L’Europa è l’unica area nel mondo in cui ogni persona ha il diritto di ricevere assistenza, istruzione e servizi sanitari al di là del censo e della provenienza. Una grande conquista di civiltà, che afferma la dignità di ogni essere umano e che troppo spesso si dà per scontata quando si parla di crisi del progetto europeo. Questo sarà un argomento centrale al Meeting di Rimini che partirà il prossimo 22 agosto. È possibile in una situazione di “inverno” demografico e congiuntura economica negativa conservare e migliorare questo sistema di welfare universalistico? Da tempo la letteratura evidenzia come gli investimenti pubblici in educazione, sanità e previdenza sociale possano agire da “assicurazione macroeconomica” contro la volatilità ciclica, rafforzando sia la capacità innovativa che la stabilità sociale. Per questo il welfare non va più concepito come un meccanismo redistributivo o emergenziale, ma come un’infrastruttura sociale ed economica essenziale per lo sviluppo di lungo pe…
L’Europa è l’unica area nel mondo in cui ogni persona ha il diritto di ricevere assistenza, istruzione e servizi sanitari al di là del censo e della provenienza. Una grande conquista di civiltà, che afferma la dignità di ogni essere umano e che troppo spesso si dà per scontata quando si parla di crisi del progetto europeo. Questo sarà un argomento centrale al Meeting di Rimini che partirà il prossimo 22 agosto. È possibile in una situazione di “inverno” demografico e congiuntura economica negativa conservare e migliorare questo sistema di welfare universalistico? Da tempo la letteratura evidenzia come gli investimenti pubblici in educazione, sanità e previdenza sociale possano agire da “assicurazione macroeconomica” contro la volatilità ciclica, rafforzando sia la capacità innovativa che la stabilità sociale. Per questo il welfare non va più concepito come un meccanismo redistributivo o emergenziale, ma come un’infrastruttura sociale ed economica essenziale per lo sviluppo di lungo periodo, la resilienza macroeconomica e la stabilità politica. L’equità intergenerazionale, garantita da servizi pubblici universali, è un fattore chiave per la coesione sociale e, quindi, per la crescita.
Il nostro Paese sta scivolando verso uno scenario americano, con disparità di trattamento tra ricchi e poveri e un massiccio intervento del privato a fini di lucro (oggi calcolato intorno al 20 per cento). Come rileva il Rapporto “Sussidiarietà e… welfare territoriale”, già oggi tra il 70 e l’80 per cento dei cittadini denuncia difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi di welfare fondamentali. È di qualche giorno fa la preoccupante notizia della riduzione del ceto medio: il 49 per cento degli italiani afferma di appartenere a un ceto più basso, mentre ormai solo il 45 per cento si riconosce nel ceto medio, quella che un tempo era considerata la classe sociale principale in Italia (sondaggio Demos per conto di questo quotidiano). Il rapporto di ricerca citato mostra che i problemi del nostro sistema di welfare dipendono anche da come è concepita la sua organizzazione, caratterizzata da: una quota elevata di trasferimenti monetari, meno efficaci degli interventi in servizi; una governance policentrica tra Stato, regioni, comuni, con sovrapposizioni e carenze; disomogeneità della spesa tra aree interne e grandi città e tra centro città e periferie; standardizzazione degli interventi con scarso monitoraggio dei bisogni della popolazione, mancanza della valutazione della qualità dei servizi. Due sembrano perciò gli interventi di metodo necessari.
Il primo è il passaggio alla presa in carico della persona: come è stato teorizzato ed empiricamente osservato, occorre partire dai bisogni degli individui e coordinare le risposte dei diversi enti erogatori, privilegiando servizi collocati in un contesto sociale, per superare l’isolamento di chi è in difficoltà.
Il secondo intervento, che almeno nel breve periodo potrebbe migliorare l’offerta di sanità, assistenza e istruzione, è la valorizzazione degli enti non profit: realtà non a fini di lucro di cui il nostro Paese è ancora ricco. Esse costituiscono ben il 70 per cento degli enti che si occupano di solidarietà sociale e sono preferiti dal 62 per cento degli italiani. Offrono infatti risposte di prossimità che rafforzano la fiducia dei cittadini e contrastano le disuguaglianze, conseguenze dell’attuale modello di sviluppo neo-liberista. Il loro lavoro impedisce fenomeni di disgregazione: lo abbiamo visto durante le ultime crisi, quella finanziaria del 2008 e quella pandemica del 2020.
Nonostante le sentenze della Corte Costituzionale, che stabiliscono una stretta collaborazione tra pubblica amministrazione ed enti non profit, con strumenti quali la co-programmazione e la co-progettazione, prevalgono ancora, tra pubblico e privato, rapporti molto problematici. Alla base di tutto questo c’è una scelta che deve compiere lo Stato, attraverso una pubblica amministrazione sempre più sensibile alle esigenze dei cittadini.Tra le tante riforme da attuare, il ripensamento dello stato sociale, secondo le linee accennate, è una delle più urgenti.
L’autore è presidente della Fondazione per la Sussidiarietà