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Il commercio come arma politica

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Negli ultimi anni il fenomeno è diventato sempre più evidente, per ultimo con i dazi di Trump. I limiti e le sfide per le aziende
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Siamo abituati a pensare al commercio internazionale come a un fenomeno puramente economico. I dazi servono a proteggere i produttori domestici e, per i paesi più grandi, a migliorare le ragioni di scambio. Ma, come scriveva già nel 1945 l’economista Albert Hirschman, la politica commerciale è anche una potente arma geopolitica. I dazi possono essere usati come il bastone e la carota: se fai quello che ti chiedo, ti apro il mio mercato, altrimenti resti fuori. A conferma di questo, gli accordi di libero scambio sono più frequenti tra paesi che condividono obiettivi strategici e hanno istituzioni politiche simili tra loro.

Negli ultimi anni, la dimensione geopolitica della politica commerciale è diventata più evidente. L’emergere della Cina come superpotenza, le crescenti tensioni internazionali, e ora la concentrazione di potere nelle mani del presidente degli Stati Uniti, ne hanno esasperato l’importanza. Nelle democrazie liberali, l’uso di strumenti economici per obiettivi geopolit…

Siamo abituati a pensare al commercio internazionale come a un fenomeno puramente economico. I dazi servono a proteggere i produttori domestici e, per i paesi più grandi, a migliorare le ragioni di scambio. Ma, come scriveva già nel 1945 l’economista Albert Hirschman, la politica commerciale è anche una potente arma geopolitica. I dazi possono essere usati come il bastone e la carota: se fai quello che ti chiedo, ti apro il mio mercato, altrimenti resti fuori. A conferma di questo, gli accordi di libero scambio sono più frequenti tra paesi che condividono obiettivi strategici e hanno istituzioni politiche simili tra loro.

Negli ultimi anni, la dimensione geopolitica della politica commerciale è diventata più evidente. L’emergere della Cina come superpotenza, le crescenti tensioni internazionali, e ora la concentrazione di potere nelle mani del presidente degli Stati Uniti, ne hanno esasperato l’importanza. Nelle democrazie liberali, l’uso di strumenti economici per obiettivi geopolitici è limitato da vincoli legali e da una burocrazia indipendente. I regimi autoritari, invece, possono fare un uso più discrezionale e spregiudicato dei poteri dello stato, e gli Stati Uniti hanno imboccato questa strada. Nelle scorse settimane, il presidente Trump non ha esitato a imporre dazi del 50% sulle importazioni dal Brasile (colpevole di processare “ingiustamente” l’ex presidente Bolsonaro) e dall’India (per gli acquisti di petrolio russo), ha minacciato il Canada di ritorsioni commerciali per aver riconosciuto lo Stato palestinese, e prima ancora aveva usato i dazi per imporre a Messico e Canada di fermare l’immigrazione clandestina e il traffico di fentanyl.

L’uso di strumenti economici per influire sulle scelte politiche di altri paesi, però, è una strada sdrucciolevole. Si sa dove si comincia, ma non dove si va a finire. Se il presidente degli Stati Uniti è libero di imporre dazi punitivi su paesi alleati perché non ne condivide le scelte di politica interna o internazionale, perché dovrebbe limitarsi ai dazi? Potrebbe usare armi ancora più potenti, come restrizioni alle esportazioni di beni e servizi finanziari, tecnologici, o energetici. Finora questo non è avvenuto, se non per paesi ostili come Iran e Russia, o percepiti come una minaccia strategica, come la Cina. Ma nulla garantisce che continuerà a essere così anche in futuro. La politicizzazione esasperata del commercio internazionale costringerà molti paesi a ridurre le loro relazioni economiche con gli Stati Uniti, dividerà il mondo in blocchi contrapposti e ridurrà la crescita economica. Come ha scritto sul Financial Times il presidente di Goldman Sachs, John Waldron, le decisioni strategiche delle imprese multinazionali d’ora in avanti non si baseranno solo su costi e ricavi attesi, ma sempre più sulla valutazione dei rischi geopolitici. Le aziende vincenti non saranno quelle che sfruttano la globalizzazione per produrre al minor costo, ma quelle che sapranno operare in più aree geopolitiche, con partner diversificati, e pronte ad adattarsi alle crisi politiche.

Per l’Unione Europea, questo nuovo contesto internazionale solleva nuovi e importanti problemi. Innanzitutto, non siamo attrezzati a gestire uno scontro di poteri. L’integrazione europea si regge su un sistema di regole, non su rapporti di forza. Come abbiamo appena constatato, non riusciamo a sfruttare appieno il nostro potere economico in un negoziato commerciale totalmente privo di regole. Ciò è anche dovuto alle istituzioni politiche europee, e in particolare alla frammentazione delle competenze: la politica commerciale è di competenza esclusiva dell’Ue, ma la politica estera resta nelle mani degli Stati membri. Questa separazione rende difficile usare il commercio internazionale come strumento geopolitico o per difendersi da minacce esterne.

In secondo luogo, l’Europa è troppo dipendente dagli Stati Uniti. Non solo nelle relazioni commerciali, ma anche nel suo sistema finanziario, nella tecnologia, nella scienza, oltre che ovviamente nella difesa. Finora abbiamo contato sul fatto che gli Stati Uniti fossero un partner affidabile. Ma non è più così. Purtroppo, non è un’esagerazione affermare che non sappiamo se gli Stati Uniti resteranno davvero una democrazia, e in molti aspetti sono già diventati una democrazia illiberale. Anche se questi timori risultassero infondati, gli obiettivi strategici degli Stati Uniti saranno comunque sempre più distanti da quelli dell’Europa. Ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti richiederebbe un bilancio europeo più ampio, banche e imprese tecnologiche di scala globale, un mercato dei capitali integrato, infrastrutture energetiche comuni. Ma l’attuale assetto politico e istituzionale, dominato dagli interessi nazionali, ostacola questi progressi. Insomma, per difendere i propri interessi in un mondo dove l’economia è sempre più un’arma geopolitica, l’Europa deve compiere un salto di qualità nell’integrazione. E questo non è possibile senza avanzare verso un’unione politica, capace di agire in modo coeso e strategico sulla scena globale.

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