«La guerra è un pessimo affare per tutti», diceva l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista di qualche mese fa. Considerato che si tratta di uno dei massimi esponenti della cricca guerrafondaia occidentale, come la chiama il Cremlino, le sue parole potrebbero sembrare singolari. Ma Cavo Dragone, già Capo di stato maggiore della difesa e oggi presidente del comitato militare della Nato, non è certo l’unico professionista delle armi europeo a sottolineare come la guerra possa essere una possibilità, sicuramente non un desiderio. Per nessuno. Almeno, a ovest di Mosca. Carsten Breuer, l’ispettore generale della Bundeswehr (il militare più alto in grado in Germania) è noto per aver dichiarato che le sue truppe sono pronte a difendere «ogni centimetro del territorio della Nato». Ma è anche colui che ai tedeschi continua a ripetere che sarà tutt’altro che una faccenda semplice.
Preparare la nostra difesa è necessario, sì. Ma sarà lungo, costoso, faticoso. E ne avremmo fatto volenti…
«La guerra è un pessimo affare per tutti», diceva l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista di qualche mese fa. Considerato che si tratta di uno dei massimi esponenti della cricca guerrafondaia occidentale, come la chiama il Cremlino, le sue parole potrebbero sembrare singolari. Ma Cavo Dragone, già Capo di stato maggiore della difesa e oggi presidente del comitato militare della Nato, non è certo l’unico professionista delle armi europeo a sottolineare come la guerra possa essere una possibilità, sicuramente non un desiderio. Per nessuno. Almeno, a ovest di Mosca. Carsten Breuer, l’ispettore generale della Bundeswehr (il militare più alto in grado in Germania) è noto per aver dichiarato che le sue truppe sono pronte a difendere «ogni centimetro del territorio della Nato». Ma è anche colui che ai tedeschi continua a ripetere che sarà tutt’altro che una faccenda semplice.
Preparare la nostra difesa è necessario, sì. Ma sarà lungo, costoso, faticoso. E ne avremmo fatto volentieri a meno. Curiosa filosofia per qualcuno che dovrebbe essere il campione della «svolta militarista d’Europa», per usare uno dei tanti slogan che i populisti di ogni colore amano scagliare addosso alle leadership europee. Il cancelliere Merz sta «trascinando sconsideratamente la Germania in un conflitto mondiale» per sete di potenza, sostengono gli estremisti antisistema di Sahra Wagenknecht. La Commissione europea vuole la guerra a oltranza, ma nessun francese dovrà mai sacrificarsi per l’Ucraina, proclamano i radicali di sinistra del Parlamento europeo come la giovane Manon Aubry di France insoumise. Bisogna fermare la folle corsa al riarmo voluta dai governi nazionali e da Bruxelles, altrimenti affronteremo «un nuovo 1914», secondo la piazza pacifista convocata da Giuseppe Conte in aprile a Roma.
L’aspetto più bizzarro di questa retorica del bellicismo è che se la prende con la generazione di militari e politici del vecchio mondo meno disposta ad andare in guerra che la storia contemporanea ricordi. Se non altro perché il «militarismo», termine che viene usato normalmente a sproposito dai protagonisti del dibattito pubblico, in Europa non esiste più dal 1945. Militaristi erano i «portatori di spada» della prima guerra mondiale, come li ha chiamati lo storico britannico Correlli Barnett. I Cadorna, i Conrad, gli Hindenburg, che un grande conflitto non l’avevano solo pianificato ma l’avevano atteso spasmodicamente per tutta la vita, come una grande occasione di potere personale e prestigio. Militaristi erano i totalitarismi novecenteschi, che blateravano della grandezza di nazioni guerriere pensate come caserme, dove ogni cittadino doveva essere un soldato pronto a combattere e morire per la maggior gloria del führer, del duce o del re.
Oggi i generali e gli ammiragli servono governi che hanno fatto di tutto non solo per evitarlo, il rischio di una guerra, ma anche per non vederlo proprio. Tanto che, se una critica può essere mossa alle leadership politiche del continente, è proprio quella di non aver voluto reagire per tempo alla minaccia del revisionismo putiniano. Per ottimismo, forse. Per l’illusione che «la barbarie della guerra avesse abbandonato il nostro mondo», come ha ricordato Sergio Mattarella. O per mera convenienza elettorale, perché, come testimoniano desolantemente i sondaggi ogni giorno, sono ancora tanti gli europei a cui la sorte di un paese aggredito e il destino delle liberal democrazie interessa meno del prezzo della benzina. Fatto sta che a lungo non si è voluto riconoscere il pericolo che incombeva.
Nel 2010, quando Putin aveva già dichiarato al mondo la propria volontà di ricostruire un impero in Europa orientale, lo Strategic concept, il documento fondamentale della Nato, si riferiva alla Russia ancora come un partner affidabile. E nel luglio 2016, alla fine della conferenza di Varsavia, primi ministri e capi di Stato si mostravano ancora fiduciosi di poter ricostruire «relazioni costruttive» con Mosca. Si è dovuti arrivare all’attacco contro Kiev del 2022 perché a Bruxelles e a Berlino, a Parigi e a Roma, le maggioranze di governo (o almeno, quasi tutte) si arrendessero all’evidenza. La Zeitenwende, la «svolta epocale» evocata da Olaf Scholz nel 2022 è stata, in fondo, soprattutto questo. Un’Europa riluttante ad abbandonare la comfort zone di una pace scontata, costretta a fare i conti (letteralmente) con la realtà di una guerra tornata alle sue porte. Una guerra che gli europei non hanno iniziato. E di cui tutti, ma proprio tutti, avrebbero volentieri fatto a meno.