La sfida dell’Eurasia all’Occidente
di Ezio MauroIl domino del mondo si è rimesso in movimento, come succede soltanto quando finisce una fase e comincia una nuova epoca. Stiamo assistendo alla fine del lungo interregno sospeso tra il non più e il non ancora, un’età dell’incertezza di cui tutti avvertivamo l’equilibrio precario e la sensazione di una perdita di controllo da parte della politica, degli Stati, dei leader e degli organismi internazionali. Si chiude il trentennio senza nome inaugurato dalla caduta del Muro, che ha sigillato una stagione senza battezzarne un’altra.
Oggi ci siamo: le giornate che stiamo vivendo — tra il vertice in Alaska con Trump e Putin e la missione del presidente russo in Cina da Xi Jinping, a fianco di Modi e Kim Jong-un — verranno ricordate come il momento in cui il secolo è stato deviato, cambiando indirizzo e orizzonte.
Entriamo in una nuova era, l’età degli imperi, che si candidano a prendere il posto delle democrazie estenuate e accusate di non saper mantenere le loro nobili promesse quando son…
Il domino del mondo si è rimesso in movimento, come succede soltanto quando finisce una fase e comincia una nuova epoca. Stiamo assistendo alla fine del lungo interregno sospeso tra il non più e il non ancora, un’età dell’incertezza di cui tutti avvertivamo l’equilibrio precario e la sensazione di una perdita di controllo da parte della politica, degli Stati, dei leader e degli organismi internazionali. Si chiude il trentennio senza nome inaugurato dalla caduta del Muro, che ha sigillato una stagione senza battezzarne un’altra.
Oggi ci siamo: le giornate che stiamo vivendo — tra il vertice in Alaska con Trump e Putin e la missione del presidente russo in Cina da Xi Jinping, a fianco di Modi e Kim Jong-un — verranno ricordate come il momento in cui il secolo è stato deviato, cambiando indirizzo e orizzonte.
Entriamo in una nuova era, l’età degli imperi, che si candidano a prendere il posto delle democrazie estenuate e accusate di non saper mantenere le loro nobili promesse quando sono attaccate dalla crisi. Non ci sono difese, perché nulla sembra più meritare la fiducia dei cittadini per mobilitare le loro speranze. Il terreno è sgombro: in realtà la spoliazione del sistema democratico era incominciata da tempo, con la cattiva manutenzione della sinistra e la vera e propria demolizione da parte dei populismi di tutti i segni. Poi è arrivato Trump.
In un mondo che dopo l’aggressione russa all’Ucraina sembrava nuovamente diviso in due, come all’epoca della guerra fredda, il presidente americano ha incredibilmente disarticolato il suo campo: insulti agli “europei”, sfiducia negli alleati, diffidenza per la Nato, freddezza per l’Ucraina, umiliazione per Zelensky e guerra commerciale contro tutti, con dazi imposti nell’arbitrio sovrano di un balzello medievale. In più, un rifiuto evidente del concetto di Occidente, con i vincoli storici, ideali, morali e materiali che comporta, e una ripulsa profonda per la democrazia liberale, dunque non solo per un sistema di regole, istituzioni, valori, diritti e diritto, ma per una cultura della convivenza che ha segnato tre generazioni garantendo libertà, pace e sviluppo.
Una vera e propria distruzione di istituti, regole e principi, unita a un’apertura inattesa al leader del Cremlino, visto non come aggressore di uno Stato sovrano ma come partner addomesticato del sistema imperiale, una volta catturato dal fascio di energia istintiva del presidente americano e assoggettato al suo carisma politico di pacificatore nel segno squilibrato e squilibrante della forza.
In questa frattura che rischia di ingoiare i leader europei, ammutoliti e preoccupati prima di ogni altra cosa di non irritare Trump, si è infilato Putin, perfettamente a suo agio. Volando sopra sanzioni e condanne per crimini di guerra, il capo del Cremlino è sbarcato in America per un vertice di restauro completo della sua leadership, incassando una totale remissione dei peccati in cambio di niente. Anzi.
Trump si illudeva di aver scritto il copione di una rappresentazione della pace in due atti, il primo con un’intesa bilaterale in Alaska e il secondo con un incontro risolutivo tra Putin e Zelensky. Ma il presidente russo ha rovesciato tavolo e programma. Qualunque cosa abbia detto a Trump nelle promesse del summit, lo ha negato immediatamente dopo incontrando Xi invece di Zelensky, inscenando davanti al mondo l’intesa fra tre dittature sorridenti fianco a fianco, reggendo infine la mano di Modi quasi per accompagnare l’India dentro il suo campo alternativo all’Occidente.
