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La pace e l’imperialismo americano

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Donald Trump non è il mediatore mediorientale. Piuttosto, ha commissariato il conflitto
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Dal punto più acuto della crisi mondiale arriva una speranza di pace. «Domenica può essere un giorno speciale», annuncia Donald Trump, dopo aver lanciato il suo ultimatum ad Hamas, che entro le 18 di questa sera (5 ottobre) deve decidere se accettare il piano americano di pacificazione o prepararsi all’«inferno» pronto a scatenarsi sulla Striscia, per «finire il lavoro».

Siamo dunque davanti al paradosso di Gaza: il distruttore dell’ordine mondiale può essere nello stesso tempo il nuovo stabilizzatore del Medio Oriente, dopo due interi anni di battaglia scatenati dal pogrom sanguinoso di Hamas del 7 ottobre 2023 e culminati nella fame usata da Israele come arma di guerra, e infine in un’azione militare di sradicamento di un popolo dalla sua terra.

La svolta che il presidente degli Stati Uniti profila sarebbe decisiva, anche se il cessate il fuoco producesse soltanto una tregua negoziale e non una pace duratura. L’uomo che ha terremotato le regole della convivenza, le alleanze, il patt…

Dal punto più acuto della crisi mondiale arriva una speranza di pace. «Domenica può essere un giorno speciale», annuncia Donald Trump, dopo aver lanciato il suo ultimatum ad Hamas, che entro le 18 di questa sera (5 ottobre) deve decidere se accettare il piano americano di pacificazione o prepararsi all’«inferno» pronto a scatenarsi sulla Striscia, per «finire il lavoro».

Siamo dunque davanti al paradosso di Gaza: il distruttore dell’ordine mondiale può essere nello stesso tempo il nuovo stabilizzatore del Medio Oriente, dopo due interi anni di battaglia scatenati dal pogrom sanguinoso di Hamas del 7 ottobre 2023 e culminati nella fame usata da Israele come arma di guerra, e infine in un’azione militare di sradicamento di un popolo dalla sua terra.

La svolta che il presidente degli Stati Uniti profila sarebbe decisiva, anche se il cessate il fuoco producesse soltanto una tregua negoziale e non una pace duratura. L’uomo che ha terremotato le regole della convivenza, le alleanze, il patto occidentale e la sua tavola di valori, diventa protagonista di un progetto di ricostruzione diplomatica, politica e storica dove c’era ormai soltanto odio, terrorismo, terra bruciata e spossessata.

Tutto questo conferma la fragilità estrema del sistema mondiale ormai ridotto all’osso, e pressoché rassegnato a essere sostituito da una logica imperiale. Perché è con quella logica che Trump, dopo mesi di blitz spettacolari e inconcludenti in politica estera, è giunto a un passo dalla conquista della pace.

Non c’è ancora un sì ai 20 punti della Casa Bianca da parte di Hamas che vuole ridiscutere alcuni passaggi, e anche il diavolo mediorientale sta nei dettagli: ma Trump si è affrettato a incassare la decisione fondamentale di consegnare — «vivi e morti» — tutti gli ostaggi israeliani rapiti dai terroristi nel pogrom del 7 ottobre, in cambio del rilascio di 1.700 gazawi detenuti e di 250 ergastolani, e ha chiesto a Netanyahu di fermare subito i bombardamenti sulla Striscia.

Se lo scambio simultaneo si realizza nelle 72 ore successive all’intesa la guerra si ferma. A quel punto scattano le altre clausole del piano per passare dal cessate il fuoco alla pace: il disarmo e la resa di Hamas, con l’amnistia per i membri del gruppo terrorista che accettano di vivere in una «coesistenza pacifica», e un canale di sicurezza garantito per quanti scelgono di lasciare Gaza e hanno un Paese pronto ad accoglierli; il ritiro graduale e progressivo delle truppe israeliane, con tempi e scadenze indefiniti ma con l’impegno sottoscritto a non «occupare né annettere Gaza»; la tutela internazionale temporanea su Gaza con forze miste, una presenza di Paesi arabi e musulmani e un’amministrazione transitoria guidata da Tony Blair con la supervisione di Trump; il piano di ricostruzione massiccia sostenuto da fondi internazionali, che annulla il progetto provocatorio della Riviera vacanziera da edificare sui luoghi della tragedia, ma nello stesso tempo mette nelle mani dell’amministrazione Trump il processo di rinascita della Striscia.

