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Due guerre intollerabili

(reuters)

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A Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu la guerra serve per interesse personale, ma getta un’ombra sinistra sugli Stati che governano
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Non a caso il presidente Mattarella, nel suo discorso di due giorni fa alla cerimonia del Ventaglio, ha accostato la “sconvolgente” situazione di Gaza con l’“angosciosa” guerra della Russia in Ucraina. Perché queste due crisi, delle quali non si intravede una fine in un prossimo futuro, hanno un elemento in comune, che le rende inaccettabili: la guerra per Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu è uno strumento di potere, una garanzia di sopravvivenza politica. Serve ai loro interessi personali, ma getta un’ombra sinistra sugli Stati che governano. Difatti su entrambi pende un mandato della Corte penale internazionale.

Il premier israeliano finirebbe sotto processo in patria se perdesse il suo status e questo ne fa un ostaggio dell’estrema destra, di ministri fanatici come Smotrich e Ben Givr, e lo porta a non curarsi della sorte dei cinquanta ostaggi rimasti, per cercare quella “vittoria totale” su Hamas che prolunga le inutili violenze a Gaza. Il presidente russo, se non riuscisse a con…

Non a caso il presidente Mattarella, nel suo discorso di due giorni fa alla cerimonia del Ventaglio, ha accostato la “sconvolgente” situazione di Gaza con l’“angosciosa” guerra della Russia in Ucraina. Perché queste due crisi, delle quali non si intravede una fine in un prossimo futuro, hanno un elemento in comune, che le rende inaccettabili: la guerra per Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu è uno strumento di potere, una garanzia di sopravvivenza politica. Serve ai loro interessi personali, ma getta un’ombra sinistra sugli Stati che governano. Difatti su entrambi pende un mandato della Corte penale internazionale.

Il premier israeliano finirebbe sotto processo in patria se perdesse il suo status e questo ne fa un ostaggio dell’estrema destra, di ministri fanatici come Smotrich e Ben Givr, e lo porta a non curarsi della sorte dei cinquanta ostaggi rimasti, per cercare quella “vittoria totale” su Hamas che prolunga le inutili violenze a Gaza. Il presidente russo, se non riuscisse a concludere positivamente l’“operazione militare speciale” in Ucraina perderebbe la faccia e il consenso di cui continua a godere, soprattutto nella parte più occidentale della Russia poco toccata dalla guerra (mentre la parte orientale è per lui carne da cannone). Per questo continua a bombardare Kiev, come ha fatto ancora massicciamente la notte scorsa uccidendo anche un bambino, e prosegue l’offensiva al fronte al prezzo di decine di migliaia di morti. Di giorno a Gaza si muore per i proiettili dell’Idf sulla popolazione affamata. Di notte si muore a Kiev per i missili dell’Armata russa sui civili che dormono nelle loro case.

C’è un altro elemento che accomuna Putin e Nethanyahu. Entrambi si fanno beffe delle pressioni e degli ultimatum di Donald Trump e questo manda su tutte le furie il presidente americano. Il quale, dopo aver dichiarato che a Gaza c’è “una vera carestia” (contraddicendo il premier israeliano) e di avere “vari piani” per la Striscia, ha finito per limitarsi a inviare in Israele il suo negoziatore Steve Witkoff — che su entrambi i fronti fa collezione di insuccessi — e a dare tutte le colpe a Hamas. Che, come ha scritto ieri, deve “ARRENDERSI E RILASCIARE GLI OSTAGGI!!!” (nel consueto stile imperativo fatto di maiuscole ed esclamativi).

Putin, a sua volta, ignora gli ultimatum di Trump sulle sanzioni “durissime” che il tycoon annuncia sempre con molte maiuscole e punti esclamativi. La risposta del Cremlino all’ultima minaccia della Casa Bianca è stata glaciale, quasi irridente: “Prendiamo nota”. Trump, che prima di essere rieletto aveva annunciato che avrebbe posto fine alla guerra in un giorno, non nasconde più ormai la sua frustrazione di fronte ai bluff dell’ex colonnello del Kgb, che dopo aver parlato con lui con toni distensivi, appena mette giù il telefono ordina altri bombardamenti sulle città ucraine.

Anche Trump, insieme con Putin e Nethanyahu, rientra il quel quadro poco incoraggiante della situazione internazionale descritto da Mattarella, inserito nella lista di proscrizione dei “russofobi”, secondo la linea di comunicazione del Cremlino sempre più aggressiva e impudente. “Oggi molti protagonisti della vita internazionale aspirano a essere temuti più che stimati e ammirati”. Il presidente russo e il premier israeliano, con le loro guerre, e il presidente americano con i suoi annunci roboanti, sovente mendaci, rispondono perfettamente a questa descrizione.

Delle due guerre quella a Gaza sembra meno lontana, ancorché in un futuro non prossimo, da una conclusione. Perché almeno qualcosa si sta muovendo anche se per ora sono più intenzioni che azioni. L’annuncio del riconoscimento dello Stato palestinese da parte di vari Paesi, tra cui due pesi massimi come Francia e Gran Bretagna (membri permanenti con diritto di veto del Consiglio di sicurezza dell’Onu), e lo stesso documento della Lega araba — con Paesi influenti come Qatar, Egitto e Turchia — in cui si chiede il disarmo e la rinuncia al potere di Hamas sulla Striscia: sono segnali ancora labili, ma non trascurabili.

In Ucraina, invece, segnali non ce ne sono. Anzi, semmai vanno verso un prolungamento della guerra su tempi infiniti. Non aiuta a sperare in esiti diversi l’“errore gratuito”, come lo ha definito il Financial Times con linguaggio tennistico, di Volodymyr Zelensky: la legge che toglieva l’indipendenza alle due agenzie anti-corruzione, Nabu e Sapo. Ieri, con una maggioranza schiacciante, il Parlamento ha approvato la nuova legge, imposta in grande misura dalle proteste di piazza, che ne ripristina l’autonomia. L’errore è stato rimediato, ma la ferita nella società civile ucraina resta aperta. Perché la piaga della corruzione è endemica (nel mirino delle due agenzie ci sono 31 membri dell’attuale Parlamento e 40 ex parlamentari). Perché lo stesso “cerchio magico” del presidente non ne è esente. Perché la vicenda conferma il potere enorme (e nefasto per molti) dell’eminenza grigia Andrij Jermak, il capo di gabinetto di Zelensky, fautore della legge poi revocata. Infine perché l’“errore gratuito” del presidente macchia l’immagine della democrazia ucraina, mina il morale delle truppe al fronte e incoraggia la diserzione e le fughe all’estero. Putin non aveva proprio bisogno di questo regalo.

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