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Pensioni, il pericolo delle voragini

Il ministro dell'economia Giancarlo Giorgetti (ansa)

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La politica economica del governo Meloni in questi tre anni è stata all’insegna del “chi non fa non sbaglia”. Rinunciando a promesse insostenibili fatte in campagna elettorale e chiudendo definitivamente i rubinetti del superbonus, l’esecutivo è riuscito a più che dimezzare il deficit pubblico. L’innalzamento del rating di Fitch riconosce questo meritorio risultato.

Con l’avvicinarsi delle elezioni si intende ora passare dal “non fare” al “fare”. Bene se si volesse affrontare il problema numero uno del nostro paese, il declino demografico. Purtroppo le misure allo studio dell’esecutivo procedono in direzione opposta. Accentuano le carenze di personale lamentate da un crescente numero di imprese (8 su 10 secondo agenzie del lavoro come Manpower Group) a tutti i livelli e, in prospettiva, aumentano il prelievo fiscale e contributivo sulle giovani generazioni.

Il ministro Giorgetti ha, infatti, dato il suo assenso al blocco dell’innalzamento di tre mesi (da 67 anni a 67 anni e 3 mesi) d…

La politica economica del governo Meloni in questi tre anni è stata all’insegna del “chi non fa non sbaglia”. Rinunciando a promesse insostenibili fatte in campagna elettorale e chiudendo definitivamente i rubinetti del superbonus, l’esecutivo è riuscito a più che dimezzare il deficit pubblico. L’innalzamento del rating di Fitch riconosce questo meritorio risultato.

Con l’avvicinarsi delle elezioni si intende ora passare dal “non fare” al “fare”. Bene se si volesse affrontare il problema numero uno del nostro paese, il declino demografico. Purtroppo le misure allo studio dell’esecutivo procedono in direzione opposta. Accentuano le carenze di personale lamentate da un crescente numero di imprese (8 su 10 secondo agenzie del lavoro come Manpower Group) a tutti i livelli e, in prospettiva, aumentano il prelievo fiscale e contributivo sulle giovani generazioni.

Il ministro Giorgetti ha, infatti, dato il suo assenso al blocco dell’innalzamento di tre mesi (da 67 anni a 67 anni e 3 mesi) dell’età pensionabile previsto per l’inizio del 2027. Questo adeguamento è essenziale per la sostenibilità del nostro sistema pensionistico, vale a dire per garantire una pensione ai nostri figli. Riflette il fatto che si vive più a lungo, motivo per cui le pensioni, come tutte le rendite vitalizie, vengono erogate mediamente per un maggior numero di mesi. Al contempo il numero di coloro che entrano ogni anno nell’età lavorativa si sta assottigliando più rapidamente del previsto. Il blocco dell’adeguamento comporta perciò un ulteriore incremento del numero di pensioni da pagare a fronte di un più rapido declino delle persone che possono, coi loro contributi, pagare queste pensioni.

Per chi fa lavori gravosi, chi non è più in buona salute o chi ha iniziato a lavorare molto presto, un allungamento anche solo di 3 mesi dell’età pensionabile può apparire molto costoso. Ma per questi lavoratori esistono già uscite anticipate. In Italia l’età media effettiva di pensionamento è inferiore ai 65 anni, più bassa che negli altri paesi dell’area Ocse. Inoltre, le regole che si applicheranno a chi maturerà i requisiti per la pensione dal 2027 in poi consentono già una certa flessibilità. Chi ha più di 20 anni di contributi e una pensione superiore a 2,8 volte la pensione sociale (una soglia minima che, a mio giudizio, potrebbe essere abbassata) può andare in pensione fino a tre anni prima dell’età pensionabile, accettando riduzioni delle proprie pensioni che tengono conto del fatto che, ritirandosi dopo, si percepirebbero le pensioni per un periodo più breve.

Secondo molte ricostruzioni giornalistiche, il blocco dell’adeguamento avrebbe un costo limitato, attorno ai 3 miliardi l’anno. In realtà è la stessa Ragioneria dello Stato (https://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/monitoraggio/spesa_pensionistica) a dirci quale sarebbe il costo di questo intervento. Il blocco dell’adeguamento porterebbe nei prossimi 20 anni a un aumento del debito pubblico di 15 punti di pil (attorno ai 350 miliardi ai prezzi attuali) e di 450 miliardi nel caso in cui al blocco dell’adeguamento si dovesse accompagnare anche il mancato adeguamento delle prestazioni.

La ragione per cui il governo è intenzionato ad aprire questa voragine nei nostri conti previdenziali è che il 2027 è anno di elezioni politiche. È, in altre parole, la “sterilizzazione” di chi vuol farsi rieleggere. La legge di bilancio presumibilmente bloccherà l’adeguamento del 2027, ma non quello successivo, che interverrà nel 2029 non potendo comunque recuperare l’eventuale mancato incremento nel 2027 (l’adeguamento biennale può essere al massimo di 3 mesi). Il problema è che, una volta che si blocca l’adeguamento automatico per pure ragioni elettorali, con la disoccupazione ai minimi storici, è politicamente troppo costoso tornare indietro. Inutile illudersi: il blocco se c’è, lo sarà per sempre. Si è detto dei meriti del governo Meloni nel contribuire a chiudere la voragine del superbonus. Non vorremmo che ne aprisse un’altra ancora più grande.

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