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Le incognite bilaterali della politica estera

Brennero, 18 settembre: Giorgia Meloni e Matteo Salvini (ansa)

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È lecito domandarsi fino a che punto la contraddizione sia sostenibile all’interno dell’esecutivo
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Poteva e doveva essere una manifestazione corale, segnata da forte tensione morale per la causa dei civili palestinesi vittime innocenti, e tra loro innumerevoli donne e bambini. Ma si è trasformata, almeno in parte, in una giornata di violenze urbane. A Milano, intorno alla stazione Centrale, gli episodi più gravi con decine di agenti feriti. Ma anche altrove lo sciopero per Gaza è sfociato nell’intolleranza, da Roma a Bologna. Compreso il deltaplano a motore che a Calenzano (Firenze) ha sorvolato più volte il corteo pro-Pal con esplicita allusione ai tragici voli dei terroristi il 7 ottobre 2023, e certo non per condannarli.

Sul piano politico bisogna allora domandarsi qual è il senso ultimo delle manifestazioni anti Israele. Ma occorre anche allargare lo sguardo al comizio di Salvini a Pontida, incalzato peraltro dall’amico-rivale Vannacci: l’uno e l’altro si sono presentati come fedeli sostenitori di una linea filo Putin nel governo italiano, sia pure mascherata con l’argomen…

Poteva e doveva essere una manifestazione corale, segnata da forte tensione morale per la causa dei civili palestinesi vittime innocenti, e tra loro innumerevoli donne e bambini. Ma si è trasformata, almeno in parte, in una giornata di violenze urbane. A Milano, intorno alla stazione Centrale, gli episodi più gravi con decine di agenti feriti. Ma anche altrove lo sciopero per Gaza è sfociato nell’intolleranza, da Roma a Bologna. Compreso il deltaplano a motore che a Calenzano (Firenze) ha sorvolato più volte il corteo pro-Pal con esplicita allusione ai tragici voli dei terroristi il 7 ottobre 2023, e certo non per condannarli.

Sul piano politico bisogna allora domandarsi qual è il senso ultimo delle manifestazioni anti Israele. Ma occorre anche allargare lo sguardo al comizio di Salvini a Pontida, incalzato peraltro dall’amico-rivale Vannacci: l’uno e l’altro si sono presentati come fedeli sostenitori di una linea filo Putin nel governo italiano, sia pure mascherata con l’argomento per cui «nessun soldato italiano dovrà combattere in Ucraina». Niente di nuovo, si obietterà, del resto è quello che dice anche la premier Meloni. Ma è questione di toni, di enfasi.

In Giorgia Meloni si avverte che il tema rimane all’interno di una logica atlantica, in attesa di verificare come intende muoversi Trump, il re della volubilità. In Salvini si coglie invece il desiderio di andare oltre e di plasmare una nuova politica estera in cui la Nato assume un aspetto quasi secondario; in fondo non sono gli americani a dire e ridire che i vecchi tempi sono finiti e che gli europei devono badare a se stessi? È quello che vorrebbe Salvini, mettendoci un surplus di ostilità verso Parigi, Berlino e Bruxelles. Il problema è che nella sua idea l’Italia non dovrebbe spendere un euro nel programma di riarmo, volto a costruire una difesa aggiornata in cui l’avversario è ovviamente a Mosca.

Se si dice “no” a tutto, si arriva a una sorta di “putinismo” verbale che non valuta le conseguenze. È lecito domandarsi fino a che punto la contraddizione sia sostenibile all’interno dell’esecutivo. La risposta secondo cui la politica estera non la fa il ministro dei Trasporti, bensì la presidente del Consiglio, coadiuvata dal ministro degli Esteri, è valida solo se tale la si considera. Ma nel concreto i continui calcetti sotto al tavolo incrinano l’immagine internazionale del governo. Salvini non vuole una crisi, ma nemmeno desidera che il partito della premier gli prosciughi l’acqua in cui nuotare.

Ma torniamo all’opposizione dopo il giorno per Gaza. Quale politica estera si propone di attuare l’intesa Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli e forse Renzi? Nessun paese europeo è arrivato a dichiarare uno sciopero generale per la Palestina, quindi è chiaro che le manifestazioni di ieri erano soprattutto un rinvigorente per la sinistra: una causa in grado di consolidare le relazioni non sempre facili tra i vari segmenti dell’arcipelago e riprendere un rapporto con l’opinione pubblica.

In realtà, nel momento in cui non si dice una parola chiara sulle colpe di Hamas e non si valuta che uno Stato palestinese potrebbe trasformarsi in una fortezza dell’organizzazione, si mette nel conto una rottura dei rapporti con Washington. Magari confidando che dopo le elezioni parziali dell’autunno 2026 Trump non sarà più padrone di entrambi i rami del Congresso.

Ma l’interrogativo rimane: quale sarebbe la politica estera del centrosinistra, se nel ’27 vincesse le elezioni? Rispetto al Medio Oriente come pure alla guerra nell’Europa dell’Est e forse nel Baltico. Anche in questo campo le ambiguità sono tante e tutte irrisolte. E ancora: quale sarebbe la politica estera della destra se nel ’27 fosse il binomio Salvini-Vannacci a risalire la china? In questi anni il presidente della Repubblica ha osservato da vicino le scelte internazionali dell’Italia. C’è da credere che continuerà a farlo.

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