Il partito della sicurezza, la Lega, il partito che non conosce eccesso di legittima difesa, il partito della castrazione chimica, il partito che sbatte in carcere e butta via la chiave, il partito che difende i confini, blocca le navi ed espelle i migranti, è al governo. Da quasi tre anni.
C’è stato anche prima, al governo, in maggioranze diverse da quella, più omogenea, affidata da tre anni a questa parte alla guida non tenera né amorevole di Giorgia Meloni, che, quando può, inasprisce le pene e introduce nuovi reati. Che riconosce il nemico pubblico numero uno nell’occupante abusivo di immobili o nel giovane che si sballa nei rave party. Che rende la vita difficile alle madri detenute. Che inventa il nuovo comportamento criminoso della resistenza passiva.
Che penalizza sempre più severamente il consumo di droghe leggere e spesso e volentieri vede nell’extracomunitario nient’altro che un potenziale spacciatore, nel musulmano che frequenta la moschea nient’altro che un potenziale t…
Il partito della sicurezza, la Lega, il partito che non conosce eccesso di legittima difesa, il partito della castrazione chimica, il partito che sbatte in carcere e butta via la chiave, il partito che difende i confini, blocca le navi ed espelle i migranti, è al governo. Da quasi tre anni.
C’è stato anche prima, al governo, in maggioranze diverse da quella, più omogenea, affidata da tre anni a questa parte alla guida non tenera né amorevole di Giorgia Meloni, che, quando può, inasprisce le pene e introduce nuovi reati. Che riconosce il nemico pubblico numero uno nell’occupante abusivo di immobili o nel giovane che si sballa nei rave party. Che rende la vita difficile alle madri detenute. Che inventa il nuovo comportamento criminoso della resistenza passiva.
Che penalizza sempre più severamente il consumo di droghe leggere e spesso e volentieri vede nell’extracomunitario nient’altro che un potenziale spacciatore, nel musulmano che frequenta la moschea nient’altro che un potenziale terrorista, nel rom che bivacca nei campi ai margini della città un potenziale, e pure incallito, ladro d’appartamenti. I cui figli, minori di quattordici anni, si mettono magari al volante di un auto e investono mortalmente una passante.
Un partito così acciuffa quei ragazzini, criminalizza senza attenuanti i genitori, e senza aspettare che i giudici si pronuncino rade al suolo il campo espellendo, se possibile, tutti i suoi occupanti: basta leggere le dichiarazioni in tal senso del suo segretario federale, nonché vicepremier, Matteo Salvini.
Un partito così, e una coalizione così — a tolleranza zero, e intolleranza cento — dopo i fatti di Milano dovrebbe in realtà tenere una conferenza stampa e dire: sì, però. Sì, però, da quando siamo noi al governo.
Oppure: sì, è vero che l’incidente di Milano è un segnale preoccupante, ma non vedete che da tre anni a queste parte, grazie ai decreti sicurezza, grazie ai nuovi articoli del codice penale, grazie all’impegno delle forze dell’ordine e all’instancabile opera del ministro dell’Interno, il Paese è un Paese più sicuro, le città sono più tranquille, nelle vie, nei porti, nelle piazze, nelle case l’ordine pubblico regna sovrano, le aiuole fioriscono, i malintenzionati girano alla larga e gli schiamazzi cessano sul far della sera?
Invece no. Invece il segretario della Lega Salvini, nonché vicepremier, parla come se non condividesse, da quasi tre anni, responsabilità di governo (più quelle assunte negli anni del primo ministero Conte e negli anni del governo Draghi: nei sette anni circa delle ultime due legislature la Lega è stata al governo per anni cinque e mesi nove), come se fosse ancora sui banchi dell’opposizione a incalzare una maggioranza di sinistra buonista, lassista e inefficiente, come se non avesse già fatto leggi, steso provvedimenti, sollecitato sgomberi e immancabilmente rilasciato dichiarazioni contro l’immigrato, l’abusivo, il piccolo delinquente, lo zingaro e il giovinastro.
È la politica, naturalmente, e si vuol dire: è la propaganda. Ma è la propaganda in un tempo in cui è sempre più difficile ancorare i sistemi di comunicazione al loro compito istituzionale di istruire, di informare o formare intorno ai sistemi d’azione. No, la distinzione fra i due sistemi è caduta, e ogni atto comunicativo è prima di tutto, in quanto atto, un’azione anch’essa, in grado di produrre effetti sull’insieme della società a prescindere da quanto istruisca, formi o informi.
L’efficacia di una dichiarazione di Salvini — o delle Bestie comunicative che lavorano per lui — è del tutto svincolata da obblighi di verità, ed è un’impresa vana provare ad ancorarla a una qualche forma di responsabilità, presente o passata.
Di cosa infatti risponde, Salvini? Solo di ciò che conviene o non conviene alla proposta comunicativa della Lega, alla divisa di partito dell’ordine e della sicurezza, che ricaccia i migranti là da dove sono venuti (anche se nessun conforto viene dai numeri), che se la prende con gli extracomunitari che delinquono (come se essere extracomunitari comportasse di per sé una propensione a delinquere), che di fronte a qualunque problema di ordine e di legalità tra la misura penale e la misura sociale preferisce sempre e soltanto la prima (come se da qualche parte si fosse dimostrato che la prima sia sempre più efficace della seconda, e non il contrario).
Se a tutto ciò si aggiunge la competizione interna alla destra, per cui occorre arrivare sempre davanti a Fratelli d’Italia nel dare addosso all’immigrato, al rom o al musulmano, e forse anche la competizione interna alla Lega medesima, per cui ci sarà sempre un Vannacci che la potrà sparare più grossa (mentre il versante pragmatico, produttivista e raziocinante è nelle mani dei governatori locali), si ha — Ponte o non Ponte — il quadro preciso, e funesto, della collocazione politica di Matteo Salvini, vicepremier.