Israele ha torto. Quello che sta facendo il governo di Benjamin Netanyahu a Gaza mette Israele dalla parte del torto. Perché siamo ben oltre i dubbi iniziali circa la proporzionalità dell’azione che l’Idf sta conducendo a Gaza, come si vede dal fatto che la sola parola “proporzione”, impiegata nelle prime fasi del conflitto, non è più usata e sarebbe anzi indecente usarla.
Non è l’unica parola che ha perso terreno o ha mutato di senso, in questi mesi di ininterrotta offensiva, di ininterrotti bombardamenti, di ininterrotte uccisioni. Tra le parole terribili che circolano ormai come moneta corrente la parola «genocidio» è la più enorme, ma — quale che sia lo stato giuridico della questione — non c’è più alcun particolare imbarazzo nell’impiegarla, alcun senso di colpa storico a ingombrare l’opinione pubblica occidentale. Non occorre più ritrarsi dinanzi a un termine che fino a ieri era tabù, per Israele e per gli amici di Israel. Ma l’ha usato Anna Foa, l’ha usato David Grossman: la di…
Israele ha torto. Quello che sta facendo il governo di Benjamin Netanyahu a Gaza mette Israele dalla parte del torto. Perché siamo ben oltre i dubbi iniziali circa la proporzionalità dell’azione che l’Idf sta conducendo a Gaza, come si vede dal fatto che la sola parola “proporzione”, impiegata nelle prime fasi del conflitto, non è più usata e sarebbe anzi indecente usarla.
Non è l’unica parola che ha perso terreno o ha mutato di senso, in questi mesi di ininterrotta offensiva, di ininterrotti bombardamenti, di ininterrotte uccisioni. Tra le parole terribili che circolano ormai come moneta corrente la parola «genocidio» è la più enorme, ma — quale che sia lo stato giuridico della questione — non c’è più alcun particolare imbarazzo nell’impiegarla, alcun senso di colpa storico a ingombrare l’opinione pubblica occidentale. Non occorre più ritrarsi dinanzi a un termine che fino a ieri era tabù, per Israele e per gli amici di Israel. Ma l’ha usato Anna Foa, l’ha usato David Grossman: la distruzione di Gaza, l’espulsione dei gazawi, l’eliminazione di ogni possibilità che in quei luoghi possa mai sorgere uno Stato, un’entità politica autonoma a guida palestinese è l’obiettivo unico e solo del governo Netanyahu. Il che implica, sia detto per inciso, che Netanyahu ha da tempo rinunciato a qualunque azione fosse richiesta per salvare gli ostaggi, diversa dalla pura e semplice richiesta ai miliziani di Hamas di arrendersi incondizionatamente.
I giuristi distinguono lo «ius ad bellum» dallo «ius in bello»: qualunque cosa si pensi del primo, cioè delle condizioni alle quali si ha diritto a muovere guerra contro qualcuno, esso non dà affatto un accesso assoluto al secondo, allo «ius in bello», che anzi richiede, quali che siano le motivazioni del conflitto, di minimizzare la violenza, i danni, le perdite di vite umane. Orbene, è possibile, senza vergognarsi, accostare l’espressione «minimizzazione dei danni» a quello che sta succedendo a Gaza? Temo di no. Altro inciso: è possibile che giudice della condotta dello Stato di Israele non sia la comunità internazionale, il consesso delle nazioni, o siano anche soltanto Stati tradizionalmente amici di Israele, ma solo e esclusivamente Benjamin Netanyahu e i suoi ministri di estrema destra? Anche in questo caso: temo di no.
Il filosofo tedesco-israeliano Omri Boehm ha formulato nei termini più netti la misura che un paese belligerante deve tenere in guerra nei confronti, in particolare, dei civili: trattarli come propri cittadini. Si può dire che a Gaza sia osservato questo criterio? Temo proprio di no.
Israele ha torto, e ha già perso la guerra mediatica. Il suo governo non ha più una voce rispettata presso l’opinione pubblica mondiale (va da sé: con l’eccezione di Trump). Controprova: nel giugno scorso — solo tre mesi fa — dopo il bombardamento dei siti nucleari iraniani — il cancelliere Merz ebbe a dire che Israele stava facendo «il lavoro sporco per tutti noi». Quelle parole erano dure e persino ciniche: oggi temo siano semplicemente impronunciabili. Neanche il più freddo cultore della Realpolitik potrebbe permettersi di usarle senza arrossire.
Israele ha perso. Lo si può dire persino con rammarico, perché non è affatto sicuro, purtroppo, che il suo isolamento presso l’opinione pubblica internazionale, la sua drammatica solitudine, l’incomprensione sempre più profonda e sempre più estesa delle sue ragioni avvicini la pace. Quelli che non hanno mai riconosciuto alcuna ragione ad Israele, quelli che negano qualsiasi legittimità allo Stato sorto nel ’48, quelli che vogliono la Palestina dal fiume al mare, e che raccontano gli ultimi ottant’anni come una storia di pura e semplice sopraffazione, senza gravi corresponsabilità arabe o palestinesi, non se ne preoccupano, ovviamente. Tutti gli altri sì. Tutti gli altri vedono con angoscia e preoccupazione il vicolo cieco in cui Israele si è infilato. Netanyahu, i suoi esagitati ministri fondamentalisti, credono forse di poter fare a meno del favore dell’opinione pubblica, anche se la mera ipotesi di una possibile decisione Uefa di esclusione di Israele dalle competizioni calcistiche internazionali non è passata sotto silenzio e ha forse insinuato qualche timore (e però dubito che possa avere davvero effetti sulla condotta del governo). Sbagliano, ancora una volta essi hanno torto. Perché niente sostiene la democrazia più dell’opinione pubblica, e dunque niente può rimanere immutato nell’appoggio a Israele, se quel consenso viene meno.
Chissà se vale a Gerusalemme. Ma vale, intanto, a Parigi e a Londra. E persino a Roma. Persino Meloni ha dovuto parlare a denti stretti di un possibile riconoscimento della Palestina, e Crosetto preoccuparsi della sicurezza della Flotilla. In ogni altro frangente, quelle imbarcazioni probabilmente sarebbero state trattate con la stessa noncuranza riservata alle barche dei migranti: oggi no, non è più possibile.
Israele si è spinta oltre i limiti, ha finalmente detto Meloni all’Onu. Questo però significa che, ormai, non ha nulla da perdere.
Meloni all'Onu: "A Gaza Israele ha superato il limite della proporzionalità"
Rimane da capire, per converso, come le leadership occidentali proveranno di qui innanzi a muoversi, per non perdere il consenso. E non perdersi.