✕

Leoncavallo, la zuffa ideologica

OCCUPAZIONE DEL NUOVO CENTRO SOCIALE LEONCAVALLO VIA WATTEAU

 

Ascolta l'audio

2 minuti di lettura

La legalità al tempo della destra. Lo Stato di diritto non può tollerare «zone franche o aree sottratte alla legalità» e dunque manda a esecuzione l’ordine di sfratto del centro sociale Leoncavallo. È una questione di sicurezza e di rispetto della legge, «condizione essenziale per difendere i diritti di tutti». I legalisti di tutti gli schieramenti plaudono convintamente. Dopodiché, ascoltate le ferme parole della premier, uno si aspetta perlomeno che le ore, per gli occupanti abusivi di CasaPound, a Roma, siano ormai contate, che già domani — anzi: stamane stessa — le forze dell’ordine faranno irruzione a via Napoleone III, all’Esquilino, e restituiranno alla città lo stabile che la destra estrema di CasaPound occupa illegalmente da una fraccata d’anni.

Non andrà così, e fioccheranno i distinguo. Ma basta ascoltare il tono delle dichiarazioni della presidente del Consiglio, o quelle di Matteo Salvini, per farsi un’idea precisa del valore che viene assegnato all’operazione delle for…

La legalità al tempo della destra. Lo Stato di diritto non può tollerare «zone franche o aree sottratte alla legalità» e dunque manda a esecuzione l’ordine di sfratto del centro sociale Leoncavallo. È una questione di sicurezza e di rispetto della legge, «condizione essenziale per difendere i diritti di tutti». I legalisti di tutti gli schieramenti plaudono convintamente. Dopodiché, ascoltate le ferme parole della premier, uno si aspetta perlomeno che le ore, per gli occupanti abusivi di CasaPound, a Roma, siano ormai contate, che già domani — anzi: stamane stessa — le forze dell’ordine faranno irruzione a via Napoleone III, all’Esquilino, e restituiranno alla città lo stabile che la destra estrema di CasaPound occupa illegalmente da una fraccata d’anni.

Non andrà così, e fioccheranno i distinguo. Ma basta ascoltare il tono delle dichiarazioni della presidente del Consiglio, o quelle di Matteo Salvini, per farsi un’idea precisa del valore che viene assegnato all’operazione delle forze dell’ordine. Non semplicemente ripristino della legalità e restituzione dell’immobile ai legittimi proprietari, ma capitolazione dei centri sociali, finalmente espugnati, fine di una stagione politica e culturale, finalmente chiusa, cancellazione di esperienze che hanno segnato la vita pubblica del Paese, a Milano e non solo, bonifica di spazi in cui resistevano forme di cultura alternative, smacco anche per la sinistra storica e per i suoi ultimi epigoni. Fine, stop, kaputt. Se per la destra al governo lo sgombero del Leoncavallo non significasse tutto questo — e insieme una rivincita, una rivalsa, magari il viatico per la tanto agognata egemonia — che motivo avrebbe Salvini di grondare soddisfazione scrivendo «Afuera!» sui social? Scriverà Salvini «Afuera!» anche quando Piantedosi manderà le forze dell’ordine a liberare l’edificio occupato da CasaPound? Si può star sicuri che no, ovviamente (che Piantedosi non manderà nessuno, e che Salvini non scriverà nulla). E che dunque il problema non è di mettere fine a una illegalità conclamata, ma quello di raschiare via, col massimo della protervia possibile (in anticipo rispetto al previsto, senza darne avviso, dando invece il senso della risolutezza e della ferma determinazione, che fa tanto destra, fa tanto ordine e legalità), un’esperienza dall’evidente valore storico e simbolico.

Che è tale non perché lo dice il sindaco Sala, che aveva provato nelle ultime settimane ad adoperarsi per trovare una soluzione prima dello sfratto. E nemmeno perché persino un certo Vittorio Sgarbi — non l’ultimo comunista trinariciuto — aveva parlato dei murales del centro come della «Sistina della contemporaneità», ma perché lo si legge persino su Wikipedia, perché ce n’è abbastanza, in quella storia, per scrivere una guida della città e segnalare il luogo, o per tenerci concerti e rassegne, e persino appuntamenti politici ed elettorali.

Ma la legge è legge. E il governo che si è inventato la resistenza passiva come reato penale figuriamoci se avrebbe mai potuto tollerare oltre l’esistenza di un centro, che avrà pur scelto la non violenza e calmato nel tempo i suoi bollori antagonisti, ma rimaneva, per antonomasia, sinonimo di contestazione, protesta, lotta al sistema (e però anche un luogo di solidarietà, di inclusione, di attenzione al disagio). Perciò: afuera! Afuera quelli del Leonka e afuera i migranti, afuera i giornalisti scomodi dalle conferenze stampa della premier e afuera Greta e tutti gli attivisti ambientali, afuera i comunisti, se ce ne sono rimasti, e afuera i militanti Lgbtq+, se insistono a far casino.

Mi sembra che, oltre all’incoerenza palese di una preoccupazione per la legalità che vale per gli arcinemici del Leoncavallo ma si attenua per gli amichetti di Forza Nuova, che si reclama a gran voce quando si tratta di sedare conflitti sociali ma a cui si mette la sordina quando servirebbe, che so, per regolare conflitti di interesse, ci sia qualcosa di più, in certe prese di posizione, ci sia una robusta iniezione di politicità, con cui si aggiunge un sovrappiù di significato anche ad atti che, se richiesti dalla legge, sarebbero e sono meri atti dovuti. Quel che non è dovuto, ma è chiaramente voluto, è, insomma, il carico politico che ci si mette sopra, la fiche con cui puntare sulle proprie parole d’ordine, costruire identità, fomentare contrapposizioni, e forse persino provare a tirare un bilancio di governo. Fatto, però, non di dati reali, ma di parapiglia mediatici e zuffe ideologiche.

Leggi i commenti