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La laurea da rivalutare

   

 

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La sfida del futuro è nella formazione del capitale umano
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Il mondo corre molto più velocemente di prima, i concorrenti sono sempre più numerosi e agguerriti mentre noi ci riposiamo sugli antichi allori e non li vediamo. Il recente rapporto Ocse è un campanello d’allarme: siamo in forte ritardo sulla formazione. La sfida del futuro è nella formazione del capitale umano. I Paesi che corrono più veloce lo hanno capito e potenziano i loro sistemi di istruzione, investono sulla ricerca e la formazione. E nei numeri si vedono le differenze. Il 37% della popolazione italiana da 25 a 64 anni non ha livelli adeguati di competenze e non comprende un testo anche molto semplice, contro il 27% dell’Ocse. Ad avere la laurea è il 22% degli adulti tra i 25 e i 64 anni, mentre la media Ocse del 42%. Né i giovani né le donne si salvano nel confronto. Tra i 25-34enni, appena il 32% degli italiani è laureato, contro il 48% della media Ocse. Per di più le disuguaglianze sono elevate e chi ha almeno un genitore laureato ha 48 punti percentuali in più di probabili…

Il mondo corre molto più velocemente di prima, i concorrenti sono sempre più numerosi e agguerriti mentre noi ci riposiamo sugli antichi allori e non li vediamo. Il recente rapporto Ocse è un campanello d’allarme: siamo in forte ritardo sulla formazione. La sfida del futuro è nella formazione del capitale umano. I Paesi che corrono più veloce lo hanno capito e potenziano i loro sistemi di istruzione, investono sulla ricerca e la formazione. E nei numeri si vedono le differenze. Il 37% della popolazione italiana da 25 a 64 anni non ha livelli adeguati di competenze e non comprende un testo anche molto semplice, contro il 27% dell’Ocse. Ad avere la laurea è il 22% degli adulti tra i 25 e i 64 anni, mentre la media Ocse del 42%. Né i giovani né le donne si salvano nel confronto. Tra i 25-34enni, appena il 32% degli italiani è laureato, contro il 48% della media Ocse. Per di più le disuguaglianze sono elevate e chi ha almeno un genitore laureato ha 48 punti percentuali in più di probabilità di laurearsi. Non investire adeguatamente in formazione riduce le opportunità delle fasce più fragili e la possibilità per ampie fette di popolazione di partecipare consapevolmente alla vita democratica.

Occorre superare uno stereotipo pericoloso, quello secondo il quale la laurea non serve per lavorare. Chi ha un titolo universitario ha più possibilità di trovare lavoro, conservarlo, crescere. E ciò soprattutto tra le donne. Per loro, la laurea è una delle leve contro precarietà, part time involontario, dipendenza economica. Significa più libertà, più scelta, più dignità.

Nel Sud, dove il lavoro è più scarso e instabile, i dati sono ancora più chiari: tra le donne laureate italiane il tasso di occupazione è del 72%, ma cala sotto il 50% tra le diplomate e sotto il 30% per chi ha conseguito solo la licenza media.

A peggiorare il quadro ci sono due grandi debolezze italiane. La prima: anche quando si studia, il sistema premia meno in termini salariali. In Italia, il vantaggio salariale dei laureati sui diplomati è del 33%, il 54% nella media Ocse. Non perché la laurea valga meno, ma perché non si valorizzano abbastanza le competenze. La seconda debolezza è strutturale: la formazione in Italia è sottofinanziata rispetto ai paesi Ocse. In Italia, gli investimenti nell’istruzione primaria, secondaria e terziaria si attestano al 3,9% del Pil, ossia al di sotto della media Ocse del 4,7%. Non è un caso che ogni studente universitario costi allo Stato 8.992 euro mentre la media Ocse di 15.102. A differenza degli altri Paesi la spesa pubblica in Italia è inferiore a livello terziario, compresa la ricerca e lo sviluppo.

Investire poco nella conoscenza significa perdere terreno, perdere opportunità, perdere futuro sia individualmente che come Paese. Ormai dovrebbe essere evidente a tutti che viviamo anni di cambiamenti epocali da cui dipenderà il futuro dell’Italia e dell’Europa. Le classi dirigenti e in particolare la politica hanno la cruciale responsabilità di mettere il Paese sui giusti binari perché possa competere. Partiamo da condizioni molto arretrate rispetto agli altri. E non possiamo accettarlo come un dato incontrovertibile. Serve visione del futuro. Serve un investimento coraggioso in università, ricerca, orientamento, accesso equo alla formazione. Ma, soprattutto, serve una svolta culturale.

Dobbiamo ricominciare a riconoscere valore a chi studia, a chi insegna, a chi ricerca, avere la giusta considerazione che si deve a chi lavora in prima linea per costruire il futuro del Paese, oltre che il proprio, con impegno e passione. Lo devono capire le istituzioni, e lo devono capire anche i giovani — e soprattutto le giovani — per riacquistare quella fiducia nella cultura e nello studio incessante, come la via maestra per scegliere meglio, vivere meglio, essere più liberi.

Un’Italia che non valorizza il sapere e la cultura è un’Italia che rinuncia alla sua vocazione storica ed al suo futuro. Al contrario un’Italia che investe nella conoscenza è una democrazia che si rigenera.

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