Non si può dire che le prossime elezioni regionali, destinate a scandire le nostre domeniche autunnali da Sud a Nord, suscitino l’entusiasmo degli italiani. Marche, Calabria, Campania, Puglia, Toscana, Veneto e Valle D’Aosta: un po’ dappertutto i sondaggi fotografano un tasso di astensione molto alto, intorno al 50 per cento, e non siamo ancora vicini ai giorni del voto. Come dire che potrebbe ancora peggiorare. Qualcuno dà la responsabilità al sistema elettorale, che obbliga le varie fazioni a coalizzarsi dentro uno schema nettamente bipolare. Anni fa si diceva il contrario: che la riforma elettorale per le regioni e quella per i comuni, pur diverse tra loro, rappresentassero il meglio scaturito dalla fantasia degli ingegneri istituzionali. Ma era un’altra Italia, nella fase in cui il bipolarismo sembrava la soluzione a tutti i mali. Magari lo era anche, ma forse sfuggiva ai più la complessità del sistema, la lunga abitudine al modello proporzionale, la distanza dall’esempio inglese…
Non si può dire che le prossime elezioni regionali, destinate a scandire le nostre domeniche autunnali da Sud a Nord, suscitino l’entusiasmo degli italiani. Marche, Calabria, Campania, Puglia, Toscana, Veneto e Valle D’Aosta: un po’ dappertutto i sondaggi fotografano un tasso di astensione molto alto, intorno al 50 per cento, e non siamo ancora vicini ai giorni del voto. Come dire che potrebbe ancora peggiorare. Qualcuno dà la responsabilità al sistema elettorale, che obbliga le varie fazioni a coalizzarsi dentro uno schema nettamente bipolare. Anni fa si diceva il contrario: che la riforma elettorale per le regioni e quella per i comuni, pur diverse tra loro, rappresentassero il meglio scaturito dalla fantasia degli ingegneri istituzionali. Ma era un’altra Italia, nella fase in cui il bipolarismo sembrava la soluzione a tutti i mali. Magari lo era anche, ma forse sfuggiva ai più la complessità del sistema, la lunga abitudine al modello proporzionale, la distanza dall’esempio inglese e anche francese (l’avvento di Macron e la crisi della Quinta Repubblica erano di là da venire).
In pratica è avvenuto che le regioni — salvo eccezioni da non sottovalutare — non sono riuscite a produrre una nuova classe dirigente in grado d’imporsi a livello nazionale. Ne deriva che le regioni stesse si sono ridotte spesso a palcoscenico per manovre da retrobottega politico, oltre a prestarsi a compromessi pericolosi per le loro conseguenze non solo locali. Oggi, ad esempio, si guarda al turno di elezioni autunnali come fosse un pallottoliere: quante regioni andranno al centrosinistra e quante al centrodestra? Se Elly Schlein le conquista tutte o quasi, vuol dire che il declino della destra è cominciato. Se invece Giorgia Meloni e i suoi amici riescono a limitare i danni e a uscire dal percorso a ostacoli senza rompersi le ossa, significa che l’esercito Pd-M5S-Avs-IV e +Europa ha fallito e si avvia a una ulteriore disfatta nelle politiche del 2027.
Sono entrambe ipotesi poco convincenti. Tra il voto locale e quello nazionale ci sono differenze troppo evidenti. E poi il 2027 è ancora molto lontano. È vero tuttavia che il centrosinistra si presenta abbastanza compatto dentro lo schema del “campo largo”. Salvo Calenda, che mantiene un profilo autonomo, l’essere riusciti a sommare tutte le sigle è un successo di Schlein. Benché si sia già capito che il rivale Conte non ha intenzione a riconoscerle la “leadership” del campo progressista, largo o stretto che sia. Quello che sembra andare al di là della capacità di sopportazione di un normale cittadino è l’infinito litigio sui nomi dei candidati eventuali. Certo, quest’anno il centrosinistra ha concluso prima. Le discussioni sono state tutto sommato limitate, salvo che in Puglia dove la scelta di Decaro alla fine si è imposta come la più saggia e più logica. Rimane il tema dei programmi, su cui i 5S hanno saputo giocare con maggiore abilità. La demagogia (vedi la Calabria del reddito assistenziale) probabilmente darà qualche risultato nelle urne, per quanto sia tutta da verificare la proiezione su più larga scala.
La destra viceversa è rimasta impigliata nelle sue beghe interne. Niente che metta in dubbio la coesione finale di un’intesa che è nell’interesse di tutti. Tuttavia un problema c’è, figlio di un’equazione complicata. Lega e Forza Italia hanno ciascuna poco più di un quarto dei voti di Fratelli d’Italia: all’ingrosso, 8 per cento contro circa il 30 del partito meloniano. Significa che Giorgia Meloni è in grado di imporre i suoi candidati. Ma le conviene? Guida una coalizione che a Roma ha fatto della stabilità il suo punto di forza. Ha poco senso rischiare di comprometterla per conquistare una fetta più grossa di potere locale. E la premier ha di sicuro argomenti per rabbonire qualche ambizioso personaggio locale a cui magari ha fatto delle promesse.