Gli otto mesi che sconvolsero il mondo ci presentano il conto. Era il 20 gennaio quando il tycoon di Mar-a-Lago inaugurava il suo secondo mandato alla Casa Bianca annunciando il nuovo “miracolo americano”. Da allora, solo disastri. L’unico vero “miracolo” compiuto dallo sceriffo di Washington è stato quello di distruggere l’Occidente, di ridare al criminale Putin la dignità perduta e alla Russia la sovranità pretesa, di ricompattare tutte le peggiori autocrazie del Sud globale sotto le insegne del dragone cinese di Xi, abile costruttore dell’ordine nuovo e ora persino cultore del mito dell’immortalità. Nessuna pace in Ucraina e in Palestina, ma conflitti ancora più sanguinosi.
Il costo umano delle guerre militari è terrificante, e ne paghiamo l’orrore e il dolore ogni giorno. Il costo economico delle guerre commerciali è pesante, e anche quello comincia a mordere la carne viva dei popoli. L’impatto della Trump-tax lo ha appena calcolato lo studio Ambrosetti, che riunisce a Cernobbio …
Gli otto mesi che sconvolsero il mondo ci presentano il conto. Era il 20 gennaio quando il tycoon di Mar-a-Lago inaugurava il suo secondo mandato alla Casa Bianca annunciando il nuovo “miracolo americano”. Da allora, solo disastri. L’unico vero “miracolo” compiuto dallo sceriffo di Washington è stato quello di distruggere l’Occidente, di ridare al criminale Putin la dignità perduta e alla Russia la sovranità pretesa, di ricompattare tutte le peggiori autocrazie del Sud globale sotto le insegne del dragone cinese di Xi, abile costruttore dell’ordine nuovo e ora persino cultore del mito dell’immortalità. Nessuna pace in Ucraina e in Palestina, ma conflitti ancora più sanguinosi.
Il costo umano delle guerre militari è terrificante, e ne paghiamo l’orrore e il dolore ogni giorno. Il costo economico delle guerre commerciali è pesante, e anche quello comincia a mordere la carne viva dei popoli. L’impatto della Trump-tax lo ha appena calcolato lo studio Ambrosetti, che riunisce a Cernobbio i resti di una classe dirigente internazionale sempre più confusa. I dazi Usa al 15% costeranno all’Europa 75,8 miliardi di euro l’anno, contro i 5,9 miliardi contabilizzati nel 2024. Gli oneri tariffari peseranno sull’Italia per 9 miliardi. Se a questi aggiungiamo la svalutazione del dollaro crollato del 10,6% in meno di un anno e la spirale inflattiva innescata dalla stangata doganale, la perdita di competitività delle merci italiane sarà ancora maggiore.
La grancassa di palazzo Chigi continua imperterrita a celebrare i trionfi del governo meloniano. Ma le crepe nel muro della propaganda di regime si fanno sempre più visibili. La crescita è a zero, la produzione industriale cala da più di due anni consecutivi, e ora persino l’occupazione dà i primi segnali di raffreddamento, dopo l’impennata dovuta molto più agli ultra-cinquantenni rimasti al lavoro grazie alla legge Fornero che non ai nuovi posti di lavoro effettivi: a settembre, non a caso, è previsto un calo del 2,6% delle assunzioni (lo dice Il Sole 24 ore, non le turpi gazzette bolsceviche del fu campo largo).
La Sorella d’Italia quest’anno diserta l’appuntamento di villa d’Este, dove un anno fa una business community tremebonda le stese un comodo red carpet. Toccherà a Giancarlo Giorgetti, domenica 7 settembre, spiegare come affrontiamo l’autunno. Insieme alle regionali che chiameranno alle urne 17 milioni di italiani, il vero stress test per i patrioti al comando sarà la legge di bilancio. La penultima, prima del voto politico del 2027.
La presidente del Consiglio giura: sarà la manovra del ceto medio. È prevedibile una copiosa manna di bonus e di prebende elettorali, come nella peggior tradizione. Le reggerà, il ministro del Tesoro? È vero che in questi tre anni è riuscito a tenere ben strette le redini del deficit: il calo dello spread nasce da qui, e persino Christine Lagarde riconosce all’Italia un percorso virtuoso che all’inizio della legislatura non era affatto scontato, vista la fame atavica dei Fratelli d’Italia ansiosi di mungere finalmente la vacca statale. Ma la sfida adesso si fa più difficile: come si concilia l’urgenza di spendere soldi per lucrare voti con l’esigenza di non deragliare dal sentiero che ci sta portando verso la fuoriuscita dalla procedura d’infrazione europea?
