✕

Le fragilità dell’inchiesta su Milano

Ascolta l'audio

Tutto ruota attorno al problema del conflitto di interessi, mai risolto e un tempo al centro dell’agenda politica
3 minuti di lettura

Il processo penale è una lunga partita a scacchi che si gioca tra accusa e difesa, davanti a più giudici. Quello del riesame di Milano, nell’inchiesta sull’urbanistica, ha annullato due prime ordinanze cautelari del giudice per le indagini preliminari, che avevano accolto le richieste dei pubblici ministeri. Partita finita? Non ancora, ma la mossa potrebbe rivelarsi decisiva. L’accusa è quella, grave, di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio. Riesaminando la decisione del gip, il tribunale ha escluso che vi siano gravi indizi di colpevolezza. La Procura non avrebbe infatti provato che i costruttori milanesi avessero affidato incarichi di progettazione e pagato parcelle ad architetti, pubblici ufficiali componenti della Commissione per il Paesaggio (influente organo consultivo del Comune), non in quanto stimati professionisti, ma per approvare pareri su progetti dei costruttori stessi. Come dicono i giuristi, manca la prova della sinallagma – del do ut des – tra pagamento d…

Il processo penale è una lunga partita a scacchi che si gioca tra accusa e difesa, davanti a più giudici. Quello del riesame di Milano, nell’inchiesta sull’urbanistica, ha annullato due prime ordinanze cautelari del giudice per le indagini preliminari, che avevano accolto le richieste dei pubblici ministeri. Partita finita? Non ancora, ma la mossa potrebbe rivelarsi decisiva. L’accusa è quella, grave, di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio. Riesaminando la decisione del gip, il tribunale ha escluso che vi siano gravi indizi di colpevolezza. La Procura non avrebbe infatti provato che i costruttori milanesi avessero affidato incarichi di progettazione e pagato parcelle ad architetti, pubblici ufficiali componenti della Commissione per il Paesaggio (influente organo consultivo del Comune), non in quanto stimati professionisti, ma per approvare pareri su progetti dei costruttori stessi. Come dicono i giuristi, manca la prova della sinallagma – del do ut des – tra pagamento delle parcelle ai professionisti e asservimento ai costruttori. E la regola del processo è che, se l’accusa non porta solide prove, la prospettazione dei reati si sfalda come un castello di sabbia. Se non c’è prova dell’accordo corruttivo, non c’è corruzione.

In attesa di ulteriori sviluppi, è possibile qualche riflessione. L’inchiesta ruota attorno al problema del conflitto di interessi, mai risolto e un tempo al centro dell’agenda politica. Al di là del rilievo penale, il dato accertato è che, per i pareri sui progetti in materia urbanistica, il comune di Milano si è avvalso, come organo consultivo, di una commissione composta da stimati professionisti che però, inevitabilmente, avevano rapporti con i costruttori, operando nello stesso settore. Di qui il sospetto che i pareri resi per il comune fossero condizionati dai rapporti economici. Detto che questo sospetto, in assenza di prove, non basta a fondare una condanna per corruzione e ad arrestare un indagato, è opportuno che si rifletta sulle prassi amministrative e su come fugare possibili sospetti. Proprio a questo serve la disciplina del conflitto di interessi, che prevede che i pubblici ufficiali debbano astenersi di fronte a decisioni che li riguardano. Pur escludendo la corruzione, il tribunale del riesame dà atto di come la disciplina del conflitto di interessi applicabile nel caso di specie fosse “connotata da indubbi profili di lacunosità e ambiguità”, tanto è vero che, dopo l’avvio dell’inchiesta, il comune è intervenuto ampliando le ipotesi di astensione dei commissari stessi: non solo rispetto ai progetti nei quali sono direttamente coinvolti come professionisti, ma anche rispetto ai progetti che interessano costruttori con i quali collaborano. È ragionevole che sia così, sul piano dell’opportunità e della trasparenza: valori che vanno rispettati e promossi ancor prima di un’inchiesta penale.

È però difficile nel nostro Paese fare sul serio col conflitto di interessi dopo che la legge Nordio ha mandato un segnale opposto sul piano dell’etica pubblica, abolendo, con l’abuso d’ufficio, la norma che puniva il pubblico ufficiale che “omette di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto, o negli altri casi prescritti”, procurando a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale o arrecando ad altri un danno ingiusto. Era l’unica norma che puniva il conflitto di interessi nella pubblica amministrazione. E – assurdità – la violazione del conflitto di interessi risulta oggi punita dall’articolo 2634 del codice civile solo come reato societario, nel privato cioè, non più nel pubblico. Come osserva il tribunale del riesame, se ci fosse stato ancora l’abuso d’ufficio, probabilmente, la Procura di Milano l’avrebbe contestato anziché prendere l’impervia via di una corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio consistente nell’omessa astensione in presenza di un conflitto di interessi. Il “pasticcio” di Milano si spiega allora anche con l’abolizione dell’abuso d’ufficio: è la reazione, discutibile, di chi indaga oggi con armi inopinatamente spuntate su sospetti di malaffare.

Il rischio che però corre la magistratura, accusata di essere politicizzata quando interferisce con la politica, è di costruire inchieste dalla risonanza inversamente proporzionale alla solidità degli elementi che sostengono l’accusa. Una magistratura sotto attacco corre il rischio dell’autolesionismo e deve pertanto essere, se possibile, ancor più accorta nelle proprie iniziative. D’altra parte, chi oggi critica la Procura non deve dimenticare che è pur sempre la magistratura, nella fisiologia del processo e con le sue garanzie, ad avere escluso i gravi indizi di colpevolezza e la configurabilità della corruzione. Il Tribunale di Milano lo ha per giunta fatto con una bacchetta ai pubblici ministeri, bollando addirittura come “svilente” la loro “semplificazione argomentativa”, fatta propria dal gip. Sono botte da orbi tra giudici e pm: si daranno anche del tu e, come colleghi, andranno a bere il caffè assieme, magari dopo una seduta del Csm, ma le loro funzioni sono evidentemente distinte e possiamo contare su giudici terzi, anche senza la discussa riforma costituzionale sulla separazione delle carriere.

Leggi i commenti