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Piazza Tienanmen, vecchi simboli per nuovi imperi

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Questo grandioso racconto ideologico oggi si presenta come sovrastruttura di un sistema ancora più potente e temibile perché fondato sull’alleanza competitiva tra più despoti
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La piazza Tienanmen di Pechino è lo scenario di alcune vicende umane e politiche che scandiscono drammaticamente la storia contemporanea. Il 5 giugno del 1989 una minuscola figura sfidò la macchina d’acciaio di un carro armato, muovendoglisi davanti con destrezza per contrastarne la marcia: e a tanti sembrò che, come in una dolente coreografia di Pina Bausch e in una metafora straziante, l’inseguito inseguisse il suo inseguitore.

Ieri (3 settembre), sempre in quella piazza — e come a voler cancellare definitivamente la memoria di 36 anni fa — è tornato grandiosamente l’Impero e ha mostrato in pompa magna tutta la sua forza e tutta la sua ambizione. Qui l’espressione pompa magna indica in particolare l’allestimento, la messa in scena, l’apparato teatrale che ha accompagnato e celebrato l’evento.

Pechino, 3 settembre: Xi Jinping al centro tra Vladimir Putin e Kim Jong-un 

Già tra i Sumeri e…

La piazza Tienanmen di Pechino è lo scenario di alcune vicende umane e politiche che scandiscono drammaticamente la storia contemporanea. Il 5 giugno del 1989 una minuscola figura sfidò la macchina d’acciaio di un carro armato, muovendoglisi davanti con destrezza per contrastarne la marcia: e a tanti sembrò che, come in una dolente coreografia di Pina Bausch e in una metafora straziante, l’inseguito inseguisse il suo inseguitore.

Ieri (3 settembre), sempre in quella piazza — e come a voler cancellare definitivamente la memoria di 36 anni fa — è tornato grandiosamente l’Impero e ha mostrato in pompa magna tutta la sua forza e tutta la sua ambizione. Qui l’espressione pompa magna indica in particolare l’allestimento, la messa in scena, l’apparato teatrale che ha accompagnato e celebrato l’evento.

Pechino, 3 settembre: Xi Jinping al centro tra Vladimir Putin e Kim Jong-un 

Già tra i Sumeri e gli antichi Egizi la rappresentazione degli apparati militari e delle armi solennizzava la crescita della potenza di quei popoli. Millenni dopo le falangi di Sparta e di Atene realizzavano manovre militari in occasione di grandi feste religiose e alla vigilia di importanti spedizioni belliche. Ma fu con lo sviluppo dell’impero romano che la parata militare assunse un ruolo assai significativo nel sistema iconografico e simbolico destinato a rinnovare e a glorificare il potere guerriero. I trionfi per le strade di Roma celebravano il comandante vittorioso e le sue legioni.

È da quel canone marziale e da quei rituali simbolici che è derivato il ricorso alla parata militare da parte di tutte le dittature del ‘900 e del secolo successivo. La parata militare non solo come espressione di forza bellica ed economica, ma proprio come dichiarazione superba della nietzschiana volontà di potenza. Ovvero la capacità di esercitare il dominio e di espandere i confini, di porre fine al caos e di garantire l’ordine, di esprimere egemonia e leadership.

Questa è stata la funzione sociale e, direi, culturale delle sfilate militari e delle esibizioni marziali nel corso di tutti i regimi fascisti del secolo scorso, così come nei sistemi totalitari del mondo sovietico. Oggi lo è in Russia, nella Corea del Nord e in altri regimi autoritari dell’Asia e dell’Africa. E oso dire che non è forse un caso che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non certo estraneo a pulsioni autoritarie, abbia voluto la “sua” parata, il 14 giugno 2025, 250esimo anniversario della fondazione dell’esercito e data del suo genetliaco.

Nella celebrazione della vittoria della Cina sul Giappone nel 1945 c’è tutto questo e ancora di più: qui la volontà di potenza va intesa nel più complesso significato che volle darle Nietzsche: ossia come espressione di forza morale e spirituale, di innovazione scientifica e tecnologica, di rinnovamento generazionale e di quella giovinezza del mondo a cui alludeva Giacomo Leopardi.

Questo grandioso racconto ideologico oggi si presenta come sovrastruttura di un sistema imperiale ancora più potente e temibile perché fondato sull’alleanza competitiva, e che si vorrebbe organica, tra più imperi. Quelli ripresi nel fotogramma dei despoti che assistono alla parata di piazza Tienanmen: Xi Jinping, Vladimir Putin, Kim Jong-un; e, nelle immediate vicinanze, il bielorusso Alexander Lukashenko, l’iraniano Masoud Pezeshkian e il capo della giunta militare birmana Min Aung Hlaing, e altri specchiati galantuomini. In altre parole l’asse del disordine, secondo la definizione di Richard Fontaine e Andrea Kendall-Taylor.

Eccezionalmente rivelatrice la conversazione tra Putin e Xi Jinping a proposito delle biotecnologie capaci, attraverso il trapianto degli organi, di allungare la vita «fino all’eternità» (sindrome ricorrente nei dittatori di tutti i tempi).

Davanti a questo inclito pubblico hanno sfilato missili ipersonici, missili balistici intercontinentali con capacità nucleare, missili anti-nave, armi laser e armi a microonde ad alta potenza, sottomarini senza equipaggio, artiglieria semovente su ruote, aerei da combattimento, elicotteri, droni e “friggi-droni” (lo scudo hi-tech destinato a proteggere lo spazio aereo). Tutto un arsenale imponente e minaccioso quale altri mai. Inequivocabile il messaggio che trasmette.

Ad attenuarlo appena, quel messaggio, quasi come un arabesco lezioso, le colombe raffigurate sull’installazione che fa da scenario al palco: e, poi, il volo di migliaia di colombe vere che solcano il cielo di Pechino. L’ormai universale simbolo di pace che sorvola quelle tonnellate di armi letali.

Sovviene irresistibile un’associazione di ricordi: il riconoscimento sovietico per la pace, prima Premio Stalin e poi Lenin, che venne attribuito, nel corso degli anni ‘50, alle personalità le più diverse: da Louis Aragon a Pablo Picasso, da Danilo Dolci a Pietro Nenni (che poi lo restituì al mittente).

Ecco, se a Donald Trump non venisse assegnato quel Nobel per la pace da lui agognato, resta sempre la possibilità di onorarlo con un più modesto ma comunque gratificante Premio Putin. Per avere tanto brillantemente contribuito al successo dei Nuovi Imperi.

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