Donald Trump inizia la campagna d’autunno contro la Federal Reserve, puntando a ottenere un significativo taglio dei tassi di interesse in tempo utile per far crescere l’economia per le elezioni di Midterm del novembre del 2026.
L’accusa a Lisa Cook, uno dei sette governatori della Fed, di aver violato le regole sui mutui immobiliari vuole accelerare il cambiamento di composizione del board: due degli attuali componenti, nominati durante il primo mandato di Trump, sono già a favore della riduzione dei tassi di interesse e le recenti dimissioni di Adriana Kugler, nominata da Joe Biden e sostituita con il fedelissimo Stephen Miran, consentono alla Casa Bianca di avere 3 voti che possono diventare 4, ovvero raggiungere la maggioranza, se Cook getterà la spugna.
L’offensiva di Trump mira a travolgere la resistenza dell’attuale presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che nelle ultime cinque decisioni ha tenuto i tassi fermi fra il 4,25 e il 4,5 per cento sfidando a viso ape…
Donald Trump inizia la campagna d’autunno contro la Federal Reserve, puntando a ottenere un significativo taglio dei tassi di interesse in tempo utile per far crescere l’economia per le elezioni di Midterm del novembre del 2026.
L’accusa a Lisa Cook, uno dei sette governatori della Fed, di aver violato le regole sui mutui immobiliari vuole accelerare il cambiamento di composizione del board: due degli attuali componenti, nominati durante il primo mandato di Trump, sono già a favore della riduzione dei tassi di interesse e le recenti dimissioni di Adriana Kugler, nominata da Joe Biden e sostituita con il fedelissimo Stephen Miran, consentono alla Casa Bianca di avere 3 voti che possono diventare 4, ovvero raggiungere la maggioranza, se Cook getterà la spugna.
L’offensiva di Trump mira a travolgere la resistenza dell’attuale presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, che nelle ultime cinque decisioni ha tenuto i tassi fermi fra il 4,25 e il 4,5 per cento sfidando a viso aperto la Casa Bianca.
Lo scontro non è solo economico ma politico perché Powell ritiene che l’inflazione, già oltre l’obiettivo del 2 per cento, rischi di salire ulteriormente a causa delle scelte sui dazi del presidente Trump, creando danni nel lungo termine, mentre la Casa Bianca crede nello scenario di un effetto positivo dei dazi con un aumento della crescita del pil sostenuto da una riduzione dei tassi capace di abbattere il costo del debito e di favorire l’acquisto di case.
Poiché il prossimo appuntamento del board della Fed è previsto per il 18 settembre, Powell aveva dato segnali di timida apertura su una riduzione dei tassi ma Trump ha in mente ben altro. Anche perché il suo interesse è far crescere i consumi in tempo utile per far percepire il miglioramento economico agli elettori in tempo per le consultazioni di Midterm per il rinnovo parziale del Congresso di Washington nell’autunno del prossimo anno, quando un pugno di seggi potrebbe decidere l’assegnazione della Camera.
Gli analisti di Wall Street sono divisi sulla riduzione dei tassi ma fra gli economisti prevale l’opinione di chi, come Peter Conti-Brown dell’Università di Pennsylvania, ammonisce sul rischio che «se Trump riuscirà nell’intento di allontanare Lisa Cook questi interventi diventeranno la norma e sarà la fine dell’indipendenza della Federal Reserve».
Cook da parte sua è determinata a restare al proprio posto ma la battaglia legale a colpi di rivelazioni sulla sua vita privata — è accusata di aver preso mutui con agevolazioni per la prima casa a favore di due immobili differenti — lasciano intendere che la pressione di Trump è destinata a crescere.
È un’offensiva che pone Washington e Wall Street davanti allo scenario di un rafforzamento del potere esecutivo capace di portare, dopo l’indebolimento del legislativo e le tensioni con il giudiziario, anche a mutare l’equilibrio con la Federal Reserve. Facendo venire meno la regola in base alla quale il presidente Usa non interviene nella gestione dell’economia se non con la nomina del governatore della Fed.
Questo è il motivo per cui Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, parla di «giochi pericolosi con un pilastro chiave dell’economia» ed Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, si spinge fino ad accusare Trump di «un atto autoritario contro la Fed che deve essere respinto in tribunale». Ma per i repubblicani a Capitol Hill fa testo la lettera sul tavolo del ministro della Giustizia, Pam Bondi, che attesta le accuse di «lampanti violazioni della legge» attribuite a Lisa Cook.
In realtà i segnali dell’accelerazione di Trump sul fronte della Fed si sono moltiplicati negli ultimi mesi: dall’offensiva sui dazi, decisa con i più stretti consiglieri a dispetto delle perplessità trapelate da Powell, all’accelerazione sulle criptovalute per trasformare le stablecoin legate al dollaro in una sorta di valuta globale, sollevando preoccupazioni nei veterani della Fed. Così come il licenziamento del commissario dell’Ufficio sulla statistica del lavoro, Erika McEntarfer, aveva lasciato intendere l’intento di mettere alla porta «chi manomette i numeri per nuocere a me e all’amministrazione».
Lo scontro a Washington sul governo dell’economia è solo all’inizio. E si tratta del terreno politicamente più rilevante perché, non da oggi, può decidere le elezioni.