L’intervista di Dario Franceschini a Repubblica ha riacceso il dibattito intorno alle prospettive del Pd, facendo giustizia di vecchi abiti mentali ormai passati di moda. In sintesi, viene spiegato che i tempi sono cambiati e che è inutile intestardirsi nella ricerca di un “moderato”, magari al di fuori della politica attiva, cui affidare le redini del partito e soprattutto le chiavi di Palazzo Chigi. Quel moderato non c’è, o se esiste è privo dei mezzi e del peso politico per imporsi all’interno di una comunità politica, il Pd ultima versione, in cui la segretaria Schlein ha in mano le leve del comando. E dove non arriva lei, ecco Giuseppe Conte. Nella sua nuova veste pragmatica, il capo dei Cinque Stelle si propone come il garante di un’intesa — non chiamiamola alleanza — in cui il movimento ex “grillino” intende curare i contenuti e scegliere i temi, così da non ridurla a un semplice accordo elettorale. Un profilo radicale, in sintesi, in cui c’è un po’ di massimalismo e una discre…
L’intervista di Dario Franceschini a Repubblica ha riacceso il dibattito intorno alle prospettive del Pd, facendo giustizia di vecchi abiti mentali ormai passati di moda. In sintesi, viene spiegato che i tempi sono cambiati e che è inutile intestardirsi nella ricerca di un “moderato”, magari al di fuori della politica attiva, cui affidare le redini del partito e soprattutto le chiavi di Palazzo Chigi. Quel moderato non c’è, o se esiste è privo dei mezzi e del peso politico per imporsi all’interno di una comunità politica, il Pd ultima versione, in cui la segretaria Schlein ha in mano le leve del comando. E dove non arriva lei, ecco Giuseppe Conte. Nella sua nuova veste pragmatica, il capo dei Cinque Stelle si propone come il garante di un’intesa — non chiamiamola alleanza — in cui il movimento ex “grillino” intende curare i contenuti e scegliere i temi, così da non ridurla a un semplice accordo elettorale. Un profilo radicale, in sintesi, in cui c’è un po’ di massimalismo e una discreta dose di populismo, contrapposto al riformismo moderato che peraltro al momento è totalmente disorganizzato nel Pd e dintorni.
Conte può parlarne con Schlein, ma non ha alcun problema a discutere con Franceschini, intelligenza politica che la segretaria tiene a distanza, forse perché ne teme le qualità manovriere. In ogni caso, quello che il leader dei 5S non gradisce è che il Pd si rimetta sul proscenio e apra la porta a gruppi centristi organizzati, tali da spostare l’asse della coalizione verso nuovi azionisti del “campo largo” che toglierebbero potere ai 5S. Ciò non significa, è ovvio, che il Pd non possa ammettere nelle sue liste, quando sarà il momento, questa o quella personalità del mondo cattolico e laico in grado di corroborare e rinsanguare la sua proposta politica (si è parlato negli ultimi mesi di Ruffini e altri). Ma è difficile credere che siamo alla vigilia di una sorta di “costituente” in cui si affermano nuovi soggetti ai confini del Pd con l’ambizione di modificare l’assetto radicale che oggi sta bene sia a Conte sia a Schlein sia, perché ignorarli, a Fratoianni e Bonelli (titolari nei sondaggi di un 6 per cento che nessuno può sottovalutare). Franceschini ha fatto valere il suo peso politico non per contrastare, bensì per legittimare questa rotta.
Qualcuno ha fatto notare che a suo tempo nemmeno Romano Prodi era un moderato. In effetti è vero: un esponente autorevole della sinistra cattolica come il professore bolognese mai apprezzerebbe la qualifica di moderato. E tuttavia sarebbe attento alla conquista del voto cattolico, spesso confuso con il voto moderato. Oltretutto andrebbe considerato che negli anni dell’Ulivo lo scenario e i protagonisti erano assai diversi da oggi. E non parliamo — indietro nel tempo — del “compromesso storico”, processo lungo e drammatico di cui tirarono i fili, come tutti sanno, Moro e Berlinguer.
All’epoca la politica estera, ossia la collocazione dell’Italia, fu al centro di tutto. Si ottennero risultati poi vanificati purtroppo dalle nuove crisi, con l’Urss che puntò i suoi Ss-20 contro l’Europa e l’occidente che rispose con gli euromissili. A quel punto senza più il sostegno del Pci. Di quel complesso confronto oggi non c’è traccia. Elly Schlein viene fischiata senza mercé quando difende l’Ucraina invasa alla festa del Fatto Quotidiano. Nelle stesse ore, al ricevimento dell’ambasciata cinese, Salvini abbraccia l’ambasciatore russo, rappresentante della nazione che insolentisce di frequente l’Italia e il presidente Mattarella. Come dire che siamo lontani dall’affrontare i nodi della politica estera, nonostante i fuochi di guerra ai bordi della Nato. E finché non sarà fatta chiarezza, è difficile credere che i giochi politici siano più forti della realtà.