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Meloni sospesa tra l’America e la nuova Ue

Washington, 18 agosto: i leader al vertice sull'Ucraina alla Casa Bianca (reuters)

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Dov’è l’Italia, che ruolo si assegna, quale spazio politico vuole occupare nel ridisegno in corso della carta geografica d’Europa da parte della guerra?
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In fondo al pozzo della crisi, in mezzo ai de profundis intonati sul suo destino, tra la diffidenza di Trump e l’ostilità di Putin, l’Europa sta in realtà sperimentando il suo futuro a due velocità, con un gruppo di leader e di Paesi pronto a superare con la volontà politica il blocco burocratico del veto nella Ue e la costrizione permanente dell’unanimità che rallentano ogni decisione e frenano qualsiasi ambizione di protagonismo sulla scena mondiale.

È ancora una volta, com’era inevitabile, l’asse franco-tedesco a mettere in movimento l’Unione: e per fortuna. Ma all’intesa tra Macron e Merz si aggiunge oggi il gioco di sponda di Starmer, che porta il Regno Unito a far prevalere le ragioni ideali sulla frattura non ancora risanata della Brexit, e lo sforzo di Donald Tusk per schierare la Polonia come nuova potenza nel gruppo di testa del continente, nonostante le resistenze interne.

Non è detto che l’esperimento vada in porto e che dia frutti visibili e permanenti, ma in questo mom…

In fondo al pozzo della crisi, in mezzo ai de profundis intonati sul suo destino, tra la diffidenza di Trump e l’ostilità di Putin, l’Europa sta in realtà sperimentando il suo futuro a due velocità, con un gruppo di leader e di Paesi pronto a superare con la volontà politica il blocco burocratico del veto nella Ue e la costrizione permanente dell’unanimità che rallentano ogni decisione e frenano qualsiasi ambizione di protagonismo sulla scena mondiale.

È ancora una volta, com’era inevitabile, l’asse franco-tedesco a mettere in movimento l’Unione: e per fortuna. Ma all’intesa tra Macron e Merz si aggiunge oggi il gioco di sponda di Starmer, che porta il Regno Unito a far prevalere le ragioni ideali sulla frattura non ancora risanata della Brexit, e lo sforzo di Donald Tusk per schierare la Polonia come nuova potenza nel gruppo di testa del continente, nonostante le resistenze interne.

Non è detto che l’esperimento vada in porto e che dia frutti visibili e permanenti, ma in questo momento non c’è dubbio che la vecchia Europa stia cercando con uno strappo di costruire il nuovo nucleo politico e morale di un’Unione che i critici giudicano perduta, senz’anima e senza radici.

A questo punto, inevitabilmente, nasce una domanda: dov’è l’Italia, che ruolo si assegna, quale spazio politico vuole occupare nel ridisegno in corso della carta geografica d’Europa da parte della guerra? Siamo pur sempre un Paese fondatore della Ue: sapremo esserlo anche della nuova Europa, impedendo la sua deformazione? Soprattutto, affideremo il futuro e le speranze dei nostri figli a un orizzonte europeo condiviso, che ci ha garantito un lungo dopoguerra di pace, libertà e sviluppo, o torneremo a rinchiuderci nell’illusione delle sovranità separate e concorrenti dei singoli Stati nazionali?

È la violenza delle due guerre in corso, quella di Israele a Gaza e in Cisgiordania e quella della Russia in Ucraina, che mette in risalto l’impotenza dell’Europa, la sua incompiutezza istituzionale, l’incapacità di tradurre il peso della sua storia in politica, autorità e iniziativa. Quella storia sembra diventata sterile, come se avesse concluso il suo ciclo, perché non c’è una politica estera che la interpreti, una strategia di difesa che la garantisca, e sulle due facce dell’euro manca il volto di un sovrano che sappia spendere i valori e gli ideali europei nelle grandi crisi del mondo.

Quanto più l’emergenza si aggrava, tanto più la mancanza d’Europa diventa drammatica, davanti allo scandalo umanitario consumato da Israele in Medio Oriente, alla missione terroristica permanente di Hamas e al conflitto d’aggressione della Russia in Ucraina.

Giorgia Meloni, da presidente del Consiglio, ha schierato subito l’Italia dalla parte dell’Ucraina, ed è infine giunta a chiedere a Israele di fermare l’occupazione militare a Gaza e gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania, giudicando fuori da ogni proporzione la reazione militare al pogrom di Hamas del 7 ottobre. Una scelta che ha confermato la linea tradizionale di politica estera del nostro Paese, una collocazione prima atlantica — per garantire un accreditamento immediato alla Casa Bianca del nuovo governo italiano di destra — poi finalmente occidentale.

Ma qui c’è il vero nodo da sciogliere, perché il concetto di Occidente è in trasformazione, revocato in dubbio dal presidente degli Stati Uniti che palesemente non crede nel legame transatlantico, opera per sciogliere il vincolo storico che ha unito per decenni Europa e America in una comunità di destino, intende esercitare il ruolo di imperatore piuttosto che di leader di una coalizione nata dalla storia, considera gli alleati dei sudditi e preferisce dialogare con Putin piuttosto che con Zelensky, accettando e facendo proprie le tesi del Cremlino.

Di quale Occidente stiamo dunque parlando? Quello ridotto da Trump a semplice contorno dell’impero americano o quello che considera essenziale, accanto alla potenza statunitense, la democrazia europea del diritto, delle istituzioni e dei diritti?

Dall’avvento di Trump alla Casa Bianca il sostegno dell’Italia all’Ucraina è stato continuo ma più prudente, sintonizzato sulla lunghezza d’onda americana: certo per mantenere il necessario legame con gli Usa, ma anche per una predisposizione trumpiana del nostro governo, nell’illusione di poter fare dell’Italia di destra un ponte tra Europa e America, mentre in realtà il ruolo disponibile è soltanto quello di miglior vassallo.

Ora, non si può ignorare che nello sforzo dei “volenterosi” c’è la coscienza di un’autonomia dell’Europa dentro l’alleanza, di un esercizio della propria libertà nel rispetto della storia, di una testimonianza dei valori tradizionali dell’Occidente, che nell’urto della valanga trumpiana sembrano essersi rifugiati proprio qui, nel vecchio continente. L’Italia è parte di quei valori, che formano l’identità nazionale, addirittura il costume e il modo di vivere del nostro Paese, e si riassumono nell’idea della democrazia liberale.

È proprio ciò che muove i “volenterosi”, ed è ciò che Trump condanna, e di cui vuole liberarsi. Il contrasto è evidente: da che parte starà l’Italia, e qual è l’idea di democrazia di Giorgia Meloni, oggi che l’universale si è frantumato in una pluralità di concetti diversi tra di loro?

In realtà l’occasione per la premier sarebbe irripetibile, se volesse coglierla: venendo da una cultura estranea alla democrazia dei diritti e delle istituzioni che è alla base dell’Europa occidentale, se guidasse l’Italia tra i “volenterosi”, riportandola nel pacchetto di testa della Ue, diventerebbe forza costituente della nuova Unione, compiendo così il suo destino e quello della destra italiana.

Dall’altra parte c’è solo la tentazione di una “democrazia illiberale” per i pieni poteri, che finirà fatalmente per forzare le costituzioni, uscendone fuori. È un atto di responsabilità repubblicana risparmiare all’Italia questa avventura, con una scelta di campo chiara che privilegi finalmente la democrazia sull’ideologia.

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