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Salvate anche il soldato russo

Mosca, militari russi sfilano nella capitale (reuters)

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Viene da chiedersi perché i Paesi liberi del mondo, oltre alle sanzioni, non abbiano cercato di impedire questo cinico acquisto di vite umane
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La guerra ai confini orientali dell’Ucraina verrà ricordata come quella di gran lunga a più alto dispendio di vite umane per dimensione del territorio conteso. Si contano più di 10 morti per chilometro quadrato, molto più che in qualsiasi altro conflitto, compresa la stessa Prima guerra mondiale. E questo nonostante i progressi delle tecnologie militari e il sempre più ampio ricorso a robot e droni sulla linea del fronte.

Il fatto è che abbiamo di fronte un esercito, quello russo, altamente inefficiente, difese fortificate e campi minati su entrambi i lati del fronte e una dittatura che può letteralmente comprare vite umane nei suoi territori più remoti e depressi. La Russia è un Paese economicamente piccolo (il suo prodotto interno lordo equivale a quello del Benelux) ma che ha un grande bacino di disperati cui attingere. E Putin cinicamente lo sta facendo a piene mani.

Gli assalti russi nel Donbass comportano un numero di morti tra i soldati russi superiore a quello delle gu…

La guerra ai confini orientali dell’Ucraina verrà ricordata come quella di gran lunga a più alto dispendio di vite umane per dimensione del territorio conteso. Si contano più di 10 morti per chilometro quadrato, molto più che in qualsiasi altro conflitto, compresa la stessa Prima guerra mondiale. E questo nonostante i progressi delle tecnologie militari e il sempre più ampio ricorso a robot e droni sulla linea del fronte.

Il fatto è che abbiamo di fronte un esercito, quello russo, altamente inefficiente, difese fortificate e campi minati su entrambi i lati del fronte e una dittatura che può letteralmente comprare vite umane nei suoi territori più remoti e depressi. La Russia è un Paese economicamente piccolo (il suo prodotto interno lordo equivale a quello del Benelux) ma che ha un grande bacino di disperati cui attingere. E Putin cinicamente lo sta facendo a piene mani.

Gli assalti russi nel Donbass comportano un numero di morti tra i soldati russi superiore a quello delle guerre di trincea della Prima guerra mondiale. I soldati vengono mandati allo sbaraglio, senza alcuna preparazione, spesso senza l’assistenza di militari di professione. Non a caso il numero di ufficiali dell’esercito russo morti sul campo di battaglia è in calo mentre aumenta a dismisura quello delle nuove reclute che sono mediamente più anziane dei soldati di professione e molto spesso hanno famiglia. Sono loro ad alimentare l’offensiva russa.

Le testimonianze dei prigionieri russi sono agghiaccianti: vengono utilizzati come carne da macello per localizzare le mine e testare le resistenze ucraine. Ogni giorno muoiono o vengono gravemente feriti quasi mille soldati russi secondo la contabilità non solo del ministero della Difesa ucraina, ma anche di media indipendenti come Mediazona e Bbc News che hanno raccolto sistematicamente informazioni da messaggi sui social media di famigliari delle vittime, organi di informazione locale e annunci delle autorità russe e che hanno anche analizzato deviazioni dai normali tassi di mortalità nei diversi territori della Russia.

Le loro stime sono di più di un milione di soldati russi uccisi o gravemente feriti dall’inizio dell’invasione. I morti sarebbero più di 250.000, cinque volte le perdite di vite umane in tutte le guerre in cui la Russia è stata coinvolta dal Dopoguerra a oggi, quasi 20 volte i morti in Afghanistan o in Cecenia.

L’esercito russo ha bisogno di reclutare circa 30.000 soldati al mese per compensare i morti e i feriti. Queste persone non vengono reclutate a Mosca o San Pietroburgo, ma nei territori a nord o alle estremità orientali offrendo loro compensi molto generosi in rapporto agli standard di vita locali. Il bonus offerto al reclutamento di un soldato arriva fino a 30.000 dollari, 100 volte il salario mensile in molte aree. Lo stipendio dei soldati eccede i 2.000 dollari, 7 volte il salario medio.

Alle famiglie delle vittime non vengono solo offerte medaglie e riconoscimenti, ma soldi, tanti soldi in rapporto al tenore di vita locale. Si arriva fino a 150.000 dollari per famigliare morto al fronte, molto più di quanto avrebbe potuto guadagnare in un’intera vita di lavoro. Non è un caso che in queste zone si registrino sempre più aperture di nuovi conti correnti.

Il bacino dei disperati non è però illimitato. Anche la Russia soffre il declino demografico e in un crescente numero di fasce di età ci sono più donne che uomini. Non è un caso che i compensi dati ai soldati e alle loro famiglie siano fortemente aumentati con il prolungamento del conflitto. È difficile che tassi di reclutamento di questo ordine di grandezza possano essere mantenuti a lungo nel corso del tempo.

Viene da chiedersi perché i Paesi liberi del mondo, oltre allo strumento delle sanzioni che servono soprattutto a ridurre la capacità della Russia di acquistare materiale militare, non abbiano cercato di impedire questo cinico acquisto di vite umane. L’Occidente può offrire alle popolazioni di queste regioni prospettive ben migliori di un compenso, per quanto apparentemente generoso, per la perdita dei propri cari.

Certo, l’impegno ad aiutarle deve essere credibile. Non può essere la promessa largamente tradita del miglioramento del benessere nella transizione a un’economia di mercato. Molti russi dopo la caduta del Muro di Berlino sono stati peggio di prima. Ci vuole altro, un impegno rivolto direttamente ai residenti in queste aree dimenticate del mondo.

Si possono, ad esempio, stabilire programmi di gemellaggio in cui invitare i giovani a imparare mestieri e guadagnare in zone molto più floride del mondo che peraltro hanno disperato bisogno di manodopera e in cui offrire una serie di opportunità di scambio economico e culturale. Il tutto a condizione che la Russia si ritiri dai territori occupati.

Difficile, ma non impossibile, nell’era dei social media far giungere alle popolazioni interessate il messaggio che i Paesi liberi apriranno loro le porte mentre le stanno chiudendo agli oligarchi. Non si devono sentire abbandonate a un triste destino di produttori di vite umane per un fronte distante migliaia di chilometri. Sin qui solo Radio Freedom ha cercato di raggiungerle con testimonianze di prigionieri di guerra russi, non con messaggi di questo tipo.

Come ai tempi di Radio Londra, bisogna anche agire sulle coscienze. L’applauso tributato da Donald Trump a Vladimir Putin in Alaska è servito al dittatore russo per le proprie campagne di reclutamento di volontari per il fronte. Bene faranno i leader europei a guardarsi dall’attenuare la condanna internazionale a Putin per i massacri di cui è responsabile. Un conto è trattare, un altro è riabilitare.

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