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Lo scenario calabrese e l’ipotesi renziana

Firenze, 5 ottobre: l'intervento di Matteo Renzi alla Leopolda (ansa)

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Non sembra che questa tornata regionale sia decisiva per ridefinire gli equilibri nazionali. L’unica novità è l’iniziativa alla Leopolda
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Era fin troppo facile prevedere che in Calabria le cose sarebbero andate male per il centrosinistra e bene per il centrodestra. Tutti i tasselli del mosaico erano predisposti per tale esito. Una regione governata dalla destra con un presidente solido nonostante le dimissioni dopo un incidente giudiziario, o forse proprio per questo; un concorrente poco competitivo con un curriculum impreziosito dall’esser stato l’architetto del reddito di cittadinanza; un’alchimia locale che tiene assai poco conto delle vicende nazionali (e immaginarsi di quelle internazionali).

Se le Marche sulla carta erano contendibili e nella sconfitta della sinistra molto hanno pesato gli errori del candidato Ricci, in Calabria pochi avrebbero scommesso su un esito diverso del voto.

Quindi è superflua l’ennesima diatriba sul “campo largo”: sì, no, forse. Idem per quanto riguarda le solite lamentazioni sull’astensione. Non va a votare quasi nessuno, ma era lo stesso la volta precedente e quella precedente ancora. …

Era fin troppo facile prevedere che in Calabria le cose sarebbero andate male per il centrosinistra e bene per il centrodestra. Tutti i tasselli del mosaico erano predisposti per tale esito. Una regione governata dalla destra con un presidente solido nonostante le dimissioni dopo un incidente giudiziario, o forse proprio per questo; un concorrente poco competitivo con un curriculum impreziosito dall’esser stato l’architetto del reddito di cittadinanza; un’alchimia locale che tiene assai poco conto delle vicende nazionali (e immaginarsi di quelle internazionali).

Se le Marche sulla carta erano contendibili e nella sconfitta della sinistra molto hanno pesato gli errori del candidato Ricci, in Calabria pochi avrebbero scommesso su un esito diverso del voto.

Quindi è superflua l’ennesima diatriba sul “campo largo”: sì, no, forse. Idem per quanto riguarda le solite lamentazioni sull’astensione. Non va a votare quasi nessuno, ma era lo stesso la volta precedente e quella precedente ancora. Se si vota sempre meno nel settentrione, rispetto alle percentuali di un tempo, figuriamoci in una Calabria già da anni ben poco affezionata alle urne.

In sostanza, quali che siano le posizioni dei vari soggetti romani, da Elly Schlein a Conte, non ha molto senso aprire adesso un processo ai responsabili. Per la buona ragione che in Calabria le due giornate hanno seguito la corrente ed è successo ciò che era previsto. Ci sono situazioni in cui le colpe non sono attribuibili a qualcuno. Almeno se si guarda al breve termine: se invece si vuole affrontare un’analisi profonda, allargata alle classi dirigenti meridionali e alle loro vicissitudini, allora occorre un tempo lungo e uno spazio che non è quello di una pagina di giornale. Di conseguenza, meglio guardare avanti.

Idem quando si vuole proporre l’ennesima riflessione sui limiti del “campo largo”, un tema ormai indigesto anche al cittadino più appassionato di politica. Aspettiamo almeno di vedere come voteranno gli elettori toscani e quelli campani: due regioni in cui il centrosinistra non può perdere, ma dove non si possono escludere sorprese — soprattutto a Napoli — relative alle percentuali dei candidati o altri intoppi. Davvero vogliamo credere che l’ex De Luca intenda aiutare Fico a ottenere un risultato scintillante? Forse è più probabile che gli faccia capire chi comanda ancora nella regione. Vittoria sì, ma condizionata.

In definitiva, non sembra che questa tornata regionale — di qui alle prossime settimane — sia decisiva per ridefinire gli equilibri nazionali. Non servono a indicare un cambio di tendenza nell’elettorato, l’annuncio di una nuova stagione a sinistra o un rimescolamento di carte a destra.

L’unica novità, se vogliamo definirla tale, è l’iniziativa di Renzi alla Leopolda. Il gusto scenografico è quello tradizionale, la sostanza politica è ancora povera. Certo, l’ex segretario del Pd ed ex premier sa come si parla da oppositore ed è sempre abile nel richiamare l’attenzione del pubblico.

Ma la «casa riformista» per ora è qualcosa di già visto e già fallito mille volte. Occorre molto di più per restituire smalto a un’iniziativa che si propone, niente meno, di raggiungere il 10 per cento alle elezioni del 2027. Può darsi però che i riformisti sparsi e demoralizzati la vivano come un ricostituente.

Semmai la mossa renziana che in termini politici può fare strada è quella di mettere i bastoni tra le ruote a Giorgia Meloni annunciando adesso, a poco meno di quattro anni dalla scadenza del Quirinale, che occorre fare muro contro l’eventualità di una candidatura della leader della destra.

Tutto prematuro, ma non assurdo. Anzi. Solo che in quel caso i problemi della premier verranno dalla sua coalizione. In quella sede potranno essere risolti oppure no. Peraltro, se la destra non avrà abbastanza voti per eleggere Meloni, non li otterrà di sicuro a sinistra su quel nome.

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