Cosa resterà del frenetico tour de force diplomatico di metà agosto? È purtroppo chiaro che la speranza di pace o almeno di tregua in Ucraina si è già affievolita. Finirà che ad essere ricordato, di quelle giornate, più che lo sforzo europeo di ricucire gli strappi tra Trump e l’Ucraina sarà il vertice in Alaska tra Trump e Putin. Temo insomma che da un primo bilancio emerga un vincitore: Vladimir Putin. Intendiamoci, i leader dei principali Paesi europei e della Commissione hanno fatto bene a fare squadra con Zelensky e a raggiungerlo alla Casa Bianca per l’incontro riparatore con il Presidente americano dopo l’umiliazione subita nello Studio ovale a febbraio. È possibile che quella iniziativa abbia evitato il peggio, ossia l’imposizione di una resa all’Ucraina in nome di un appeasement russo-americano. La spinta europea ha spostato la discussione dallo “scambio di territori” evocato dall’inviato di Trump Witkoff al Cremlino, alle “garanzie di sicurezza” da fornire all’Ucraina, e al …
Cosa resterà del frenetico tour de force diplomatico di metà agosto? È purtroppo chiaro che la speranza di pace o almeno di tregua in Ucraina si è già affievolita. Finirà che ad essere ricordato, di quelle giornate, più che lo sforzo europeo di ricucire gli strappi tra Trump e l’Ucraina sarà il vertice in Alaska tra Trump e Putin. Temo insomma che da un primo bilancio emerga un vincitore: Vladimir Putin. Intendiamoci, i leader dei principali Paesi europei e della Commissione hanno fatto bene a fare squadra con Zelensky e a raggiungerlo alla Casa Bianca per l’incontro riparatore con il Presidente americano dopo l’umiliazione subita nello Studio ovale a febbraio. È possibile che quella iniziativa abbia evitato il peggio, ossia l’imposizione di una resa all’Ucraina in nome di un appeasement russo-americano. La spinta europea ha spostato la discussione dallo “scambio di territori” evocato dall’inviato di Trump Witkoff al Cremlino, alle “garanzie di sicurezza” da fornire all’Ucraina, e al ruolo americano in queste garanzie. Un successo diplomatico, dunque. Di cui tuttavia a una settimana di distanza si fatica a vedere traccia.
La Russia prende tempo e continua gli attacchi sanguinosi: centinaia di morti per strappare qualche chilometro nel Donbass; sembra sfumato l’incontro Putin-Zelensky; Mosca rivendica addirittura un suo diritto di veto sulle garanzie di sicurezza da offrire al Paese che ha invaso; Trump ostenta frustrazione per le difficolta di mettere insieme olio e aceto, come ha detto di Zelensky e Putin.
Alla fine, tirando le somme, resta l’Alaska. Il vertice di Anchorage ha concesso molto di quello che strategicamente interessa oggi alla Russia, ossia il riconoscimento del suo status di superpotenza. Conosco Sergei Lavrov abbastanza per sapere che la sua maglietta con la sigla dell’Urss era uno scherzo fino a un certo punto. La Russia, questo immenso Paese carico di storia ma fragilissimo sul piano economico e non così forte anche sul piano militare come stanno dimostrando gli ucraini, la Russia condannata dall’Onu per la sua guerra di aggressione e guidata da un presidente ricercato dalla Corte Penale, questa Russia torna superpotenza. Addirittura, alla pari con gli Stati Uniti. E in cambio di nulla. Nemmeno di uno spiraglio di vera pace. Conviene allora chiedersi come sia stato possibile per Putin uscire bene dalla partita di questi dieci giorni. La mia risposta va in due direzioni.
Dazi, botta e risposta von der Leyen-Trump: "Lei è un tenace negoziatore e affarista". Lui: "Esatto"
La prima è senza dubbio la posizione del presidente Trump. Di lui molti sottolineano, giustamente, una certa naturale attrazione per l’uomo forte del Cremlino. A questo si associa l’intenzione di ridurre l’impegno americano in un teatro considerato “europeo” come il vicepresidente Vance ricorda spesso, intenzione che Vladimir Putin conosce molto bene. A pesare sulla posizione di Trump c’è anche la natura dei mezzi che ha a disposizione. Su cosa si basava l’ultimatum dello scorso 8 agosto, poi cancellato per il vertice in Alaska? Sulla minaccia di sanzioni economiche. Ora le sanzioni europee e americane, in vigore da tre anni, hanno contribuito certo a indebolire l’economia russa, che oggi si avvia alla recessione. Ulteriori sanzioni, che Trump rinvia ma alla fine potrebbe mettere sul tavolo di fronte alle chiusure di Putin, avrebbero un impatto considerevole, ma comunque di medio periodo. Il senatore Mc Cain, l’avversario repubblicano di Obama, definiva la Russia “un gigantesco distributore di benzina mascherato da Stato”. Finché la Cina continuerà a comprare benzina — e continuerà-, la Russia potrà essere indebolita ma si potrebbe dire che Trump purtroppo “non ha carte” per imporre a Putin una pace vera in un paio di settimane, soprattutto se nel frattempo riduce la sola cosa che conta davvero, ossia il sostegno economico e militare all’Ucraina.
La seconda spiegazione del successo diplomatico di Putin riguarda le relazioni transatlantiche e le scelte di noi europei. Premesso che condivido ogni sforzo per tenere aggrappati gli Stati uniti alla causa comune occidentale, penso che non si possa ignorare che Trump lo ha rivoluzionato il quadro transatlantico. In modo non totale, certo non irreversibile. Ma serio. E di fronte a un tale cambiamento c’è da chiedersi quanto possa bastare la tattica di blandire Trump. Il Segretario generale della Nato lo ha fatto in modo particolarmente goffo al vertice dell’Aja, la presidente von der Leyen ha dovuto precipitarsi nel suo resort scozzese del Golf, i sette leader europei si sono radunati attorno alla sua scrivania in una scena non certo protocollare. Mi chiedo: questa escalation di adulazione è davvero l’unico modo per evitare il peggio? Davvero ha consentito progressi sulla difesa europea, ha fatto fare buone intese sui dazi, sta aprendo la strada alla pace in Ucraina? Non ci sono strade facili nelle mutate relazioni transatlantiche, ma all’Europa servono coraggio unità e forza, più che arti adulatorie.