Ho fatto una cavolata, ha detto l’assassino. Era solo un gioco, non mi vorrai mica lasciare per una scemenza, ha detto il marito che metteva in rete le foto della moglie a sua insaputa. Che pesantezza, vuoi rovinare un uomo per una battuta? ha scritto chi commentava la denuncia della giovane donna al Policlinico. Una cavolata, un gioco, una scemenza, una battuta.
È di questo dunque che si parla? Conseguenze di sciocchezze sfuggite di mano agli uni e sovra interpretate dalle altre? Un equivoco sulle intenzioni, un difetto di reciproca comprensione come se mancasse, qui, un mediatore culturale? No, nessun equivoco. La donna vittima di “una cavolata” è morta ammazzata, nessun equivoco. Le centinaia di donne le cui immagini sono state scambiate sul gruppo Facebook “Mia moglie” sono state oggetto di abuso dei loro corpi, non è una scemenza e non c’è nessun equivoco.
La ragazza a cui qualcuno tra il personale sanitario ha rivolto commenti sessisti mentre faceva una Tac (“se ti togli il…
Ho fatto una cavolata, ha detto l’assassino. Era solo un gioco, non mi vorrai mica lasciare per una scemenza, ha detto il marito che metteva in rete le foto della moglie a sua insaputa. Che pesantezza, vuoi rovinare un uomo per una battuta? ha scritto chi commentava la denuncia della giovane donna al Policlinico. Una cavolata, un gioco, una scemenza, una battuta.
È di questo dunque che si parla? Conseguenze di sciocchezze sfuggite di mano agli uni e sovra interpretate dalle altre? Un equivoco sulle intenzioni, un difetto di reciproca comprensione come se mancasse, qui, un mediatore culturale? No, nessun equivoco. La donna vittima di “una cavolata” è morta ammazzata, nessun equivoco. Le centinaia di donne le cui immagini sono state scambiate sul gruppo Facebook “Mia moglie” sono state oggetto di abuso dei loro corpi, non è una scemenza e non c’è nessun equivoco.
La ragazza a cui qualcuno tra il personale sanitario ha rivolto commenti sessisti mentre faceva una Tac (“se ti togli il reggiseno ci fai felici”) si è sentita aggredita in condizioni di massima vulnerabilità e anche qui c’è poco da discutere: è vero quello che senti, è vero per te e non c’è nessun equivoco. È dalla stessa matrice che nasce la quotidiana litania di morte ammazzate, un’ecatombe, lo scambio di figurine di donne dormienti, il facci vedere le tette.
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Tuttavia, certo. C’è una differenza non di merito ma di metodo, diciamo così, tra il dire e il fare. Fra ciò che è irreversibile, l’aggressione fisica lo stupro la morte, e ciò che provoca dolore psichico, ferita emotiva ed eventuali conseguenze pratiche (ti denuncio, me ne vado, ti lascio). È una differenza elementare. Se mi ammazzi sono morta. Tu vivi io no. Tu sei un assassino e io la vittima. Se per anni convochi a casa nostra degli sconosciuti perché facciano sesso con me dopo avermi narcotizzata tu sei uno spregevole aguzzino e io sono Gisele Pelicot. Sei tu che ti devi vergognare non io. Io vado a processo fra due ali di attiviste che mi sostengono, vivaddio, tu sei giustamente alla gogna e vai in prigione. Io sono la vittima, tu il carnefice.
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Anche le parole sono pietre, certo. Anche l’abuso del corpo via internet, attraverso lo scambio di immagini e di commenti osceni è una violenza, un tradimento imperdonabile, un’offesa indelebile. Anche una frase sentita dietro un vetro di ospedale, anche un fischio o un commento per strada: se non mi piacciono, se non li voglio sentire sono violenza. Però. Pur consapevoli come tutte e tutti qui spero siamo che la matrice è la medesima — la rapacità predatoria, il senso del possesso, sei cosa mia posso disporre di te — per entrare a dipanare quel presunto equivoco, quello fra chi pensa di “giocare”, che sarà mai, è solo un complimento un apprezzamento, e chi esagera nella reazione, quanto la fai lunga bisogna mettere a fuoco l’unica cosa che conta: l’unica cosa che conta è il consenso, nella relazione. Conta quando, dove, in che modo e con chi. Dipende. La stessa frase può essere pugno o carezza. Umiliazione o consolazione.