Perché Putin, soprattutto, ha dimostrato di avere un campo per la sua azione, proprio mentre Trump prosciugava il suo. Il presidente americano, abbagliato dall’idea di realizzare l’imperialismo in una sola persona, ha dovuto accorgersi così di aver perduto la lunga leva politica dell’alleanza, nel momento in cui Putin se n’è costruita una, all’insegna del ripudio e del contrasto alle democrazie.
Quel campo ha un nome e un’identità nei progetti dello zar, e affonda nella storia e nella filosofia russa: è l’Eurasia. Teorizzata nei primi anni della rivoluzione bolscevica, non è una costruzione geografica e nemmeno un’alleanza politica ma uno spazio di civiltà distinta e autonoma che senza essere compiutamente Occidente e Oriente raccoglie, incrocia e supera quelle due dimensioni geopolitiche in un mondo speciale realizzando un mito della storia, quello che il filosofo reazionario Alexandr Dugin chiama un «continente interiore» raccolto intorno alla Russia.
Alla quale spetta una missione «imperiale e messianica» insita nel suo destino: «essere il nucleo di un blocco continentale capace di resistere alla talassocrazia e al sistema liberale dell’Occidente». Il mondo della terraferma e dei fiumi, dunque, con l’ossessione del territorio, contro il mondo in movimento degli oceani e dei mari, con l’ambizione di superare il suo finis terrae. È l’etno-genesi di un impero tracciato dalle prime tribù slave e turche, un concetto mistico e materiale custodito «dalla patria delle steppe e dai popoli delle foreste», come spiega lo storico Lev Gumilëv. Una realtà viva e presente nei secoli: che aspettava.
Finché Putin si è incaricato di trasformare il mito e il concetto in uno strumento concreto del suo progetto imperiale: perché l’Eurasia risolvendo l’angoscia russa della storia consegna al Cremlino una sfera d’influenza naturale oltre i confini, espressione della storia e della geografia e non della politica che si limita a impadronirsene, dando forma a quella civiltà spontanea, a quella comunità predestinata che diventano organizzazione del potere e della forza.
Se l’Eurasia è la vera missione di Mosca, allora ecco la giustificazione imperialista: le aggressioni russe, le invasioni, le annessioni sono la difesa di uno spazio di civiltà designato, di un’identità comune attribuita dalla storia. Semplicemente, attaccando l’Ucraina la Russia ha ubbidito al suo destino.
Con la suggestione mistica dell’Eurasia Putin supera la sconfitta nella guerra fredda e riscrive la storia come strumento di restaurazione imperiale, realizzando l’impensabile: sembrava impossibile, infatti, che dopo il collasso mortale del gigante sovietico il Cremlino riuscisse così facilmente a ricostruire una tecnica di potere e di riconquista del rango perduto, e soprattutto a riarmare una struttura ideologica in grado di legittimare la nuova pratica imperialista.
Anche Xi Jinping (che veste la giacca di Mao come un paramento sacro, simbolo della perennità del partito) usa la storia, facendo leva sul “secolo delle umiliazioni” che in Cina cerca ancora vendetta. Insieme, Putin e Xi testimoniano la deviazione del secolo svelando l’eredità post-democratica cui ambiscono entrambi, un potere senza diritti, una coesistenza senza diritto, un mondo senza regole e un sistema senza libertà che oggi diventano la nuova dimensione alternativa all’eterna ma sbiadita promessa democratica dell’Ovest.
Con l’Eurasia si supera il concetto di Est, che prevedeva la centralità europea del mondo, e l’ideologia torna a contagiare la geografia. Riemerge l’idea di Oriente, la parola — Vostok — che Kruscev volle far scrivere sulla capsula di Jurij Gagarin quando volò per primo intorno alla terra, per lanciare una sfida e un’obiezione concorrente a Europa e Stati Uniti. Siamo di nuovo qui, ma con una domanda in più rispetto ad allora: mentre sorge l’Eurasia, la nostra civiltà democratica ha esaurito le sue risorse oppure è capace di fermare questo triste crepuscolo dell’Occidente?