Il più spericolato arrampicatore sugli specchi della scena politica italiana — il generale Roberto Vannacci — dopo il successo della nazionale femminile di volley ha dichiarato: “Bravissime le nostre campionesse. Viva l’Italia!”.
Ricordando una sua considerazione di appena qualche anno fa a proposito di Paola Egonu (“Anche se è italiana di cittadinanza, i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”), viene da dire: che faccia di tolla. Espressione, quest’ultima, propria di un tempo in cui il linguaggio pubblico ricorreva ancora alla provvidenziale mediazione degli eufemismi.
Ma si tratta, in tutta evidenza, di una polemica arretrata e polverosa, buona soltanto a eccitare chi tiene lo sguardo ostinatamente rivolto al passato. Lì, nel passato, alla fine del diciottesimo secolo, trova origine la classificazione di quei tratti morfologici inutilmente caucasici definita da J.F. Blumenbach, che sono propri della fisiognomica di Vannacci e della maggior parte di noi. E di cui mi sem…
Il più spericolato arrampicatore sugli specchi della scena politica italiana — il generale Roberto Vannacci — dopo il successo della nazionale femminile di volley ha dichiarato: “Bravissime le nostre campionesse. Viva l’Italia!”.
Ricordando una sua considerazione di appena qualche anno fa a proposito di Paola Egonu (“Anche se è italiana di cittadinanza, i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”), viene da dire: che faccia di tolla. Espressione, quest’ultima, propria di un tempo in cui il linguaggio pubblico ricorreva ancora alla provvidenziale mediazione degli eufemismi.
Ma si tratta, in tutta evidenza, di una polemica arretrata e polverosa, buona soltanto a eccitare chi tiene lo sguardo ostinatamente rivolto al passato. Lì, nel passato, alla fine del diciottesimo secolo, trova origine la classificazione di quei tratti morfologici inutilmente caucasici definita da J.F. Blumenbach, che sono propri della fisiognomica di Vannacci e della maggior parte di noi. E di cui mi sembra ci sia poco da vantarsi. Sono le nostre facce, né più né meno, belle o brutte che siano: e in televisione — e ancor più per chi ascolta la cronaca alla radio — si fatica a distinguerle da quelle di tre protagonisti della nostra nazionale di basket, come Momo Diouf e Saliou Niang, cittadini italiani nati in Senegal, e magari come Marco Spissu, nato a Sassari e un po’ bassino (184 centimetri) per quella disciplina.
In altre parole, siamo in presenza di una situazione normale, che esprime semplicemente la normalità di una società attraversata da profonde trasformazioni demografiche, economiche e culturali. Così, nella nazionale femminile di pallavolo non sorprende che, oltre a Egonu, vi siano Myriam Sylla, di origine ivoriana, Kate Antropova, russa, Sarah Fahr, tedesca, Loveth Omoruyi, nigeriana, e Yasmina Akrari, marocchina. È stata questa squadra a creare quel clima di attesa, di condivisione e di gioia che ha accompagnato la finale di Bangkok: “Non è cosa da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome”, è quella forma ineffabile di estasi che Umberto Saba attribuiva al gesto sportivo. Sullo sfondo, artigiano e mentore, Julio Velasco, hidalgo illuminista e scettico, dalle passioni ben temperate.
E non basta. Nella nazionale femminile di pallacanestro giocano un’atleta di origine albanese, una di origine angolana e una di origine statunitense. Ma poi, dal massimo livello della selezione azzurra e fino agli allievi e ai pulcini, sono decine di migliaia gli aspiranti atleti nati in Italia da genitori stranieri oppure qui trasferitisi a pochi anni di età. Se si pensa che gli alunni non italiani nell’intero sistema scolastico pubblico del nostro paese sono circa novecentomila è facile intuire quanto estesa possa essere la leva di atlete e atleti destinata a emergere nei prossimi anni e decenni. Ma, appunto, siamo in una dimensione di normalità demografica e statistica: ancora faticosa e magari dolorosa, certamente complicata e talvolta tumultuosa, eppure ineludibile e fertile e vitale.
D’altra parte, non possiamo sottovalutare quale potente fattore di inclusione l’attività e la competizione sportiva rappresentino. Squadre “miste” e “meticce” possono imporre regole e limiti all’agonismo e disciplinarne la potenziale aggressività, costituendo relazioni e aggregazioni che incentivano la convivenza pacifica tra etnie e culture diverse. Il che può contribuire a circoscrivere, se non a disinnescare, la violenza del tifo organizzato e le pulsioni xenofobe che spesso coltiva. Se pure tutto questo ci parla di una società italiana che cambia rapidamente e che innova il tessuto sociale modificandone e arricchendone la trama ci consegna anche un messaggio estremamente critico.
Infatti, se sul piano simbolico-culturale segnala un indubbio progresso, la presenza determinante di straniere nella nazionale di pallavolo evidenzia, per contrasto, la “invisibilità” di straniere e stranieri all’interno della nostra complessiva organizzazione sociale, pubblica e istituzionale. Emerge una discrepanza acutissima e, appunto, innaturale. Facciamo due conti: nelle assemblee parlamentari nazionali e in quelle locali la presenza di cittadini italiani di origine extracomunitaria è irrisoria; nei partiti e nelle organizzazioni di massa (sindacati, associazioni, organismi di rappresentanza di interessi) è pressoché nulla; tra i giornalisti e i conduttori televisivi e nelle redazioni dei quotidiani, compresi quelli locali, la situazione è altrettanto desolante. Ma sono pochissimi anche gli attori e le attrici di seconda generazione nelle produzioni televisive e cinematografiche.
Da questo punto di vista siamo lontanissimi da quella “età adulta” di cui, ancora a proposito della nazionale di pallavolo, ha parlato Valentina Desalvo su Repubblica. L’età adulta, quella che ti fa capace di esprimere forza di volontà e di “reagire alle sventure” è ben di là da venire. Siamo ancora in una fase adolescenziale per quanto riguarda la consapevolezza di larghi settori dell’opinione pubblica e la cultura politica di gran parte dei gruppi dirigenti.
Di questa dimensione immatura il generale Roberto Vannacci rappresenta perfettamente il puer aeternus afflitto dai più classici problemi dello sviluppo. Che tanti lo seguano, per giunta a passo marziale, non è un problema per Paola Egonu, è un problema per tutti noi.