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L’Occidente sfilacciato e il ruolo dell’Italia

(reuters)

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Adesso si chiede all’Europa di cavarsi d’impaccio più o meno da sola
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Agli occhi degli osservatori il quadro era già chiaro e adesso non ci sono dubbi nemmeno tra il grande pubblico. L’imponente parata militare cinese — organizzata per celebrare l’improbabile concorso decisivo di Pechino alla vittoria nella seconda guerra mondiale — ha cambiato la percezione della nuova Asia. Come ha titolato ieri Repubblica, il patto ha preso la forma di una parata contro l’Occidente. La Cina, circondata da alleati e vassalli, si sforza di porsi ormai come l’alternativa al mondo occidentale e per farlo sfoggia un armamentario mai visto in precedenza. Il vecchio “potere dolce”, il “soft power” in cui ci siamo a lungo cullati perché in fondo era quasi rassicurante, esiste ancora ma adesso emerge una volontà di potenza che poggia senza mezzi termini sullo strumento militare.

Putin, il martellatore dell’Ucraina, dovrà decidersi, prima o poi. Non è più lui a dare le carte, o almeno è non più solo lui. Gli sviluppi a Kiev e dintorni passeranno almeno in parte da Pechino. Pe…

Agli occhi degli osservatori il quadro era già chiaro e adesso non ci sono dubbi nemmeno tra il grande pubblico. L’imponente parata militare cinese — organizzata per celebrare l’improbabile concorso decisivo di Pechino alla vittoria nella seconda guerra mondiale — ha cambiato la percezione della nuova Asia. Come ha titolato ieri Repubblica, il patto ha preso la forma di una parata contro l’Occidente. La Cina, circondata da alleati e vassalli, si sforza di porsi ormai come l’alternativa al mondo occidentale e per farlo sfoggia un armamentario mai visto in precedenza. Il vecchio “potere dolce”, il “soft power” in cui ci siamo a lungo cullati perché in fondo era quasi rassicurante, esiste ancora ma adesso emerge una volontà di potenza che poggia senza mezzi termini sullo strumento militare.

Putin, il martellatore dell’Ucraina, dovrà decidersi, prima o poi. Non è più lui a dare le carte, o almeno è non più solo lui. Gli sviluppi a Kiev e dintorni passeranno almeno in parte da Pechino. Per cui la spacconata di ieri (“sono disposto a incontrare Zelensky, ma venga lui a Mosca”) lascia il tempo che trova. Eppure la frase, rozza e intollerabile per gli ucraini, può essere anche interpretata come un primo gesto volto ad assecondare l’ingresso sulla scena dei cinesi. Per marcare il loro ruolo, è più conveniente immaginarli come temporanei pacificatori (sulla base dei desideri del Cremlino, è ovvio) piuttosto che come fomentatori di rinnovate violenze. Il loro è un contributo “alla pace e cooperazione tra i popoli” ha detto Massimo D’Alema, che si trova a Pechino, unico italiano di alto rango politico.

Il mondo ha già sperimentato scenari del genere, senza dimenticare il vecchio adagio secondo cui la storia la prima volta è tragedia, la seconda è farsa. Quel che è certo, se il tema è la pressione russo-cinese contro l’Occidente (vera, verosimile, plausibile… si capirà), bisogna rifarsi al 1949 e alla nascita della Nato. Per accorgersi subito che le differenze prevalgono di molto sulle analogie. Allora nasceva un’alleanza militare solida e potente, con un’America alle spalle motivata a dare un senso all’intesa euro-atlantica. Adesso si chiede all’Europa di cavarsi d’impaccio più o meno da sola, senza nemmeno sapere fino a che punto gli Stati Uniti trumpiani accorrerebbero in suo aiuto in caso di necessità. Certo, esiste ancora la Nato, una volta depurata dalle scorie: ma davvero si finge di credere che l’Unione incerottata sia in grado di contenere i russi, una volta stabilito che l’America non c’è o non c’è abbastanza? Al momento ha il sapore di un’illusione.

Sembra crederci Macron, che vorrebbe essere il leader di un’Europa smarcata dagli Usa. Ma ci sono soprattutto ragioni di politica interna che spiegano il dinamismo presidenziale, alla testa di una Francia troppo fragile per esercitare una leadership in modo credibile. Ci crede molto meno il tedesco Merz, tutt’altro che un vile. Ma il cancelliere vuole evitare di mettere un piede in fallo: con gli estremisti di AfD alle porte, non può permetterselo. E l’Italia meloniana ha scelto Berlino piuttosto che Parigi: nel segno peraltro di quella politica estera che nel secondo dopoguerra ha guardato soprattutto a figure come Adenauer, Schmidt, Kohl. Mentre la sinistra era attratta dal post-gollismo di Mitterrand. Peraltro senza particolari risultati sotto il profilo dell’ingegneria costituzionale.

Il punto è che l’Occidente era ben vivo nel 1949, quando l’Italia rientrò nei ranghi delle sue naturali alleanze. Oggi invece è tutto sfilacciato. Persino definire il termine Occidente può creare incertezze. Viceversa, gli avversari dell’Occidente (i Putin, gli XI e Kim, gli iraniani e i bielorussi) sanno cosa vogliono e quello che desiderano demolire. Si sentono a loro agio nella post-democrazia.

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