Minacce russe, difesa europea
di Marco Mondini«Morire per Danzica? Mai». Lo scriveva Marcel Déat sul giornale L’Oeuvre nel maggio 1939. Chissà se questo vecchio socialista, che aveva abbandonato il partito, si era consacrato al pacifismo senza se e senza ma e che sarebbe morto in esilio dopo aver collaborato con i nazisti e Vichy, pensava che nel futuro sarebbe stato ricordato solo per questo articolo.
Un appello al rifiuto delle armi senza condizioni. Ma, soprattutto, il manifesto di un egoismo tanto illimitato quanto ottuso. Perché di fronte ad Adolf Hitler che minacciava la Polonia di morte e distruzione se non avesse accettato di restituire alla Germania Danzica con il suo territorio (il famigerato corridoio), Déat proponeva di chinare, ancora una volta, la testa.
Era stato il trattato di Versailles del 1919 a trasformare Danzica in città libera, sotto la protezione della Società delle Nazioni, e a concedere il corridoio al neonato Stato polacco, perché potesse avere un accesso al mare. Ma valeva la pena rischiare una gu…
«Morire per Danzica? Mai». Lo scriveva Marcel Déat sul giornale L’Oeuvre nel maggio 1939. Chissà se questo vecchio socialista, che aveva abbandonato il partito, si era consacrato al pacifismo senza se e senza ma e che sarebbe morto in esilio dopo aver collaborato con i nazisti e Vichy, pensava che nel futuro sarebbe stato ricordato solo per questo articolo.
Un appello al rifiuto delle armi senza condizioni. Ma, soprattutto, il manifesto di un egoismo tanto illimitato quanto ottuso. Perché di fronte ad Adolf Hitler che minacciava la Polonia di morte e distruzione se non avesse accettato di restituire alla Germania Danzica con il suo territorio (il famigerato corridoio), Déat proponeva di chinare, ancora una volta, la testa.
Era stato il trattato di Versailles del 1919 a trasformare Danzica in città libera, sotto la protezione della Società delle Nazioni, e a concedere il corridoio al neonato Stato polacco, perché potesse avere un accesso al mare. Ma valeva la pena rischiare una guerra per difendere il diritto internazionale? No. Combattere, sosteneva, non era nell’interesse nazionale. I francesi dovevano preoccuparsi dei propri confini, dei propri affari, non provocare un dittatore bene armato per il destino di un Paese lontano.
Sono passati quasi novant’anni, ma certe parole d’ordine sembrano di nuovo popolari. «Non una goccia di sangue verrà versata per l’Ucraina» ha detto il generale (in congedo), e vice segretario della Lega, Vannacci parlando di fronte al Parlamento europeo. «Mai soldati italiani a morire in Ucraina» gli ha fatto l’eco il segretario del suo partito.
È curioso il ritorno di questo pacifismo nazionalista a senso unico, nel momento in cui le riluttanti liberal democrazie europee sono poste un’altra volta di fronte alla minaccia di una guerra contro una dittatura. Una guerra che non è più «davanti a noi», come prometteva un anno fa il premier polacco Tusk, solo perché oggi siamo già «sotto attacco», per usare le parole con cui Mette Frederiksen ha sintetizzato il vertice di Copenaghen del 1° ottobre.
Può sembrare ironico che sia spettato proprio a una leader socialdemocratica della non esattamente bellicosa Danimarca riferire al pubblico la linea dura scelta da quello che è stato, sotto molti aspetti, un informale consiglio supremo di difesa dell’Ue.
Certo, poche questioni sono state risolte e molte sono le divisioni che rimangono. I francesi si sono dichiarati scettici sui piani di riarmo e gestione comune della difesa, secondo una tradizione che dura dal 1954, quando fu il parlamento di Parigi a bocciare la Ced e affossare il progetto di Forze armate europee. E i tedeschi hanno espresso perplessità sul «muro antidroni» evocato da Ursula von der Leyen.
Ma ci sono pochi dubbi che le crescenti provocazioni russe, le incursioni di droni in Polonia, Danimarca, Olanda e Germania, l’incapacità di proteggere lo spazio aereo e gli aeroporti del continente, abbiano seminato una realistica paura. E spinto i litigiosi rappresentanti dei Paesi membri a mettere da parte le consuete riserve con cui, in nome della sovranità, era sempre stata accolta ogni ipotesi di una vera strategia di sicurezza collettiva.
«Abbiamo sottovalutato la minaccia russa» e «l’Ucraina è la nostra prima linea», per usare ancora le parole di Frederiksen. Sono più che dichiarazioni programmatiche. Piuttosto ammissioni di colpa di una classe dirigente che in larga parte è stata cieca rispetto al pericolo del neoimperialismo targato Vladimir Putin. E che finalmente pare accorgersi di come in guerra l’Europa ci sia già. Non (ancora) sui campi di battaglia con cannoni e carri armati, magari. Ma certamente sul fronte di una «guerra tiepida», come ha ricordato il costituzionalista Alessandro Sterpa (La difesa della democrazia), in cui lo stato di diritto liberale viene aggredito e disgregato a furia di minacce, disinformazione, bugie, terrore.
È lo stesso fronte su cui lottano anche gli eredi di Déat, invocando il sacro egoismo nazionale, e mettendo in dubbio il dovere delle democrazie liberali di battersi. Non solo per la propria sopravvivenza, ma anche in difesa del diritto. Almeno, prima che sia troppo tardi.