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La milanesità di Giorgio Armani

Milano, 5 settembre: rose per "il signor Armani" davanti ad Armani Silos (ansa)

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I dipendenti lo chiamano “signor”, che non è solo un segno di un rispetto, ma anche il titolo che gli spetta nella città del fare
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Il saluto commosso che i dipendenti e la famiglia rendono a Giorgio Armani sulle pagine dei quotidiani contiene la quintessenza della sua milanesità. Lo chiamano “signor Armani”, che non è solo un segno di un rispetto, ma anche il titolo che gli spetta nella città del fare. Lì, a Milano, il signor Brambilla è quello della bottega sotto casa, così come il signor Nicola è l’imbianchino arrivato ragazzo dalla Puglia.

In quell’annuncio in nero bucato in bianco c’è la parola “dipendenti”, termine immancabile in una città che è stata industriale nel suo passato ottocentesco e novecentesco, termine forse caduto in disuso e che tuttavia denota una precisa idea del proprio ruolo lavorativo che Armani stesso condivideva, proprio oggi che tutti siamo “dipendenti” dalle tecnologie digitali e veniamo definiti piuttosto customer, clienti.

In quel saluto ci sono le altre parole decisive: “responsabilità”, “passione”, “dedizione”. Definiscono l’elemento meneghino che Armani ha incarnato, forse l’ul…

Il saluto commosso che i dipendenti e la famiglia rendono a Giorgio Armani sulle pagine dei quotidiani contiene la quintessenza della sua milanesità. Lo chiamano “signor Armani”, che non è solo un segno di un rispetto, ma anche il titolo che gli spetta nella città del fare. Lì, a Milano, il signor Brambilla è quello della bottega sotto casa, così come il signor Nicola è l’imbianchino arrivato ragazzo dalla Puglia.

In quell’annuncio in nero bucato in bianco c’è la parola “dipendenti”, termine immancabile in una città che è stata industriale nel suo passato ottocentesco e novecentesco, termine forse caduto in disuso e che tuttavia denota una precisa idea del proprio ruolo lavorativo che Armani stesso condivideva, proprio oggi che tutti siamo “dipendenti” dalle tecnologie digitali e veniamo definiti piuttosto customer, clienti.

In quel saluto ci sono le altre parole decisive: “responsabilità”, “passione”, “dedizione”. Definiscono l’elemento meneghino che Armani ha incarnato, forse l’ultimo grande esponente d’una città che è composta d’immigrati, di gente venuta da fuori, in cerca di fortuna — pure l’espressione “far fortuna” è obsoleta. Certo, lui arrivava da non troppo lontano, da Piacenza, città geograficamente in Emilia, sotto il Po, ma che culturalmente e industrialmente appartiene alla Lombardia, meglio: a Milano.

Giorgio Armani (reuters)

L’altro verbo, che funge da perno di questo addio e sa tanto d’un altro secolo, è: “lavorare”. Cosa significa il lavoro di sarto? Stilista è una parola venuta dopo, titolo onorevole e onorifico di un antico mestiere, un’attività fatta di manualità e colpo occhio, che nell’annuncio si compendia nel sostantivo “visione”, perché la materia del Made in Italy è una questione di sguardi e attenzioni minute.

Un lavoro certosino, persino pignolo, senza il quale non ci sarebbe neppure la visione, che nel caso di Armani è stata non solo un fatto artistico, ma anche imprenditoriale, ovvero l’idea d’un capitalismo di bottega che non si fa sedurre dall’altra faccia di Milano, la finanza, oggi vincente.

Sarà forse che Armani apparteneva alla generazione venuta su dopo la guerra, la generazione della Ricostruzione, degli anni Sessanta, della passione e della dedizione, appunto, che ha lavorato sodo, perché c’era da rimettere in piedi la città. Da vetrinista a stilista gli è occorso tempo, e una delle regole d’ogni lavoro pratico è la tenacia insieme alla determinazione. A Giorgio Armani non mancavano entrambe, come s’è visto, anche nella stessa idea che aveva di sé. Più di una volta ha detto di aver avuto poco tempo per tutto ciò che non era il lavoro, come se fosse un rimpianto.

Negli ultimi quarant’anni si è passati dalla produzione industriale a quella dell’immateriale, dal lavoro di fabbrica al digitale, ma Milano ha ancora le sue fabbriche in quel territorio a lei prossimo, la Brianza, e fabbriche e fabbrichette ci sono anche in Veneto, in Emilia e persino in Friuli. L’etica del fare è stata dunque il segno dell’imprenditorialità milanese. La “visione” di cui parla il congedo pubblico della famiglia e dei dipendenti indica però anche l’immaginario che l’impresa sartoriale di Armani ha diffuso nel mondo.

Questa è un’altra delle caratteristiche di Milano, insieme con la filosofia dello stà schisc, del non farsi notare. La capitale del Nord mira sempre in alto, ambiziosa seppur con la cautela e la ponderatezza che nasce dalla fatica quotidiana. Quasi un paradosso, perché proprio la moda con le sue forme è esattamente il contrario, ma proprio qui sta il genio di Armani, la sua capacità d’inventarsi uno stile fatto di piccoli tocchi e minime ideazioni, che non punta all’apparenza bensì all’eleganza.

C’è una misura tutta meneghina, del milanese acquisito, nel suo fare, sebbene l’idea di manifestarsi, di segnare di sé il mondo, a partire da quell’oggetto unico e indispensabile cui affidiamo la nostra immagine, il vestito, è stata la forza del suo marchio.

In una società di massa l’idea dell’unicità personale di Armani è la medesima che ha praticato il design milanese con una serie lunga di nomi noti: l’altro punto di forza della città. Design e moda nascono da una artigianalità costruita da innovatori spesso senza laurea o titoli di studio in prestigiose università.

Una storia italiana, si è detto. Vero, ma una storia di una città che dopo Re Giorgio deve ridisegnare la propria identità per il futuro e per essere coerente con sé stessa.

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