIII secolo in poi hanno segnato la vita nazionale passando attraverso vicende roventi come gli “illuminati bavaresi” o la caccia alle streghe durante il maccartismo. L’Epsteingate rientra nella “Teoria Hofstadter”, come osserva il magazine New Yorker, perché solleva sospetti sulla partecipazione ai party a luci rosse che investono più personalità, da Bill Clinton ai top manager di Wall Street fino allo stesso Donald Trump. Ecco perché le rivelazioni del Wall Street Journal mettono il presidente in difficoltà: lui reagisce definendole “falsità” ma portano comunque acqua ai sospetti nei suoi confronti che serpeggiano in una base elettorale già segnata dalla recente frattura con l’ex paladino Elon Musk.

Da qui la necessità per Trump di riprendere le redini della narrazione sull’Epsteingate e la possibilità di conseguenti rivelazioni dagli effetti imprevedibili. Il giurista liberal di Harvard Alan Dershowitz, già avvocato di Epstein, assicura che non esiste una “lista dei clienti” redatta da chi organizzava i party ma precisa che l’Fbi “ha interrogato coloro che vi hanno partecipato” e che fra loro “non ci sono persone con cariche nel governo”. Ciò significa che l’Fbi conosce i nomi oggetto della curiosità pubblica ma ancora non li rivela.

Da qui all’avvenuto licenziamento di Maurene Comey, titolare delle indagini dell’Fbi su Epstein, il passo è breve. Con la complicazione, non indifferente, che si tratta della figlia dell’ex direttore dell’Fbi, James Comey. Ma l’attuale capo dell’Fbi, Kash Patel, nominato da Trump, continua a tenere il segreto sui nomi dei clienti di cui parla Dershowitz. E la sovrapposizione fra più presidenti, più direttori dell’Fbi e impenetrabili segreti evoca nel grande pubblico americano l’esistenza di un imprendibile “Deep State” - uno Stato dentro lo Stato – anch’esso tassello della teoria Hofstadter.

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