Se alla vigilia di questo sciopero generale la scelta fosse stata davvero tra “weekend lungo e rivoluzione” — come aveva sbraitato provocatoriamente la Sorella d’Italia — allora avrebbe stravinto la rivoluzione. Un milione di persone e forse due, o magari meno e poco importa. Quello che conta è che in questo ennesimo venerdì nero per il diritto internazionale fatto a pezzi da Israele i semi sparsi della democrazia hanno ripreso a germogliare. Le piazze sono piene, le urne si vedrà. Il Paese si ferma, solidale con i poveri palestinesi della Striscia e con i capitani coraggiosi della Flotilla. E non era affatto scontato, dopo le sguaiate farneticazioni di Meloni e le sbracate intimidazioni di Salvini. Le manifestazioni non violente in tante città e i cortei pacifici nei centri storici, le stazioni chiuse senza scontri e le strade bloccate senza disagi, con la gente ferma in macchina che scende non a menare ma a battere le mani: difficile dire adesso se tutto questo lascerà un segno prof…
Se alla vigilia di questo sciopero generale la scelta fosse stata davvero tra “weekend lungo e rivoluzione” — come aveva sbraitato provocatoriamente la Sorella d’Italia — allora avrebbe stravinto la rivoluzione. Un milione di persone e forse due, o magari meno e poco importa. Quello che conta è che in questo ennesimo venerdì nero per il diritto internazionale fatto a pezzi da Israele i semi sparsi della democrazia hanno ripreso a germogliare. Le piazze sono piene, le urne si vedrà. Il Paese si ferma, solidale con i poveri palestinesi della Striscia e con i capitani coraggiosi della Flotilla. E non era affatto scontato, dopo le sguaiate farneticazioni di Meloni e le sbracate intimidazioni di Salvini. Le manifestazioni non violente in tante città e i cortei pacifici nei centri storici, le stazioni chiuse senza scontri e le strade bloccate senza disagi, con la gente ferma in macchina che scende non a menare ma a battere le mani: difficile dire adesso se tutto questo lascerà un segno profondo nel discorso pubblico, come spera Pierluigi Bersani.
Ma qui si vedono davvero le tracce di un risveglio sociale che va nutrito, qui c’è davvero un deposito di civismo che non va disperso. E colpisce, ma non stupisce, che questa spinta arrivi soprattutto dai più giovani. Gli sdraiati di cui lamentiamo il disimpegno e il disincanto, gli internauti di cui contestiamo il cinismo e il bullismo, gli indifferenti di cui denunciamo l’ignoranza e l’inconcludenza. La loro Palestina di oggi pare diventata sul serio il nostro Vietnam di ieri. E fatecelo dire: è una splendida notizia.
I titolisti in orbace alzano i manganelli: bastonano i “figli di papà in crociera” sulle coste mediorientali, i facinorosi delegati di “Landinescu” e i “barbudos e i descamisados dell’Usb”, mentre il Tg ammiraglio di Tele-Meloni spara le immagini di qualche tafferuglio a Milano e a Bologna per sporcare questa bella giornata di mobilitazione collettiva, raccontandola come fosse una brutale rivolta cilena. I benaltristi in pantofole alzano le sopracciglia: parlano di Intifada Tricolore, si chiedono pensosi a chi giova protestare contro il blocco navale di 50 italiani in rotta verso Gaza con il blocco dei treni di 50 milioni di italiani in viaggio per la Penisola, condannano i disordini di Milano rievocando il “diciannovismo in salsa maranza”. I riformisti in ambascia alzano il ditino: guai a seguire il popolo bue che non ragiona, guai a lasciarsi soverchiare dall’indignazione altrui, guai a salire sulle barricate con la Cgil e i Cobas, guai a cedere alle derive protestatarie e minoritarie, guai a strillare “blocchiamo tutto” come i francesi, guai a confondere i fini con i mezzi. Citano i padri nobili della sinistra italiana: Enrico Berlinguer, Pietro Ingrao, Emanuele Macaluso. E hanno così tante ragioni che – come scriveva Bertolt Brecht – viene voglia di sedersi dalla parte del torto perché tutti gli altri posti sono già occupati. Ma troppe cose non dicono e non vedono, i severi censori delle rumorose piazze Pro-Pal.
