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Su Gaza l’Italia più vicina a Washington che a Parigi

Il punto di Folli del 25 settembre
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Prima la frattura con Greta, la storica ambientalista; poi il dissidio insanabile fra gli islamici e gli esponenti della comunità Lgbt presenti a bordo; e ancora le prime denunce di misteriosi attacchi aerei. Dopo tutto questo, ecco che le barche della Sumud Flotilla fanno di nuovo notizia per essere oggetto, così sembra, di bombardamenti non letali a opera dei droni. Tutto al momento è vago, per cui qualsiasi ipotesi è lecita, anche se il responsabile è già individuato senza ombra di dubbio in Israele e come tale annunciato alla stampa internazionale. Può essere un gigantesco equivoco, addirittura un modo da parte degli organizzatori per richiamare l’attenzione mediatica, ovvero al contrario un tentativo d’intimidire i naviganti con il rischio di uccidere o ferire qualcuno. Intanto però la tensione è salita alle stelle e il governo, tramite il ministro della difesa, Crosetto, ha deciso di prendere sul serio la minaccia.

Di qui l’ordine a una fregata della Marina di fare rotta a sud …

Prima la frattura con Greta, la storica ambientalista; poi il dissidio insanabile fra gli islamici e gli esponenti della comunità Lgbt presenti a bordo; e ancora le prime denunce di misteriosi attacchi aerei. Dopo tutto questo, ecco che le barche della Sumud Flotilla fanno di nuovo notizia per essere oggetto, così sembra, di bombardamenti non letali a opera dei droni. Tutto al momento è vago, per cui qualsiasi ipotesi è lecita, anche se il responsabile è già individuato senza ombra di dubbio in Israele e come tale annunciato alla stampa internazionale. Può essere un gigantesco equivoco, addirittura un modo da parte degli organizzatori per richiamare l’attenzione mediatica, ovvero al contrario un tentativo d’intimidire i naviganti con il rischio di uccidere o ferire qualcuno. Intanto però la tensione è salita alle stelle e il governo, tramite il ministro della difesa, Crosetto, ha deciso di prendere sul serio la minaccia.

Di qui l’ordine a una fregata della Marina di fare rotta a sud di Creta e prepararsi, nel caso, a soccorrere i malcapitati. È una mossa per guadagnare tempo e capire cosa sta succedendo, ma il risvolto è soprattutto politico: s’intende far capire al governo di Gerusalemme che ci avviciniamo al limite di una crisi molto grave con l’esecutivo italiano, finora uno dei più cauti di fronte al conflitto in Palestina. È vero che la proposta degli israeliani (scaricare gli aiuti alimentari in un porto vicino alla Striscia e da lì smistarli) è stata subito respinta dai capi della Flotilla, ma il rischio a questo punto è che la situazione sfugga di mano. Sul piano politico è evidente che le barche sono gestite secondo un obiettivo preciso: frantumare qualsiasi residuo canale di comunicazione fra l’Italia, altri paesi del Sud Europa e Israele. E questo espone in particolare il governo di Roma a rischi inediti.

L’Italia è la nazione meridionale più grande, protesa nel mezzo del Mediterraneo. Le sue iniziative hanno un rilievo immediato nel teatro del conflitto. Anche e soprattutto per questo gli scioperi pro Pal e i relativi disordini sono più vigorosi e talvolta più cruenti che altrove in Europa. Ora una pagina è stata voltata: il riconoscimento dello Stato di Palestina — un gesto simbolico ma con enormi riflessi politici — deciso da capitali di primo piano, a cominciare da Londra e Parigi, ha obbligato anche Roma a prendere una decisione. Finora Giorgia Meloni si è mossa in sintonia con Berlino: e tutti capiscono perché i tedeschi siano così prudenti prima di compiere passi definitivi contro lo Stato ebraico. È la stessa prudenza del nostro esecutivo, nonostante la pressione crescente di un’opposizione radicalizzata a sinistra e ora legittimata, diciamo così, dal passo delle grandi capitali.

Roma ha dunque deciso di subordinare il riconoscimento dello Stato palestinese alla condizione che Hamas esca di scena; il che implica come primo passo, è ovvio, la liberazione degli ostaggi superstiti. In apparenza è un’apertura alla linea europea, di fatto è un modo per articolare una posizione vicina agli Stati Uniti. E in questo caso Trump c’entra in quanto presidente in carica, ma qualunque amministrazione americana ha sostenuto in passato e sosterrebbe oggi che non si negozia con un’organizzazione terroristica. Sul piano dei simboli con valore politico, il governo Meloni è quindi uscito dall’immobilismo, ma non si può dire che abbia ricalcato la posizione di Parigi. Anzi. L’Italia mantiene una sua linea autonoma, vicina a Washington e Berlino. Del resto, se guardiamo a Israele, anche le fazioni politiche più ostili da sinistra a Netanyahu rifiutano di negoziare con Hamas la cessione di territori. Avere a fianco uno Stato governato da gruppi di terroristi è un’ipotesi rigettata da tutti. Ora bisogna osservare gli eventi: in primo luogo la Flotilla con le sue ambiguità.

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