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Kiev-Bruxelles, l’incrocio di due destini

17 agosto, Volodymyr Zelensky e Ursula von der Leyen in videocollegamento con i volenterosi 

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La vera posta in gioco, nel vertice euro-americano, è far capire a Trump che non può essere arbitro e giocatore insieme
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Dopo che Trump e Putin hanno giocato a spartirsi il mondo tra le nevi dell’Alaska con magri risultati, la realtà fa irruzione a Washington con l’arrivo di Zelensky e dei leader europei riuniti nel gruppo dei volenterosi.

Vanno dal presidente americano per ricordargli che, senza di loro, nessuna pace è possibile. Ma anche, e soprattutto, per cercare di capire se gli Stati Uniti, nonostante il tappeto rosso steso ai piedi di un criminale di guerra, siano ancora veramente impegnati a difendere l’Ucraina e le democrazie europee dall’aggressione russa. Perché questa oggi è la vera incognita che grava sugli equilibri mondiali.

La risposta non è affatto scontata. Molti osservatori hanno considerato che il vertice russo-americano di Anchorage si sia risolto in un successo per Putin e in uno smacco per Trump. Questo è indubbiamente vero se l’obiettivo del presidente Usa fosse stato quello, dichiarato, di costringere il Cremlino ad accettare un cessate il fuoco e una realistica soluzione…

Dopo che Trump e Putin hanno giocato a spartirsi il mondo tra le nevi dell’Alaska con magri risultati, la realtà fa irruzione a Washington con l’arrivo di Zelensky e dei leader europei riuniti nel gruppo dei volenterosi.

Vanno dal presidente americano per ricordargli che, senza di loro, nessuna pace è possibile. Ma anche, e soprattutto, per cercare di capire se gli Stati Uniti, nonostante il tappeto rosso steso ai piedi di un criminale di guerra, siano ancora veramente impegnati a difendere l’Ucraina e le democrazie europee dall’aggressione russa. Perché questa oggi è la vera incognita che grava sugli equilibri mondiali.

La risposta non è affatto scontata. Molti osservatori hanno considerato che il vertice russo-americano di Anchorage si sia risolto in un successo per Putin e in uno smacco per Trump. Questo è indubbiamente vero se l’obiettivo del presidente Usa fosse stato quello, dichiarato, di costringere il Cremlino ad accettare un cessate il fuoco e una realistica soluzione negoziale per la guerra in Ucraina. Putin non ha concesso nulla ed è ripartito incassando una nuova legittimità internazionale e un assordante silenzio sulle sanzioni minacciate da Washington in caso di mancato accordo.

Ma se il vero obiettivo di Trump fosse stato invece quello di defilarsi dal sostegno a Kiev e di ritagliarsi un ruolo “terzo”, da mediatore teoricamente equidistante, sganciandosi dall’alleanza politica e militare con l’Ucraina e l’Europa, mettendosi nella posizione di esercitare una più forte pressione su Zelensky, lasciando agli europei l’onere di opporsi a un accordo giugulatorio proposto da Mosca, allora si può considerare che il presidente americano si sia molto avvicinato al suo scopo.

Le prime dichiarazioni di fonte Usa, da Rubio a Witkoff, lasciano intendere proprio questo: Washington sembra prendere seriamente in considerazione una lista di proposte russe che, secondo il presidente francese Macron, equivarrebbero a una «capitolazione» di Kiev.

I leader europei che arrivano oggi (lunedì 18 agosto) a Washington, di cui fortunatamente fa parte anche l’italiana Meloni, possono riscuotere i dividendi di un indubbio successo politico: senza di loro Trump e Putin non sono in condizioni di decidere le sorti della guerra in Ucraina.

Nel momento che molti considerano di sua massima debolezza, l’Europa non è mai stata così forte. Non era mai successo, dopo la fine della seconda guerra mondiale, che le capitali del vecchio continente riuscissero a tenere in scacco contemporaneamente Mosca e Washington. La risolutezza con cui Berlino, Londra, Parigi e, sia pur con qualche tentennamento, Roma hanno sostenuto il diritto internazionale, i valori democratici e le ragioni dell’Ucraina ha avuto un prezzo salato. Ma ora sta pagando dividendi forse inaspettati.

E tuttavia la partita che gli europei devono giocare è ancora più complessa. La loro missione a Washington non è solo quella di sostenere le ragioni di Zelensky e di dimostrare di essere imprescindibili per decidere il destino dell’Ucraina. Questi obiettivi, fino a poco fa apparentemente inarrivabili, sono già stati in gran parte raggiunti.

La vera posta in gioco, nel vertice euro-americano, è far capire a Trump che non può essere arbitro e giocatore insieme. Che il suo ruolo di mediatore auto-nominato per propiziare una pace ingiusta non è credibile. Gli Stati Uniti dovrebbero avere una funzione cruciale nel fornire a Kiev quelle garanzie di sicurezza indispensabili per fermare l’aggressività di Putin, ma non possono farlo e allo stesso tempo rivendicare una presunta “terzietà” nel conflitto in corso.

Se il ruolo di garanti dell’Ucraina verrà lasciato solo agli europei, e se essi riusciranno a farvi fronte, alla fine sarà con loro che Putin dovrà negoziare. In tal caso il vertice di Anchorage sarà servito al Cremlino per mettere l’America fuori gioco in una partita da cui dipendono gli equilibri futuri dell’umanità. Nemmeno Trump, forse, può permettersi un simile errore.

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