Dal 7 ottobre al piano Trump
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Consapevole, peraltro — continuando a interpretare il senso dell’intervento del Quirinale — , che lo sc…
Come nel 2024, anche quest’anno il 7 ottobre è stato ricordato dal presidente della Repubblica con le parole più giuste nella loro severità senza appello. Il pogrom contro “inermi cittadini israeliani rimarrà nelle coscienze come una pagina turpe della storia”. La reazione “crudele e inaccettabile delle armi di Israele (…) non attenua orrore e condanna per la raccapricciante ed efferata violenza consumata quel giorno”. Dietro queste frasi si staglia la vera causa scatenante di quell’assalto, l’antisemitismo: secondo una denuncia ancora una volta condivisa da Leone XIV. Sergio Mattarella è sempre stato granitico nel condannare l’infamia del 7 ottobre e anche ieri ha respinto il facile gioco che tende a mettere sullo stesso piano Hamas e Israele, gli autori della carneficina e chi ha reagito in modo feroce, ma con l’obiettivo di scardinare e distruggere l’organizzazione terroristica.
Consapevole, peraltro — continuando a interpretare il senso dell’intervento del Quirinale — , che lo scontro sempre più aspro e radicalizzato procura lutti infiniti ai palestinesi, ma può altresì erodere le basi della società israeliana. Una società che rimane aperta e democratica, nonostante quello che insinuano i suoi nemici che la vorrebbero appaiata alle autocrazie arabe e la presentano come un paese semi-dittatoriale retto sull’apartheid. La dichiarazione di Mattarella va nel senso opposto, consapevole di cosa ha rappresentato la storia e la tragedia dell’ebraismo nel corso dei secoli e infine nel Novecento, secondo un paradigma che rischia tragicamente di ripetersi oggi. Fino a pochi decenni fa il sentimento di solidarietà verso Israele era abbastanza diffuso in Europa e in particolare in Italia. I pericoli non sono mai mancati (vedi l’attentato alla Sinagoga di Roma nel 1982), ma erano circoscritti rispetto a quello che accade adesso.
Un passo dopo l’altro, la cultura politica si è ritratta, compresa quella liberal-democratica; si è persa di vista l’essenziale rilevanza di Israele per definire l’identità dell’occidente e stabilire gli spazi della ragione contro la furia del fanatismo. Nel 1967, mentre lo Stato ebraico subiva l’attacco concentrico dei vicini arabi desiderosi di annientarlo, un esponente laico, protagonista di quella fase del centrosinistra che si proponeva ancora di cambiare l’Italia con le riforme, disse: “La libertà dell’occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”. Retorica? Non proprio. Semmai l’appello a una tradizione culturale allora viva e vitale, alla quale nessuno rinunciava a cuor leggero. Oggi è tutto molto più difficile, anche per i gravi e quasi irreparabili errori commessi da Israele in questi ultimi anni. Mattarella si riallaccia invece a una tradizione in cui seppero ritrovarsi a lungo, dal dopoguerra in poi, cattolici e laici: compresi in una certa misura i socialisti e alcuni settori del partito comunista.
Ora la trattativa di pace indicata “nel piano Trump” rappresenta la migliore, anche perché unica, occasione di confronto tra Israele, paesi arabi e palestinesi che si sia riusciti ad avviare. Ma il tempo stringe e gli ostacoli sono enormi. Sotto questo aspetto, non si può dire che le forze politiche siano tutte concordi nel sostenere lo sforzo in atto. Esistono fratture e gravi incomprensioni di cui fanno testo le risse mediatiche e le iniziative abbastanza inopportune di alcuni enti locali. Come i premi e le celebrazioni in cui è coinvolta una celebre funzionaria dell’Onu che non nasconde i propri sentimenti pro palestinesi e nemmeno si sforza di prendere le distanze dalle fasce più estremiste. C’è da augurarsi che la trattativa arrivi al più presto a uno sbocco positivo. Altrimenti nella stagnazione riprenderanno slancio i nemici del possibile accordo. Nemici di cui c’è una vasta rappresentanza anche in Italia.