Milano, il merito e il rischio dell’agire pubblico
di Massimo AdinolfiVi è un numero di proposizioni, il cui significato rischia fatalmente di svuotarsi in frasi di circostanza, che si pronunciano in occasioni come quelle spalancate dall’inchiesta milanese, culminata con l’avviso di garanzia al sindaco Sala. Si tratti della sbandierata fiducia nel lavoro della magistratura o della presunzione d’innocenza per tutti gli indagati, delle professioni (pelose o no) di garantismo oppure delle tesi accusatorie abbracciate dai cosiddetti giustizialisti, pare impossibile sottrarsi a un gioco delle parti sempre più stantio.
Ma se si volessero porre invece domande serie, non ovvie, non scontate, per le quali non è disponibile una risposta semplice, preconfezionata? Se per esempio si riavvolgesse il nastro a prima degli avvisi di garanzia e delle richieste di arresto, a prima della bocciatura del Salva Milano e dei numerosi filoni investigativi aperti su svariati progetti edilizi già mesi fa, per domandare se esista o no in Italia — non solo a Milano — il problema…
Vi è un numero di proposizioni, il cui significato rischia fatalmente di svuotarsi in frasi di circostanza, che si pronunciano in occasioni come quelle spalancate dall’inchiesta milanese, culminata con l’avviso di garanzia al sindaco Sala. Si tratti della sbandierata fiducia nel lavoro della magistratura o della presunzione d’innocenza per tutti gli indagati, delle professioni (pelose o no) di garantismo oppure delle tesi accusatorie abbracciate dai cosiddetti giustizialisti, pare impossibile sottrarsi a un gioco delle parti sempre più stantio.
Ma se si volessero porre invece domande serie, non ovvie, non scontate, per le quali non è disponibile una risposta semplice, preconfezionata? Se per esempio si riavvolgesse il nastro a prima degli avvisi di garanzia e delle richieste di arresto, a prima della bocciatura del Salva Milano e dei numerosi filoni investigativi aperti su svariati progetti edilizi già mesi fa, per domandare se esista o no in Italia — non solo a Milano — il problema di un quadro normativo complesso, farraginoso, che da quando la materia edilizia è divenuta oggetto di legislazione concorrente fra Stato e Regioni rende la vita difficile al dirigente, al funzionario, al tecnico comunale?
Esiste e, se esiste, come si affronta il problema della burocrazia difensiva in quelle aree sensibili dell’azione amministrativa in cui si sommano diversi profili di responsabilità (politiche, amministrative, penali e civili) in un intreccio non sempre facile da disbrigare?
Non voglio mandare la palla in tribuna. Tutt’altro. Semplicemente non ho alcun interesse né, temo, la possibilità di stabilire la consistenza di ipotesi accusatorie ancora ben lontane dal vaglio processuale. Ma sono convinto che una domanda sulla qualità dell’azione amministrativa, sui suoi limiti, la sua efficienza e la sua efficacia vada posta, e però posta senza cavarsela con risposte banalmente formalistiche. Le quali sono sempre corrette, ci mancherebbe, ma, purtroppo, spesso vuote.
Ovvio che l’amministratore deve rispettare la legge fino all’ultima norma, ma non ci si può contentare di ribadire l’ovvio, senza chiedersi anche, ad esempio, se qualche problema non vi fosse già, a Palazzo Marino, viste le dimissioni di decine di dipendenti del Comune timorosi di apporre firme sotto atti amministrativi che sarebbero finiti sotto la lente degli inquirenti.
Si rischia facendo politica e si rischia pure lavorando per l’amministrazione, aveva commentato il sindaco di Milano. Domanda: vi sono ricerche che consentano di qualificare e misurare questo rischio? Il rischio della corruzione viene affrontato giustamente con gli strumenti penali e le inchieste (ben vengano). Ma quest’altro rischio, come lo si affronta? Oppure non esiste ed è solo un alibi per l’amministratore disonesto e il politico maneggione?
Sarà. Ma da un progetto di ricerca nazionale in corso, di cui è capofila proprio l’università Statale di Milano, apprendo che il sistema italiano presenta uno squilibrio tra responsabilità procedurale e rendicontazione dei risultati. La prima è molto sviluppata, in varie forme e declinazioni; la seconda molto meno.
Forse questo è un problema serio. Forse, accanto alla preoccupazione per gli episodi corruttivi che dovessero emergere, provare a correggere un simile squilibrio e a preoccuparsi di più dei risultati, vincolando a essi l’azione delle burocrazie pubbliche, è una risposta ai dubbi sollevati dalle inchieste milanesi meno estemporanea, meno emotiva, meno dettata dal risentimento populista che rimane — mi pare — l’umore fondamentale dell’opinione pubblica del nostro Paese, a destra come a sinistra.
Quanto al modello Milano, di grazia: di quali altri modelli di grandi città possiamo oggi parlare, in Italia, soprattutto se proviamo a guardare le cose con uno sguardo lungo, disteso nel tempo? Via il modello: come si governa, in alternativa, un territorio urbanistico complesso, in cui si vogliano innestare processi di sviluppo, di cambiamento?
Posso fare infine una domanda pure questa non retorica ma ai limiti dell’eresia? Eccola: quali telefonate può fare, quali pareri può sentire, quali opinioni può scambiare il sindaco di una metropoli che voglia prendersi il rischio, il merito e la responsabilità dell’agire pubblico? La risposta ovvia la conosco; quella reale, quella che mi soddisferebbe per davvero no, confesso di non conoscerla.