Si può fare esperienza, nella vita, di ogni tipo di fantasia, di ogni forma di seduzione, persino di manipolazione e di relazione dispari, impari: giochi di potere, dominio dell’uno sull’altro. Sono fantasie private ed equamente distribuite fra i generi: si trovano in vendita, esposti in vetrine su strada, oggetti deputati all’uso di queste fantasie, ganci anelli e altra ferramenta, le acquirenti sono liete moltitudini. I sex toys sono esibiti dalle donne con allegra fierezza nel solco dell’emancipazione, delle assolute libertà, della parità di diritto al piacere. Tuttavia, non è che chi compra un guinzaglio stia dando segno del desiderio di essere chiusa in cantina e stuprata da orde di sconosciuti. Non è che chi posta sui suoi social una foto in cui si mostra a seno scoperto, o fa allusioni al piacere del sesso, allora è chiaro che non ha diritto a lamentarsi se qualcuno le dice facci vedere le tette. Perché invece è questo che succede: della ragazza del Policlinico sono state diffuse foto dei suoi profili privati, foto personali, a dimostrazione dell’argomento: vedete? È una che si esibisce, alle donne piace mostrarsi del resto, si sa: quindi che problema c’è a dirle mostrati. Questo è il punto. Il consenso. È questo che sfugge, o si finge colpevolmente che sfugga: non dipende da te, cosa puoi fare con l’altro, dell’altro. Dipende da entrambi.
Poi certo, c’è una fragilità maschile, pochezza mascherata con protervia, esibizione muscolare a paravento di un baratro: ne parlava ieri qui Massimo Recalcati e colpiva, in specie, la sua conclusione. Il valore di un bene è determinato dal consenso che riesce a generare. Se la donna è un mio bene, allora quanto più piace ad altri tanto più potrà piacermi, riaccendere per esempio il mio desiderio appannato. L’assenza di consenso è la misura del dominio, dunque del potere. Di una donna che dorme, di una donna narcotizzata, di una donna sola per strada o spaventata dall’esito degli esami, durante un esame clinico. Ma che trofeo è, un corpo inerte?
Mi sono chiesta in questi giorni se mi sia mai successo di trovarmi in condizioni di fragilità ed essere alla mercè di qualcuno che ha potere — fisico, psicologico — su di me e sì, naturalmente mi è successo nel corso della vita innumerevoli volte. Per strada al lavoro in situazioni pubbliche, a casa. Persino mi è accaduto di sentirmi rivolgere apprezzamenti alla vigilia di un’operazione chirurgica. Mi sono sentita violata? No, anzi: incoraggiata, rassicurata. Come mai? Perché dipende. Dalla relazione con chi hai di fronte, dall’intenzione, dalla sintonia, dalle circostanze. Non è mai cosa si dice, quello che conta. È come si dice. Non è mai cosa si fa, è come si fa. Che una parola o un gesto siano per te piacevoli o dolorosi dipende da come ti senti e da cosa ti serve in quel momento. Da cosa desideri. Il desiderio senza relazione, senza complicità e condivisione è il desiderio di uno solo. Il desiderio di uno solo, quando esercitato, è sempre violazione. Ai bambini solo questo bisogna insegnare, fin dall’asilo. A chiedere: posso? Vuoi? Non sono le bambine che devono difendersi dal naturale istinto predatorio, qualunque cosa si intenda con questa definizione pre-sociale. Se pure fosse un istinto, e non ne sono affatto certa, deve essere ricondotto a relazione. Posso? Vuoi? È tutto qui, ed è molto semplice.