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I cattivi maestri della scuola

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Migliaia di insegnanti ogni giorno, in condizioni di lavoro incerte, rendono l’aula uno spazio di liberazione e non di asservimento. Sarebbe il caso di ricordarlo a chi si nasconde dietro una (bellissima) parola mentre continua a dettare elenchi di ciò che si deve e non si deve fare
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C’è una questione che, in questi tempi feroci, potrebbe essere considerata vezzo di chi «ha tanto tempo e anche il lusso di sprecarlo» (cit.). Ed è quella delle parole che usiamo parlando di scuola. Marco Rossi Doria aveva notato qualche anno fa come avesse preso piede una lingua piena di metafore bellicistiche: trincea, battaglia, nemici, lotta. Oggi a queste parole se ne sono affiancate altre, antiche eppure di nuovo attuali: patria, identità, disciplina ecc.

Attraverso queste parole sintomo abbiamo visto emergere alcune interpretazioni, poi diventate scelte politiche, come quelle improntate al nostalgismo che vede nella scuola del “presente” una scuola sempre peggiore rispetto a quella del “passato”.

Una postura che esiste fin dalle origini del nostro sistema scolastico ma che ha assunto un accento antiriformista bipartisan, per cui siamo passati dal “mito della riforma” (da un saggio di Angelo Semeraro) all’incubo delle riforme, come aveva notato Paolo Giovannetti in L’istruzion…

C’è una questione che, in questi tempi feroci, potrebbe essere considerata vezzo di chi «ha tanto tempo e anche il lusso di sprecarlo» (cit.). Ed è quella delle parole che usiamo parlando di scuola. Marco Rossi Doria aveva notato qualche anno fa come avesse preso piede una lingua piena di metafore bellicistiche: trincea, battaglia, nemici, lotta. Oggi a queste parole se ne sono affiancate altre, antiche eppure di nuovo attuali: patria, identità, disciplina ecc.

Attraverso queste parole sintomo abbiamo visto emergere alcune interpretazioni, poi diventate scelte politiche, come quelle improntate al nostalgismo che vede nella scuola del “presente” una scuola sempre peggiore rispetto a quella del “passato”.

Una postura che esiste fin dalle origini del nostro sistema scolastico ma che ha assunto un accento antiriformista bipartisan, per cui siamo passati dal “mito della riforma” (da un saggio di Angelo Semeraro) all’incubo delle riforme, come aveva notato Paolo Giovannetti in L’istruzione spiegata ai professori (Ets, 2006).

Dunque restando sul sintomo, cioè sulle parole, non si può non osservare come la parola dell’estate sia una new entry assoluta: la parola Magister. Sta nelle Nuove indicazioni nazionali: «Troppo spesso si dimentica che un insegnante è magis (da cui magister) “di più”, e che può essere volano del desiderio di apprendere di un allievo. Come tale egli può diventare un punto di riferimento essenziale del percorso di formazione dello studente».

In questo caso la parola in latino è usata in modo puramente identitario: il latinorum di manzoniana memoria serve a intorbidire le acque, facendo passare per autorevole quella che altro non è se non una pedagogia del buon senso. Il maestro può essere volano del desiderio di apprendere di un allievo. Può, nemmeno deve.

Ma da quando “il buon senso” ha sostituito la ricerca pedagogica? La pratica didattica? E poi come notava Gianni Rodari: «Dice un proverbio dei tempi andati: “Meglio soli che male accompagnati”. Io ne so uno più bello assai: “In compagnia lontano vai”».

C’è, insomma, buon senso e buon senso, così come c’è Magister e Magister. Per questo suggerisco la lettura dell’ultimo saggio del latinista Ivano Dionigi Magister (Laterza). Sottotitolo: la scuola la fanno i maestri non i ministri. Ecco appunto.

Dionigi cita, fra gli altri, Walter Benjamin: «Far uscire i ragazzi dal loro stato di umiliazione e di minorità e incoraggiarli verso “cose grandi, nuove, future”, a mostrare i loro volti, a fare sentire la loro voce, a non essere clandestini; ad avvertire che il loro tempo è ora, non domani; che hanno il futuro nel sangue e il privilegio di dare del tu al tempo».

Che passaggio bellissimo. Come si concilia con il Magister che si riconosce nel decreto sicurezza e nella rinnovata centralità del voto in condotta? «Non esiste una professione di maggior privilegio. Risvegliare in un altro essere umano forze e sogni superiori alle proprie; indurre in altri l’amore per quello che amiamo; fare del loro intimo presente il loro futuro» (George Steiner).

Vengono in mente maestri come Massimo Mila e Ada Gobetti, che quando è servito hanno saputo dire no e trasformare il loro intimo presente nel nostro futuro. Viene in mente Carla Melazzini, il suo lavoro con i ragazzi di strada di Napoli.

Vengono in mente le migliaia di magistri e magistrae, maestri e maestre, che ogni giorno, in condizioni di lavoro incerte, entrano a scuola e rendono l’aula uno spazio di liberazione e non di asservimento, come invitava a fare il maestro Mario Lodi tanti anni fa, l’intellettuale femminista bell hooks in anni più recenti.

Ancora Dionigi scrive: «Sono le nostre ragazze e i nostri ragazzi che dal profondo Sud all’estremo Nord, pur difformi nella preparazione scolastica, scontano le stesse contraddizioni e coltivano le stesse aspirazioni: sono loro che fanno la bellezza, la speranza e l’unità del Paese, diviso e sfigurato dalla rappresentazione della politica».

Ecco, la scuola la fanno i Maestri (e le Maestre) e i ragazzi e le ragazze. Sarebbe il caso di ricordarlo anche a chi si nasconde dietro questa (bellissima) parola mentre continua a dettare elenchi di ciò che si deve e ciò che non si deve insegnare.

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