Meloni può continuare a spacciare i suoi falsi spot di regime a uso e consumo dei direttori dei tg Rai pronti a restare suoi portavoce senza bisogno di traslocare a palazzo Chigi. Ma l’Italia è ferma e dunque declina. Tra ritardi e modifiche al piano il Pnrr ha perso da tempo la sua spinta propulsiva. La legge di bilancio sarebbe una buona occasione per dare una scossa al Paese senza mandarlo a sbattere di nuovo contro il muro del debito. Ma le premesse non confortano.
Il bilancio è già ipotecato, tra la folle vagonata di miliardi che deve coprire l’aumento delle spese militari imposto da paparino Donald e la pioggia tossica di miliardi che serve a costruire il ponte sullo Stretto sognato da capitan Salvini. C’è il solito “tesoretto” delle maggiori entrate fiscali dell’anno passato, ma non basta a fare interventi strutturali sull’Irpef, a meno che non si creda esaustiva la mancetta della detassazione degli straordinari.
Date queste criticità che pesano sulla maggioranza, la legge di bilancio sarebbe una magnifica opportunità anche per l’opposizione. In questi tre anni di confusa traversata nel deserto i leader del fu campo largo hanno presentato proposte spicciole, dalla sanità al fisco. Sono riusciti anche a convergere su misure simboliche e ad alto impatto sociale, come il salario minimo. Quello che è mancato, e manca drammaticamente tuttora, è un’idea complessiva di Paese, una piattaforma programmatica condivisa da presentare agli italiani e da contrapporre alla morta gora garantita finora dalle destre.
A Pd e Cinque Stelle, Avs e Più-Europa, la sessione di bilancio d’autunno offre su un piatto d’argento la possibilità di fare il “salto quantico” di cui nel centrosinistra si parla invano da mesi, e di mandare davvero “l’avviso di sfratto” a Meloni di cui Schlein, Conte, Fratoianni e Bonelli hanno discusso sul palco romano del Monk.
Ognuno di loro ha lanciato le sue ipotesi. Da una seria tassazione dei profitti delle banche (invece dell’inutile anticipo d’imposta varato un anno fa dai populisti alle vongole, che sul credito vogliono solo fare carne di porco come dimostra l’assalto a Mediobanca), allo scorporo delle tariffe elettriche dal prezzo del gas (invece dell’impensabile abolizione delle accise annunciata dalla Underdog della Garbatella davanti a una pompa di benzina).
Si siedano a tavolino, le mettano nero su bianco, predisponendo per ciascuna misura una rigorosa copertura finanziaria. E poi — come si faceva a Westminster una volta, quando la democrazia dell’alternanza era ancora un valore — presentino la loro contro-manovra economica. Come se invece che quattro sbandati personaggi in cerca d’autore — impegnati a bisticciare sulla farsesca candidatura di un cacicco o sulla grottesca corsa alla premiership — fossero un vero governo ombra. Pronto qui e ora a contendere credibilmente il primato al governo in carica.
La Cgil di Maurizio Landini, con tutti i suoi limiti e i suoi errori, ha già annunciato su questo giornale la sua, di contro-manovra, per esigere la restituzione dei 24 miliardi che tra il 2022 e il 2024 il ceto medio ha pagato in più per effetto del fiscal drag: mille euro in più, di media, per ogni lavoratore e pensionato che non ha potuto contare sul riallineamento di scaglioni e detrazioni Irpef rispetto all’inflazione.
È una richiesta sacrosanta. Invece di marciare in ordine sparso, le opposizioni dovrebbero farla propria e metterla a sistema, dentro una Finanziaria alternativa da spiegare agli italiani, in piazza e in Parlamento. C’è tempo per farlo, se ci fosse anche la voglia. Ricordando una cosa a Meloni, a proposito di ceto medio e di dumping fiscale.
La Francia è nei guai neri, e questo è un fatto incontrovertibile. Ma giusto per capire cosa è ceto medio a Roma e cosa è ceto medio a Parigi conviene ricordare un paio di numeri. Primo numero: da noi la massima aliquota Irpef del 43% si applica ai redditi che superano i 50 mila euro, da loro in base alla tabella 2026 l’aliquota del 41% colpisce i redditi tra gli 83.824 e i 180.294 euro mentre la massima del 45% tutti i redditi superiori a quest’ultima soglia.
Secondo numero: tra le norme annunciate nella cura lacrime e sangue del governo in bilico di Bayrou c’è anche un taglio di 6 miliardi della Csg (cioè la contribuzione sociale generalizzata) che riguarda i “redditi a minor potere d’acquisto” pari fino a 1,4 volte lo Smic (cioè il Salario minimo interprofessionale).
In soldoni, equivale a una busta paga mensile di 2.520 euro. Questo, per i francesi, è un “reddito povero”. Uno stipendio così, in Italia, lo prendono i funzionari e i dirigenti d’azienda. Ma questo Meloni non lo dice. Così continuerà ad avere ragione Ennio Flaiano, che diceva «dobbiamo aiutare i ricchi: abbiamo già troppi poveri».