✕

La lezione del comiziante Maga

Donald Trump parla all'Onu 

Ascolta l'audio

Trump parla alle nazioni Unite con un intervento da picconatore
2 minuti di lettura

Dal pulpito delle Nazioni Unite Donald Trump ha impartito una maledizione “urbi et orbi”, ergendosi a sommo interprete e profeta del negativismo e dell’unilateralismo e proponendo una visione del mondo e del ruolo dell’America che demolisce tutto ciò che è stato costruito dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi.

È stato l’intervento di un picconatore, privo di ogni senso del limite, sia temporale (è durato ben 56 minuti) che verbale. I toni sono stati più quelli di un comizio a una “convention” di partito che di un discorso da capo di Stato davanti a quella che, checché ne pensi Trump, resta l’assemblea diplomatica più importante del pianeta, pur con tutti i suoi limiti nelle azioni per imporre o mantenere la pace nel mondo.

Nel suo plateale atto d’accusa, a tratti anche sconclusionato e palesemente mendace, Trump ha mescolato senza ritegno la visione politica al risentimento personale.

Trump parla all'On…

Dal pulpito delle Nazioni Unite Donald Trump ha impartito una maledizione “urbi et orbi”, ergendosi a sommo interprete e profeta del negativismo e dell’unilateralismo e proponendo una visione del mondo e del ruolo dell’America che demolisce tutto ciò che è stato costruito dalla fine della Seconda guerra mondiale in poi.

È stato l’intervento di un picconatore, privo di ogni senso del limite, sia temporale (è durato ben 56 minuti) che verbale. I toni sono stati più quelli di un comizio a una “convention” di partito che di un discorso da capo di Stato davanti a quella che, checché ne pensi Trump, resta l’assemblea diplomatica più importante del pianeta, pur con tutti i suoi limiti nelle azioni per imporre o mantenere la pace nel mondo.

Nel suo plateale atto d’accusa, a tratti anche sconclusionato e palesemente mendace, Trump ha mescolato senza ritegno la visione politica al risentimento personale.

Trump parla all'Onu, ma il gobbo elettronico non funziona: "Ora qualcuno è nei guai"

Quando ha criticato il malfunzionamento della scala mobile e la ritardata accensione del teleprompter (quello strumento, che nel linguaggio televisivo viene chiamato “gobbo”, sul quale scorrono i testi dei discorsi) il tycoon ha voluto prendersi una rivincita perché nel 2000 fu bocciato un suo progetto di ristrutturazione del Palazzo di vetro, che a suo dire lo avrebbe reso splendente «di marmo e mogano». Del resto la vendetta è la maggiore forza propulsiva del trumpismo, sia in chiave interna che internazionale: la sta applicando, con feroce determinazione, da quando è tornato alla Casa Bianca contro i suoi critici e i suoi avversari politici.

La stessa postura tenuta sul palco sembrava denunciare un’insofferenza fisica per il Palazzo e i suoi rituali: l’espressione quasi disgustata, che a tratti volgeva in un ghigno di disprezzo, il gomito appoggiato al banco contro ogni «bon ton» comportamentale, tutto in lui trasudava fastidio e disdegno. Perché le Nazioni Unite, e in parallelo l’Unione europea, sono il simbolo di quel multilateralismo che per Trump ha causato «una serie di disastri» e la «più grande crisi dei nostri tempi» prima che lui tornasse alla Casa Bianca e l’America ritrovasse «l’età dell’oro». Nel comizio del presidente americano i messaggi rivolti alla platea domestica si sono ripetutamente mescolati a quelli destinati alla platea internazionale. E al popolo Maga piacciono i muscoli e l’individualismo. Che sul piano esterno equivalgono all’ottica unilaterale e al bipolarismo.

Così l’attacco alla dottrina “green” (il cambiamento climatico definito «la più grande truffa al mondo») come l’accusa all’Onu di incoraggiare «l’invasione» di alcuni Paesi attraverso l’immigrazione illegale e la minaccia agli europei di «andare all’inferno» se non «mettono fine al fallito esperimento dei confini aperti» hanno evidenti riferimenti interni. Perché le politiche “verdi” e l’immigrazione sono gli spettri di quel risentimento che nutre una certa parte dell’America, di cui il vice presidente JD Vance si fece interprete nel discusso discorso di gennaio alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Discorso del quale l’intervento di ieri di Trump all’Assemblea dell’Onu è parso la naturale prosecuzione.

Nella sua lezione planetaria il presidente americano si è anche vantato, e non è la prima volta, di aver «fermato sette guerre» senza mai ricevere una chiamata di ringraziamento da parte delle Nazioni Unite. Anche questa è un’affermazione frutto del suo ego smisurato, mentre la realtà è che finora non ha saputo mettere fine a quella in Ucraina, che in campagna elettorale aveva sostenuto di essere in grado di fermare in due giorni. Per non parlare di quella a Gaza, dove l’unica ricetta che ha saputo proporre è quella di una «riviera dorata» una volta che i palestinesi saranno andati via o sterminati.

Leggi i commenti