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Il veleno dell’antisemitismo

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Nulla di quel che sta accadendo a Gaza può giustificare l’identificazione di una persona come nemica per via della sua provenienza o della sua religione
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Il veleno dell’antisemitismo scorre nelle vene dell’Europa, e non ha mai smesso di farlo. L’ha condotta nell’abisso della sua storia, l’ha portata a pianificare lo sterminio di sei milioni di ebrei, l’ha spinta fino a un punto che si credeva di non ritorno e invece anni di lavoro e di testimonianze e di verità e di raziocinio sembravano aver creato un argine. Noi che siamo cresciuti leggendo Anna Frank a 10 anni e Primo Levi a 14, che abbiamo ascoltato attoniti le testimonianze di Liliana Segre, Edith Bruck, Sami Modiano, portandole nelle scuole, noi che abbiamo pianto di vergogna per quel che siamo stati capaci di fare — nazisti e fascisti insieme, Germania e Italia insieme — dobbiamo dirci qui, ora, che quell’argine era immaginario e che quel veleno non è scomparso.

Nulla di quel che sta accadendo a Gaza — il rischio di un genocidio e di una pulizia etnica che vengono teorizzati dalla destra messianica e che sembrano portati avanti con pervicacia dal governo di Benjamin Netanyahu — …

Il veleno dell’antisemitismo scorre nelle vene dell’Europa, e non ha mai smesso di farlo. L’ha condotta nell’abisso della sua storia, l’ha portata a pianificare lo sterminio di sei milioni di ebrei, l’ha spinta fino a un punto che si credeva di non ritorno e invece anni di lavoro e di testimonianze e di verità e di raziocinio sembravano aver creato un argine. Noi che siamo cresciuti leggendo Anna Frank a 10 anni e Primo Levi a 14, che abbiamo ascoltato attoniti le testimonianze di Liliana Segre, Edith Bruck, Sami Modiano, portandole nelle scuole, noi che abbiamo pianto di vergogna per quel che siamo stati capaci di fare — nazisti e fascisti insieme, Germania e Italia insieme — dobbiamo dirci qui, ora, che quell’argine era immaginario e che quel veleno non è scomparso.

Nulla di quel che sta accadendo a Gaza — il rischio di un genocidio e di una pulizia etnica che vengono teorizzati dalla destra messianica e che sembrano portati avanti con pervicacia dal governo di Benjamin Netanyahu — può giustificare l’identificazione di una persona come nemica, o colpevole, per via della sua provenienza o della sua religione. Di una kippah portata in testa mentre si accompagna un bambino di sei anni in bagno in autogrill. Non possiamo definire quel che è successo a Lainate — persone che hanno prima insultato e poi aggredito un ebreo francese davanti a suo figlio — una conseguenza di quel che accade a Gaza. Sarebbe una spiegazione comoda e confortante al punto da impedirci di guardare in profondità e vedere che lì, nelle viscere della giusta protesta in difesa del popolo e di uno Stato palestinese, si annida — intorbidendo le acque — lo stesso antisemitismo che ha portato ai pogrom antiebraici dell’‘800 e all’Olocausto nel ‘900.

Non è semplice accettare che da quella che riteniamo la nostra parte, la parte che sente la tragedia di Gaza come una colpa collettiva e pensa che il terribile massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023 non la giustifichi in alcun modo, ci sia chi sta solo manifestando una volta di più il suo odio verso gli ebrei. Il suo razzismo. Il suo istinto peggiore: scambiare un innocente per un nemico solo in base a quel che è. Al Dio che prega. Al suo passaporto. Li abbiamo visti ovunque e abbiamo pensato: sono una minoranza. Nelle piazze per la Pace a gridare “Palestina libera dal fiume al mare”; nelle università americane a prendersela con gli studenti ebrei. Il fatto che la reazione di Donald Trump sia — negli atenei statunitensi — di un razzismo uguale e contrario e che stia ora perseguitando chi ha protestato contro la guerra a Gaza, non può consolarci. Non possiamo accettare che a Roma, Milano, Parigi, Londra, i ragazzini che frequentano le scuole ebraiche debbano stare attenti a quel che indossano. Né che a un israeliano che entri in un ristorante si chieda un’abiura, che si cerchi di far tacere chi prende parola in una conferenza, o un convegno, se è ebreo o se ha a cuore la sicurezza di Israele. Non possiamo confondere il diritto alla protesta in favore dei palestinesi con il diritto a odiare un altro popolo.

Non sarà l’odio verso gli ebrei a salvare i palestinesi dall’orrore che stanno vivendo dopo il 7 ottobre o per le violenze continue, incessanti, illecite, dei coloni israeliani. Così come nessuna vendetta di Israele contro il terrorismo di Hamas potrà mai portare la pace. Noi che abbiamo il privilegio di non dover sopravvivere a un figlio che muore di fame o per le bombe di Israele accanto a noi. Noi che non dobbiamo sentirci in pericolo ogni volta che suona un allarme, e correre dentro a un rifugio. Ecco, noi siamo quelli che hanno il dovere di distinguere tra quel che è protesta e quel che è antisemitismo. E rigettare il veleno che ci ha pervasi per poi portarci a dire “mai più”, contro Primo Levi che nella sua disperazione avvisava: può succedere ancora. Il sondaggio di YouTrend pubblicato sabato da Repubblica mostra che gli italiani sono in grado di distinguere tra condanna dell’operato di Netanyahu e antisemitismo, ma che l’odio verso gli ebrei cresce. Non ci sono giustificazioni per questo, nessuna buona causa può essere chiamata a sostegno del disprezzo nei confronti di un popolo o di un credo. Pensavamo di essere fuori da quella Storia, dovremmo cercare di essere all’altezza di quell’illusione.

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