Siamo il Paese d’Europa che ora grida più forte il suo “basta” alla mattanza di Gaza perché abbiamo anche il governo d’Europa che ha evitato più a lungo di esprimere il benché minimo dissenso nei confronti di Netanyahu e continua a dire no all’interruzione del partenariato militare e commerciale con Israele. C’è un motivo, se i cittadini italiani manifestano più di altri il loro sdegno per le criminali violazioni del diritto internazionale compiuto ai danni della Flotilla: mentre Macron e Sanchez hanno difeso ed esaltato pubblicamente l’impegno etico e umanitario degli attivisti, la nostra presidente del Consiglio li ha irrisi, offesi e liquidati come “sabotatori politici”, non ha mai neanche chiesto a Israele di rinunciare a fermarli con la forza e ora non muove un dito per farli uscire dalla galera di Ketziot dove sono illegalmente detenuti, né pagherà loro il viaggio di rimpatrio perché quel privilegio lo concede evidentemente solo ai trafficanti di schiavi libici. E se ieri le città si sono fermate e si sono riempite di lavoratori e pensionati, di studenti e insegnanti, di genitori e figli, è anche perché Meloni li ha umiliati e Salvini li ha minacciati. C’è da chiedersi perché, con tanta feroce e irresponsabile gioia, continuino a provocare o addirittura a istigare chi si batte per la Palestina o esprime una forma qualunque di dissenso. Non vogliamo sospettare neanche per un attimo che cerchino l’incidente o perseguano una qualche “strategia della tensione”. È più probabile che stavolta i patrioti al comando stiano sbagliando i loro calcoli. Non hanno capito il sentimento profondo che spinge tanta gente ad uscire di casa alle dieci di sera e a sfilare davanti a Palazzo Chigi, dopo aver visto l’aggressione della Marina israeliana a quelle piccole barche cariche solo di cibo e di farmaci. Non hanno compreso che la causa palestinese ormai non ha più colori: che i corpi straziati dei bimbi della Striscia graffiano anche le coscienze degli elettori della destra. La prova è il giovane Leonardo Saggiorato, che si è dimesso da segretario di Gioventù Nazionale e ha lasciato Fratelli d’Italia perché non può più tollerare “il silenzio e l’ipocrisia del partito sul genocidio di Gaza”.
Anche in questo tempo del ferro e del fuoco, le persone si danno da fare quando i governi latitano. È quello che sta accadendo, ed è linfa vitale per la democrazia. Questo andrebbe detto, e questo sforzo valorizzato. Invece di criticarle, queste piazze vanno ringraziate. E non va chiesto a loro quello che loro non possono e non devono dare, cioè la soluzione dei problemi, il sì o il no al presunto “piano di pace” di Trump e di Blair, che somiglia a un terribile ultimatum alla martoriata Palestina, o il nuovo apartheid o lo sterminio definitivo. Tocca ad altri trasformare queste piazze in politica. Spetta ai partiti canalizzare questa energia nuova e farla fruttare, tradurre questa partecipazione spontanea in una visione del mondo e dell’Italia nella quale riconoscersi.
Sarebbe ancora una volta il compito dell’opposizione, che giustamente sfila in corteo con il popolo della pace, ma che non può limitarsi a sventolare la bandiera palestinese da un palco. C’è un enorme lavoro da fare, evitando le trappole a destra e le sbandate a sinistra. E non devono mai più succedere fatti come quello di Reggio Emilia, dove un bravo sindaco viene fischiato da una platea furiosa e rimbrottato da una pessima Francesca Albanese perché cita il rilascio degli ostaggi israeliani tra le condizioni del cessate il fuoco in Palestina. Le vite umane sono tutte uguali, e valgono tutte allo stesso modo. Chi non lo capisce, a tre giorni dall’anniversario del pogrom del 7 ottobre, fa solo un favore ai tagliagole di Hamas.