Pubblichiamo un estratto dell’intervento che l’autore terrà durante il Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza il prossimo 13 settembre
Non voltiamoci dall’altra parte: l’Europa sta male, l’Europa è in difficoltà. È attaccata da tutte le parti. La Russia e la Cina affermano che la nostra era è finita, mentre la loro è solo all’inizio e il loro regime autoritario sta acquisendo sempre più influenza. Nel mondo arabo-musulmano gli islamisti detestano il nostro stile di vita e nelle nostre società i loro emuli, minoritari tra i musulmani ma molto attivi, alimentano questo odio. Le nazioni che sono nate dagli imperi coloniali ci fanno sentire in colpa per le nostre politiche passate e movimenti come gli intellettuali “decoloniali” continuano a gettare discredito su tutta la nostra civiltà e cultura. E ora l’attuale amministrazione statunitense ci maltratta. Ci impone dazi doganali che accettiamo, costretti e obbligati, e questo ha segnato, come espresso dal primo ministro francese,…
Pubblichiamo un estratto dell’intervento che l’autore terrà durante il Festival del Pensare Contemporaneo di Piacenza il prossimo 13 settembre
Non voltiamoci dall’altra parte: l’Europa sta male, l’Europa è in difficoltà. È attaccata da tutte le parti. La Russia e la Cina affermano che la nostra era è finita, mentre la loro è solo all’inizio e il loro regime autoritario sta acquisendo sempre più influenza. Nel mondo arabo-musulmano gli islamisti detestano il nostro stile di vita e nelle nostre società i loro emuli, minoritari tra i musulmani ma molto attivi, alimentano questo odio. Le nazioni che sono nate dagli imperi coloniali ci fanno sentire in colpa per le nostre politiche passate e movimenti come gli intellettuali “decoloniali” continuano a gettare discredito su tutta la nostra civiltà e cultura. E ora l’attuale amministrazione statunitense ci maltratta. Ci impone dazi doganali che accettiamo, costretti e obbligati, e questo ha segnato, come espresso dal primo ministro francese, François Bayrou, “un giorno buio” per l’Europa “che si rassegna alla sottomissione”. Inoltre, il vicepresidente J.D. Vance accusa l’Europa di soffocare le libertà e di non ascoltare più i popoli, cosa che lui stesso ha fatto quando lo scorso febbraio ha ricevuto a Monaco i rappresentanti del partito di estrema destra tedesco AfD. In realtà, egli difende un’altra concezione della democrazia. Non più quella della democrazia liberale e rappresentativa sviluppatasi nel corso dei decenni proprio iniziando dal suo stesso Paese, ma una democrazia fondata sulla sovranità popolare senza limiti. Le sfide che gli europei devono affrontare sono quindi considerevoli.
In queste condizioni, la cosa peggiore sarebbe riproporre discorsi rassicuranti e convenzionali, come ad esempio ricordare la frase di Jean Monnet secondo cui «l’Europa si costruirà nelle crisi e sarà la somma delle soluzioni apportate a tali crisi». Tanto più che gli europei sono divisi. Alcuni, come il capo del governo ungherese Viktor Orbàn, ritengono che l’Unione europea sia in definitiva impotente; di conseguenza, per difendere l’Occidente, è preferibile “trattare” con Donald Trump, anche a costo, ad esempio, di sacrificare l’Ucraina e soddisfare gli appetiti di Vladimir Putin. Altri, come Giorgia Meloni, sono in bilico e cercano di mediare tra gli Stati Uniti e l’Europa per “make the West great again”, come ha detto al presidente americano. Infine, ci sono i resistenti, il cancelliere Merz, il presidente Macron, che ritengono che siamo entrati in una nuova fase storica per la quale l’Europa deve prepararsi al più presto a diventare autonoma, costruire una sovranità europea e affermarsi come potenza. Il dibattito è quindi acceso, ma in fondo non fa altro che rilanciare un dilemma antico quanto la storia della costruzione europea: occorre più Europa o occorre preservare e persino rafforzare la realtà nazionale? Per risolvere questo problema, i nostri responsabili politici dovrebbero tenere in considerazione i propri cittadini, come suggerisce giustamente J.D. Vance.
Ma cosa dicono i sondaggi a nostra disposizione? Larga parte degli europei rifiuta sia l’attuale inquilino della Casa Bianca che il capo del Cremlino. Mai come ora cercano la protezione dell’Europa, vogliono una difesa europea e che l’Unione parli con una sola voce. Naturalmente, criticano molti aspetti della costruzione europea, la sua burocrazia, la sua lentezza, la sua pesantezza, le sue decisioni tecnocratiche, la sua scarsa visibilità ed efficacia democratica. Ma, poiché vengono messi in discussione, criticati e denigrati, si sentono più europei che mai. Spetta quindi alle nostre élite rispondere non solo alle loro preoccupazioni — sicurezza, potere d’acquisto, salute, lotta contro l’immigrazione clandestina, lotta contro il riscaldamento globale — ma anche alle loro aspirazioni, in particolare quelle rivolte alla democratizzazione e alla ricostituzione del patrimonio culturale europeo che storicamente ha saputo nutrirsi della sua diversità. E infine inventare una nuova narrativa.
Il compito è arduo. Per due ragioni principali. Da un lato, perché gli europei, come abbiamo detto, sono divisi sia sulla valutazione della situazione che sulle soluzioni da elaborare. Ciò richiede un chiarimento sulle nostre concezioni dell’Europa e sui nostri valori. O si troveranno dei compromessi per rifondare il modello europeo, oppure l’Europa avanzerà a due velocità tra coloro che vogliono più integrazione e sovranità e coloro che preferiscono la sottomissione nazionale. Dall’altra parte, sorge una domanda cruciale, persino tragica, alla quale al momento non abbiamo risposta: siamo certi che i leader europei siano all’altezza delle sfide di oggi? Sono davvero consapevoli che il nostro futuro si sta decidendo proprio in questo momento? Saranno sonnambuli come alla vigilia del 1914, per riprendere il titolo del famoso libro dello storico Christopher Clark, o saranno visionari come i padri fondatori dell’Europa dopo il 1945?