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Il mosaico degli scenari

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Trump ha superato la seconda tappa delle mediazioni sull’Ucraina ma non è stato ancora risolta una questione fondamentale, il disaccordo sui territori occupati
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Dopo Anchorage, Washington. La difficile mediazione di Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina supera una seconda tappa, riuscendo a mettere sul tavolo altre pedine ma senza ancora disinnescare l’ostacolo che può far fallire tutto: il disaccordo sui territori occupati che resteranno in mano alla Russia. È il segretario di Stato, Marco Rubio, a fotografare la situazione quando afferma: «L’accordo è possibile ma ancora non c’è».

Se il summit in Alaska è servito a Trump per coinvolgere Vladimir Putin nella trattativa, fargli accettare che l’Ucraina avrà garanzie di sicurezza occidentali, escludere l’entrata di Kiev nella Nato e affermare che la Russia manterrà il controllo di territori ucraini, l’incontro a Washington vede il presidente americano approfondire con il leader ucraino Zelensky i dettagli delle suddette garanzie, specificando che includeranno un coinvolgimento Usa a fianco degli alleati europei. Da qui l’ipotesi di una formula multilaterale modellata sull’articol…

Dopo Anchorage, Washington. La difficile mediazione di Donald Trump per porre fine alla guerra in Ucraina supera una seconda tappa, riuscendo a mettere sul tavolo altre pedine ma senza ancora disinnescare l’ostacolo che può far fallire tutto: il disaccordo sui territori occupati che resteranno in mano alla Russia. È il segretario di Stato, Marco Rubio, a fotografare la situazione quando afferma: «L’accordo è possibile ma ancora non c’è».

Se il summit in Alaska è servito a Trump per coinvolgere Vladimir Putin nella trattativa, fargli accettare che l’Ucraina avrà garanzie di sicurezza occidentali, escludere l’entrata di Kiev nella Nato e affermare che la Russia manterrà il controllo di territori ucraini, l’incontro a Washington vede il presidente americano approfondire con il leader ucraino Zelensky i dettagli delle suddette garanzie, specificando che includeranno un coinvolgimento Usa a fianco degli alleati europei. Da qui l’ipotesi di una formula multilaterale modellata sull’articolo 5 della Nato sull’autodifesa collettiva, come l’Italia di Giorgia Meloni aveva suggerito.

La stretta di mano con Zelensky, il compromesso raggiunto sul suo abbigliamento, la cordialità nello Studio Ovale e la lettera della first lady ucraina a Melania fanno da cornice alla mediazione di Trump come in Alaska era avvenuto per il tappeto rosso davanti all’aereo di Putin e le pacche sulle spalle al leader russo. E gli otto leader europei ospiti nella Casa Bianca, seduti attorno al tavolo mentre interagiscono con Trump, sono l’immagine su cui il presidente Usa punta per recapitare un doppio messaggio: la ritrovata coesione fra alleati come garanzia per Kiev ma anche come monito nei confronti di Mosca.

È un mosaico di gesti e parole con cui la Casa Bianca tenta di ritagliarsi un ruolo terzo, essere credibile con entrambi i protagonisti di un conflitto brutale che dura da oltre tre anni, accompagnando la delicata trattativa con frasi che sottolineano la volontà di pace e accordo: attribuita ora a Putin, ora a Zelensky. Se l’imprevedibilità resta il carattere distintivo di Trump quanto abbiamo visto a Anchorage e a Washington sembra uscito dai manuali della Guerra Fredda perché ogni dettaglio appare studiato per disegnare un percorso di avvicinamento ai nodi più difficili, i terreni più pericolosi. È Trump stesso che li nomina davanti alle telecamere: «Lo scambio dei territori, la linea del fronte». Ovvero, gli aspetti geografici dell’intesa che può porre fine a una guerra costata oltre mezzo milione di vittime. Per questo il presidente Usa precisa che «la pace ci sarà ma non so quando» così come concentra ogni sforzo verso la prossima tappa, ovvero l’incontro a tre con Zelensky e Putin, da realizzare nei tempi più stretti possibili per tenere in piedi un castello di carte che può crollare in qualsiasi momento.

Il motivo è la richiesta-provocazione di Putin di ottenere da Zelensky il controllo non solo del 20 per cento dei territori ucraini occupati ma anche del resto della provincia di Donetsk che ancora è nelle mani di Kiev. Se Zelensky la accettasse, sarebbe una resa umiliante che travolgerebbe lui e il suo Paese perché senza la formidabile fortezza difensiva di 50 chilometri creata dagli ucraini lungo l’autostrada H20 nella provincia di Donetsk anche Kiev potrebbe cadere. Sulla trattativa territoriale gli europei fanno quadrato attorno a Zelensky preparandosi al match finale con Putin. Per questo il presidente francese Macron ipotizza anche un incontro quadrilaterale con l’Europa attorno al tavolo. E sempre per lo stesso motivo il cancelliere tedesco Merz mette con forza sul tavolo l’ipotesi del cessate il fuoco, a cui Putin si oppone. Sono mosse diplomatiche che disegnano uno scenario tutto in movimento, disseminato di rischi.

Ma possono esserci pochi dubbi sul fatto che a guidare sia Donald Trump, riuscito a creare una dinamica di avvicinamento fra europei e Russia sull’Ucraina «facendo una telefonata a Putin» come afferma il segretario generale della Nato, Rutte. E a conferma che Trump sente il vento a favore, accenna anche all’«altra guerra da chiudere». Quella in Medio Oriente, da dove arriva una notizia positiva per la Casa Bianca con la scelta di Hamas di accettare la bozza di tregua a Gaza sottoposta da Qatar-Egitto dopo che Trump aveva fatto capire che il tempo era scaduto, con un messaggio social assai eloquente: «Hamas deve essere sconfitta».

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