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Putin e l’ossessione della gloria perduta

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In questo culto eroico di Stato, nutrito dalla propaganda e dalla censura, il leader russo è il salvatore a cui spetta la missione di restituire alla patria l’orgoglio e la grandezza. Difficile che, con un simile fardello, pensi di fermarsi in Ucraina
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Hanno fatto di tutto per dividerci e indebolirci, ma è il momento di riprendere ciò che è nostro. È il luglio 2021 quando Vladimir Putin lo scrive, in un suo lungo intervento pubblicato sul sito del Cremlino e intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini. Il premio Pulitzer Anne Applebaum lo ha definito all’epoca «una chiamata alle armi». Non a torto. Perché l’articolo di Putin non sarà esattamente il Mein Kampf in salsa russa, se non altro per dimensioni, ma con la delirante autobiografia di Adolf Hitler ha più di qualche punto in comune.

Intanto, la volontà di riscrivere la storia. Nel suo caso per raccontare una Russia da sempre vittima, assediata, perseguitata dalle macchinazioni di nemici che vogliono impedirle di essere prospera. E poi il fatto di essere un testo programmatico. Farcito di tutte le parole chiave utili a legittimare una politica estera revisionista basata sul rancore per le umiliazioni subite dopo il collasso dell’Urss e sull’ansia di ricostruire la propria p…

Hanno fatto di tutto per dividerci e indebolirci, ma è il momento di riprendere ciò che è nostro. È il luglio 2021 quando Vladimir Putin lo scrive, in un suo lungo intervento pubblicato sul sito del Cremlino e intitolato Sull’unità storica di russi e ucraini. Il premio Pulitzer Anne Applebaum lo ha definito all’epoca «una chiamata alle armi». Non a torto. Perché l’articolo di Putin non sarà esattamente il Mein Kampf in salsa russa, se non altro per dimensioni, ma con la delirante autobiografia di Adolf Hitler ha più di qualche punto in comune.

Intanto, la volontà di riscrivere la storia. Nel suo caso per raccontare una Russia da sempre vittima, assediata, perseguitata dalle macchinazioni di nemici che vogliono impedirle di essere prospera. E poi il fatto di essere un testo programmatico. Farcito di tutte le parole chiave utili a legittimare una politica estera revisionista basata sul rancore per le umiliazioni subite dopo il collasso dell’Urss e sull’ansia di ricostruire la propria potenza.

C’è il complotto internazionale contro la rodina, la patria, svenduta nel 1991 dalla vecchia classe dirigente e tradita dai perfidi avversari, Stati Uniti e Nato in testa. Ci sono i nemici interni, servitori dell’Occidente, corrotti e nazisti, specie a Kiev. E c’è l’ossessione per una grandezza che si reclama come un diritto naturale, da riottenere a ogni costo.

Putin lo ripeterà nel discorso televisivo del 21 febbraio 2022, poco prima di scatenare l’invasione dell’Ucraina. Non ci vogliono grandi, siamo costretti a combattere. Per rinascere, dirà lui. In effetti per riconquistare il proprio impero, quello tramontato alla fine della Guerra fredda.

E lo ribadirà ancora dopo l’incontro in Alaska, a Ferragosto. Solo che ora l’impero è pudicamente ribattezzato «sfera di influenza», un omaggio al linguaggio del bipolarismo che si vorrebbe rifondare con i nuovi Stati Uniti dell’amico (almeno, il più delle volte) Trump.

Che sia chiaro comunque: non ci sarà pace in Europa finché non verranno rimosse le «cause profonde della crisi». Cioè fino a che la Russia non riavrà la supremazia che le spetta sulla parte orientale del continente, riportando sotto il suo controllo le nazioni liberatesi negli anni Novanta. Prima di tutto quella «parte inalienabile» della madre Russia che arriva fino a Leopoli, da annettere o trasformare in vassallo come la Bielorussia. Il primo dei frammenti di un reame da ricomporre, in un modo o nell’altro.

Putin, va detto, non ha inventato questa ossessione per la gloria perduta. Ne è solo l’interprete più spregiudicato. Lo scriveva già qualche anno prima della guerra lo storico di Harvard (ma sovietico di nascita) Serhij Plochij ne Il regno perduto (Lost Kingdom), un volume illuminante per chiunque voglia comprendere la perenne tentazione imperialista di chi governa a Pietroburgo e Mosca, da Ivan il terribile a oggi.

Il timore di essere accerchiati da nemici subdoli, l’angoscia di non essere abbastanza temuti e rispettati, l’ansia di espandersi verso occidente, verso quell’Europa allo stesso tempo invidiata per il suo benessere e disprezzata per le sue libertà, preda e nemico insieme, sono psicosi ben radicate. Non hanno più fondamento della leggenda del «colpo di pugnale alla schiena» da parte dei perfidi giudei e dei socialisti con cui i nazionalsocialisti spiegavano la disfatta della grande Germania nel 1918. Ma non vuol dire che non siano popolari.

In questa visione, distorta quanto diffusa, il 1945 è l’anno dello splendore. Mentre, ottant’anni dopo, vincitori e vinti nella vecchia Europa occidentale commemorano le vittime e piangono la distruzione e la violenza, in Russia “l’anno zero” è celebrato come l’alba di un’era trionfale. Vittoriosa dopo un conflitto all’ultimo sangue, la rodina ha ricevuto infine la ricompensa che attendeva da tempo. I suoi soldati hanno marciato da padroni fino a Vienna e Berlino, soggiogato di nuovo gli antichi sudditi degli zar, popoli baltici compresi, e stabilito con la forza i confini di un imponente impero che assicurerà prestigio e sicurezza.

Poco importa che la Grande guerra patriottica, come viene definito il secondo conflitto mondiale, sia scoppiata anche grazie alla scellerata alleanza tra Stalin e Hitler. Nella luminosa mitologia successiva questo dettaglio verrà dimenticato e si ricorderà che solo l’Urss può rivendicare il merito di aver sconfitto il nazismo. Primato morale sufficiente a legittimare, dicono le fonti di regime a Mosca (e ripetono volentieri alcuni opinionisti anche in Italia), l’imposizione di un dominio assoluto dal Baltico al Mar Nero.

Certo è una memoria alquanto parziale, ma non c’è dubbio che sia anche esaltante, soprattutto se paragonata con la decadenza post-sovietica. Non c’è dunque da sorprendersi se, come ha detto lo storico russo Nikita Petrov, la nostalgia del 1945 è diventata una religione civile nella Russia contemporanea.

In questo culto eroico di Stato, nutrito dalla propaganda ufficiale e dalla censura, Putin è l’uomo forte e il salvatore a cui spetta la missione di ricostruire un nuovo ordine, restituendo alla patria quell’orgoglio e quella grandezza perduti con la vergognosa dissoluzione del 1991. È davvero difficile immaginare che un dittatore con un simile fardello storico sulle spalle voglia accontentarsi di una pace ragionevole. O pensi di fermarsi all’Ucraina.

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