Il giorno dopo che l’attivista conservatore Charlie Kirk è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre parlava alla Utah Valley University, opinionisti e giornalisti hanno iniziato a ripetere un motivo familiare: «Questa non è l’America; noi siamo diversi». Anche l’attrice Whoopi Goldberg ha dichiarato a The View che gli americani risolvono pacificamente i loro dissidi politici: «Noi non facciamo così», ha detto. Eppure altri episodi terribili affiorano alla mente. Uno su tutti, l’assassinio del presidente John F. Kennedy il 22 novembre 1963. Più di recente, il 14 giugno 2025, Melissa Hortman, già speaker della Camera dei Rappresentanti del Minnesota, è stata uccisa in casa sua, con il marito e il loro golden retriever. Ma considerare questa violenza come una serie di “episodi” isolati è un errore; piuttosto, riflettono un modello ricorrente.
La politica americana ha da sempre personalizzato la violenza. In America, l’eliminazione del singolo — il rivale odioso e trasformato in nemi…
Il giorno dopo che l’attivista conservatore Charlie Kirk è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco mentre parlava alla Utah Valley University, opinionisti e giornalisti hanno iniziato a ripetere un motivo familiare: «Questa non è l’America; noi siamo diversi». Anche l’attrice Whoopi Goldberg ha dichiarato a The View che gli americani risolvono pacificamente i loro dissidi politici: «Noi non facciamo così», ha detto. Eppure altri episodi terribili affiorano alla mente. Uno su tutti, l’assassinio del presidente John F. Kennedy il 22 novembre 1963. Più di recente, il 14 giugno 2025, Melissa Hortman, già speaker della Camera dei Rappresentanti del Minnesota, è stata uccisa in casa sua, con il marito e il loro golden retriever. Ma considerare questa violenza come una serie di “episodi” isolati è un errore; piuttosto, riflettono un modello ricorrente.
La politica americana ha da sempre personalizzato la violenza. In America, l’eliminazione del singolo — il rivale odioso e trasformato in nemico supremo — è stata spesso immaginata come la condizione per rendere più “fluido” il cammino della storia. Sostenere perciò che queste esecuzioni tradiscano la vera essenza del Paese significa dimenticare che gli Stati Uniti sono stati fondati — e a lungo sostenuti — da riconoscibile violenza pubblica. Gli anni della rivoluzione americana, per esempio, maturarono in un contesto di pura violenza. Una delle pratiche più abiette riservate agli avversari politici era il trattamento con “pece e piume”: una punizione importata dall’Europa e resa celebre dai Sons of Liberty già alla fine degli anni Sessanta del Settecento. In città portuali come Boston e New York, folle inferocite spogliavano i nemici politici, sospetti lealisti o funzionari della Corona, li cospargevano di catrame bollente, li rotolavano nelle piume e li trascinavano per le strade. Gli effetti erano devastanti: quando la pece veniva strappata via, la carne si staccava a brandelli. Le vittime sopravvivevano ma restavano segnate a vita. Alla fine degli anni Settanta, la rivoluzione era degenerata in una vera guerra civile. Milizie patriote insieme a partigiani lealisti e regolari britannici, i Redcoats, attraversavano i confini delle contee per razziare fattorie e colpire il nemico. Quando i patrioti catturavano gli irregolari lealisti non li trattavano da prigionieri di guerra ma da traditori, giustiziandoli sul posto, per lo più impiccandoli. Si trattava di violenza politica pura rivolta a chi aveva avuto il “torto” di schierarsi dalla parte sbagliata.
Neppure dopo l’indipendenza la politica americana smise di fondarsi su questa logica. Per i leader nazionali, il duello con la pistola non era solo una questione d’onore: normalizzava una cultura politica in cui sparare all’avversario era parte del dibattito. Il duello più celebre resta quello del 1804, quando il vicepresidente in carica, Aaron Burr, uccise l’ex ministro del tesoro, Alexander Hamilton. Ma di duelli se ne erano consumati a decine negli anni precedenti.
Nel 1798, Henry Brockholst Livingston — futuro giudice della Corte Suprema — uccise James Jones a sangue freddo. Lungi dall’essere screditato, l’episodio lo elevò a uomo d’onore. È facile liquidare tale violenza politica come residuo di una fase “primitiva” o “di frontiera” della storia americana. I fatti ci dicono altro. Dalla vigilia della rivoluzione in avanti, la punizione corporale e persino l’uccisione sono state viste come strumenti per creare un senso di appartenenza, e per decidere chi avesse il diritto di governare.
La violenza non è mai stata una distorsione della politica americana. È una delle sue caratteristiche ricorrenti: non un’anomalia, ma una forza persistente, distruttiva e al tempo stesso, paradossalmente, creatrice di nuovi confini e nuovi regimi. Questa stessa dinamica si intensificò con l’espansione del mercato delle armi, nell’Ottocento. Ecco perché la frase «Questa non è l’America» suona falsa. La violenza politica è sempre stata parte della storia americana: non un incidente passeggero e non un episodio isolato. Negarlo significa lasciare gli americani indifesi di fronte al pericolo. Solo affrontando questa storia gli Stati Uniti potranno cominciare a immaginare una politica che non sia fatta con le armi.