È assente ogni metafisica della pace, come se l’intesa dovesse e potesse nascere oggi soltanto fuori dalla tavola dei valori di coesistenza pacifica che hanno contrassegnato i decenni di azione dell’Onu. Infatti le organizzazioni sovranazionali, con il loro codice di regolamentazione dei conflitti, il loro expertise negoziale e la loro cultura della pace sono fuori dalla partita, come anche lo spirito occidentale che basa la convivenza sui concetti di libertà, diritto e diritti.

L’ipotesi di accordo segue piuttosto l’ideologia coloniale e la pedagogia del deal, con una contabilità evidente e costante delle diverse poste in gioco impegnate negli scambi, e al centro la terra e la vita in cambio della tregua, e della ricostruzione: il tutto in un lessico aziendale, commerciale, imprenditoriale. Potremmo dire che più della tradizione americana di politica estera è l’istinto postmoderno di Trump che fa irruzione in Medio Oriente, con la sua logica di potenza e la sua fretta di tradurre il disegno appena tracciato in realtà accettata.

Intravisto lo spiraglio, la pressione sui contendenti è pesante, e crescente: prima su Netanyahu, costretto a interrompere nei fatti la spietata e falsa equazione tra palestinesi e terroristi, e quindi su Hamas su cui si è infine concentrato tutto il peso di un rifiuto dell’ipotesi di pace o almeno di tregua per un popolo stremato dalla fame, dalla morte, dalla distruzione come spinta all’esodo.

In questo senso Trump non è il mediatore mediorientale: piuttosto, ha commissariato il conflitto, rinunciando a scrivere una road map concordata e a riprodurre Oslo, per proporre invece il modello inedito — e già imperiale — di una “pacificazione coercitiva”, che nel caos sovrano del mondo odierno con le istituzioni in deficit di rappresentanza e in debito di autorità, e il sistema di governance mondiale in tilt, semplicemente non ha alternative. Viviamo ormai fuori dalle grandi strategie, dalle nobili tradizioni, dalla garanzia delle culture di libertà, e viviamo necessariamente di momenti, senza sequenze prevedibili e successioni logiche.

Bruciato da Putin appena ripartito dall’Alaska, quando ha sepolto nell’armadio insieme con la guida rossa d’onore che lo ha accolto anche le promesse fatte nel vertice, Trump ha colto il suo “momento” in Medio Oriente. Capiremo subito se riuscirà a capitalizzarlo.

Fuori dall’istantanea del Momento Trump, appena si proietta il quadro della possibile intesa nel medio periodo emergono inevitabilmente le fragilità di un’operazione costruita più come un evento che come un processo: l’asimmetria tra i contraenti, con i gazawi che forse vedranno un ruolo dell’autorità palestinese nel futuro dell’amministrazione del loro territorio, ma oggi sono risucchiati nella rappresentanza terroristica di Hamas, che va spezzata. Con i tempi e i modi del ritiro israeliano che restano vaghi e soprattutto a discrezione di una sola parte. E con il fantasma dello Stato palestinese che spunta da un accenno laterale del piano, avvolto nella polvere del deserto.

Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti, oggi, che senza uno Stato per quel popolo non si costruirà una vera pace e intanto non si taglieranno le radici del terrorismo. Le ragioni dell’esistenza e della sicurezza di Israele stanno insieme con le ragioni di autonomia e libertà dei palestinesi.

Proprio per questo è vergognoso leggere nel corteo romano per Gaza imponente, pacifico e democratico, la scritta “7 ottobre giornata della resistenza palestinese”. Si può uscire dal momento tragico del Medio Oriente soltanto se ci rendiamo consapevoli che libertà e sicurezza si realizzano se valgono per tutti, mentre il terrorismo è sempre soltanto violenza e distruzione: anche per noi, che viviamo nella pigrizia della democrazia.

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