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Salis, il diritto per un voto

Ilaria Salis 

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Il Parlamento europeo ha confermato l’immunità, ma si è rischiato
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Il Parlamento europeo ha confermato la tutela dell’immunità per Ilaria Salis. Per un voto, un solo voto. Dunque una buona notizia che ne contiene un’altra vagamente minacciosa: il sistema delle garanzie e le regole fondamentali dello Stato di diritto rivelano, nella maggior parte del territorio europeo, una salute cagionevole, se non addirittura una crisi acuta. Si può arrivare a dire, con ciò, che i diritti essenziali della persona siano appesi a un filo? Ovvero al filo di un voto solo, precariamente acquisito e, di conseguenza, sempre suscettibile di mancare, magari quando sono in gioco libertà individuali irrinunciabili. Quanto sta accadendo in più di un paese europeo — a proposito del trattamento di profughi, minoranze, dissidenti, rom e detenuti — anche all’interno di regimi democratici, e tanto più in quelli che conoscono tendenze autocratiche, sembra confermare questa diffusa preoccupazione.

Ilaria Salis, c…

Il Parlamento europeo ha confermato la tutela dell’immunità per Ilaria Salis. Per un voto, un solo voto. Dunque una buona notizia che ne contiene un’altra vagamente minacciosa: il sistema delle garanzie e le regole fondamentali dello Stato di diritto rivelano, nella maggior parte del territorio europeo, una salute cagionevole, se non addirittura una crisi acuta. Si può arrivare a dire, con ciò, che i diritti essenziali della persona siano appesi a un filo? Ovvero al filo di un voto solo, precariamente acquisito e, di conseguenza, sempre suscettibile di mancare, magari quando sono in gioco libertà individuali irrinunciabili. Quanto sta accadendo in più di un paese europeo — a proposito del trattamento di profughi, minoranze, dissidenti, rom e detenuti — anche all’interno di regimi democratici, e tanto più in quelli che conoscono tendenze autocratiche, sembra confermare questa diffusa preoccupazione.

Ilaria Salis, confermata immunità: il momento del voto, gli abbracci e i fiori

Da questo punto di vista il risultato provvidenzialmente positivo del voto dell’Europarlamento suscita sollievo e, allo stesso tempo, inquietudine per la ridottissima maggioranza che l’ha espresso. Infatti coloro che hanno votato per la revoca dell’immunità a Ilaria Salis hanno mostrato di voler ignorare il dato politico-giuridico più significativo. Il fatto, cioè, che da tempo Parlamento e Commissione hanno aperto una procedura di infrazione e hanno indirizzato critiche pesantissime nei confronti del governo ungherese: proprio in ragione di quelle stesse violazioni e di quelle stesse illegalità che costituiscono il contenzioso intorno al cosiddetto caso Salis. A ciò si deve aggiungere che le condizioni della detenzione in quel paese sono state ripetutamente denunciate perché “inumane e degradanti” dalla Corte europea dei diritti umani e dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. È questo che rappresentava il cuore del dilemma affrontato ieri dagli europarlamentari: vogliamo che una rappresentante eletta con voto popolare sia giudicata da un sistema processuale che viola i valori posti alla base del nostro stesso ordinamento? Come ha sottolineato la vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, “l’Ungheria resta formalmente nell’Unione, ma calpesta l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la tutela dei diritti fondamentali”. Ecco, era questa la vera posta in gioco del voto su Ilaria Salis. Lo hanno capito bene le forze di destra che ne hanno fatto una battaglia tutta, e brutalmente, politica. La destra mediatica italiana, che ha fatto del dileggio la sua principale risorsa intellettuale e dialettica, ha allestito una campagna di character assassination (distruzione morale dell’avversario) tesa a un solo scopo: cancellare l’immagine di quella donna minuta, asservita a un guinzaglio osceno e prigioniera di ceppi e catene, per imporre in sua vece quella del nemico assoluto. Ma la biografia e l’identità di Salis non si prestano a questo sfregio. D’altra parte, la storia del movimento operario, da oltre un secolo, ha conosciuto e ha avversato quella componente detta “massimalista” alla quale Salis e i suoi sodali potrebbero appartenere. Essa rappresenta una variabile minoritaria ed estremista che, con le componenti di maggioranza del movimento operaio, ha sempre intrattenuto rapporti difficili fino agli scontri più aspri e fino a separarsene nelle fasi di crisi sociale più drammatica. Ma anche questa tradizione e questo album di famiglia sono palesemente eccessivi per definire il ruolo di Salis. Certo, ciò che più scandalizza, ovvero la sua “politica dell’abitare” è, alla lettera, un programma massimalista, ma nulla, proprio nulla, ha a che vedere con l’attività terroristica. E i reati per i quali è stata condannata in via definitiva in Italia possono essere considerati, certo, molto gravi — “occupazione di edifici” e “accensioni ed esplosioni pericolose”, come fumogeni — ma rientrano tra gli eccessi di una militanza politica intensamente vissuta e praticata. E si tratta di atti e comportamenti agevolmente rintracciabili nel curriculum di numerosi esponenti politici di destra (in particolare di Fratelli d’Italia e della Lega). Infine va ricordato che quelli che i giornali filogovernativi definiscono pudicamente “simpatizzanti di destra”, che Salis avrebbe aggredito, erano in realtà militanti neonazisti intenti a celebrare l’eroismo della Wehrmacht e delle truppe ungheresi nel corso della seconda guerra mondiale. Non si intende minimizzare in alcun modo le responsabilità penali pregresse di Ilaria Salis, ma di esse l’europarlamentare di Avs ha già risposto in sede di Tribunale. E infatti non ha più alcuna pendenza con la giustizia italiana. Al punto che quanto detto ripetutamente dalla stessa Salis, chiedendo di essere giudicata per “i fatti di Budapest” da un tribunale italiano, ci sembra tagliare la testa al toro. Una cittadina e una parlamentare europea devono essere giudicate nello spazio giuridico dell’Unione esclusivamente secondo le norme e le regole sulle quali quella stessa Unione si regge. Ilaria Salis forse non sarà la soave “maestrina dalla penna rossa”, ma non sembra proprio — considerate le sue parole e le sue opere — una cattiva maestra dell’odio contemporaneo.

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