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Summit con Putin, la prova più difficile di Trump

Vladimir Putin 

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Il possibile summit con Vladimir Putin si annuncia per Donald Trump come la prova più difficile in politica estera da quando si è insediato alla Casa Bianca. Il motivo è che il leader del Cremlino si è rivelato l’avversario più abile e determinato della Casa Bianca. Negli ultimi quattro mesi gli inviati Usa gli hanno proposto più piani di intesa, corredati da mappe, che consentono a Mosca di continuare a controllare gran parte dei territori ucraini occupati ma il Cremlino li ha sempre respinti rilanciando tre richieste di fondo: il disarmo di Kiev, la sua non adesione alla Nato e la sostituzione di Volodymir Zelensky con un leader più vicino alla Russia. Ovvero, la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato vassallo di Putin in maniera assai simile a quanto è già la Bielorussia. Tale posizione russa ha mandato Trump su tutte le furie, lo ha portato ad avvicinarsi alle posizioni degli alleati europei, a riprendere la fornitura di armi antiaeree a Kiev e a compiere due mosse molto aggress…

Il possibile summit con Vladimir Putin si annuncia per Donald Trump come la prova più difficile in politica estera da quando si è insediato alla Casa Bianca. Il motivo è che il leader del Cremlino si è rivelato l’avversario più abile e determinato della Casa Bianca. Negli ultimi quattro mesi gli inviati Usa gli hanno proposto più piani di intesa, corredati da mappe, che consentono a Mosca di continuare a controllare gran parte dei territori ucraini occupati ma il Cremlino li ha sempre respinti rilanciando tre richieste di fondo: il disarmo di Kiev, la sua non adesione alla Nato e la sostituzione di Volodymir Zelensky con un leader più vicino alla Russia. Ovvero, la trasformazione dell’Ucraina in uno Stato vassallo di Putin in maniera assai simile a quanto è già la Bielorussia. Tale posizione russa ha mandato Trump su tutte le furie, lo ha portato ad avvicinarsi alle posizioni degli alleati europei, a riprendere la fornitura di armi antiaeree a Kiev e a compiere due mosse molto aggressive: l’invio di un numero imprecisato di sottomarini nucleari “nelle regioni appropriate” e il raddoppio dei dazi all’India per sanzionare il suo acquisto di petrolio russo.

Nel primo caso, come commenta l’ex comandante supremo della Nato, l’ammiraglio James Stavridis, “annunciare sui social lo spostamento di sommergibili nucleari” significa esercitare sulla Russia una pressione strategica senza precedenti perché si tratta degli armamenti più segreti e offensivi a disposizione del Pentagono. Nel secondo caso, colpire l’export di petrolio russo verso New Delhi — stimato da Brookings Institution in 52,7 miliardi dollari l’anno — significa voler colpire la maggior fonte di entrate economiche annuali di Mosca, che consentono a Putin di sostenere i costi della guerra in Ucraina. Se l’India è infatti il secondo acquirente di petrolio russo, il primo è la Cina mentre la Turchia è il terzo, seguita da Bielorussia, Kazakhstan e Brasile. Adoperare i dazi per punire l’export di greggio russo implica la scelta di Trump di trasformare la guerra commerciale globale in un’arma politica tesa a rafforzare l’assedio delle sanzioni a Mosca. Da qui lo scenario di una morsa con cui Trump stringe Putin — più dazi e più sommergibili nucleari — per obbligarlo a maggiori spese militari nel momento in cui lo priva di risorse economiche strategiche.

È una tattica che descrive la necessità della Casa Bianca di ottenere in tempi stretti delle concessioni dal Cremlino, facendo comprendere a Putin che il tempo non gioca più a suo favore. Per questo l’inviato Usa, Steve Witkoff, ha trascorso tre ore di colloqui con il leader russo. La pressione di Trump è tutta sulla persona dello zar. E Putin sembra aver compreso le caratteristiche del match visto che, prima dell’arrivo di Witkoff, ha chiamato il premier israeliano Benjamin Netanyahu per consultarsi con lui — secondo fonti diplomatiche — sul modo migliore per gestire l’accelerazione dell’offensiva di Trump.

Lo scenario di un possibile summit negli Emirati Arabi Uniti, con il presidente Sheikh Mohammed bin Zayed Al Nahyan nel ruolo di anfitrione, suggerisce che il canale dei Paesi del Golfo resta quello considerato più valido da Mosca e Washington, proprio come avvenne per i primi incontri Usa-Russia in Arabia Saudita sotto l’egida di Mohammed Bin Salman. Per il semplice motivo che è l’energia il terreno sul quale Trump e Putin vogliono ricostruire un rapporto diretto, a patto di chiudere la guerra in Ucraina. Non a caso Witkoff al Cremlino ha avuto anche un incontro ad hoc con il presidente del fondo sovrano russo, Krill Dmitriev.

Ma la strada verso il primo summit Usa-Russia dal 2021 resta tutta in salita. A dimostralo ci sono le differenti posizioni americane e russa sulla modalità tecnica della partecipazione di Zelensky al possibile incontro negli Emirati per quanto svelano: Putin si oppone perché vuole allontanarlo dal potere a Kiev mentre Trump vuole coinvolgerlo perché sembra averlo accettato come interlocutore, anche grazie alle pressioni degli alleati europei. A questo bisogna aggiungere che Trump e Putin sono leader entrambi imprevedibili, che piegano le regole ai loro interessi del momento e non esitano a giocare pericoloso. Da qui lo scenario di un summit che si presenta come il frutto delle pressioni di Trump su Putin ma durante il quale può avvenire di tutto, cortocircuiti inclusi. Perché entrambi i protagonisti puntano a prevalere sull’altro e nessuno di loro può permettersi di sbagliare: il presidente americano ha bisogno di un successo in Ucraina per mantenere le promesse fatte agli elettori mentre il capo del Cremlino deve uscire a testa alta da un conflitto che non riesce a vincere.

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