Una volta la filosofa liberal Martha Nussbaum si è chiesta: ma che si fa con quelli che, nei giorni più freddi d’inverno, se ne vanno in giro tutti imbacuccati, col cappello calato sul volto e la sciarpa sopra il mento? Vietare sciarpe, foulard e passamontagna non sembra la risposta migliore. Ma le distinzioni concettuali che sarebbero richieste per discutere il caso non sono in cima alle preoccupazioni degli onorevoli deputati di Fratelli d’Italia, che l’hanno fatta facile, e alla Camera hanno depositato — primo firmatario il capogruppo Galeazzo Bignami — una proposta di legge che vieta l’uso nei luoghi pubblici di indumenti, come il velo, che coprano integralmente o quasi il volto delle persone. La proposta non ha di mira i freddolosi, in verità; si propone invece di contrastare il «separatismo islamico» con una serie di misure che vanno dal divieto di indossare il velo, appunto, al reato di matrimonio forzato per motivi religiosi, all’obbligo per moschee e centri culturali islamici…
Una volta la filosofa liberal Martha Nussbaum si è chiesta: ma che si fa con quelli che, nei giorni più freddi d’inverno, se ne vanno in giro tutti imbacuccati, col cappello calato sul volto e la sciarpa sopra il mento? Vietare sciarpe, foulard e passamontagna non sembra la risposta migliore. Ma le distinzioni concettuali che sarebbero richieste per discutere il caso non sono in cima alle preoccupazioni degli onorevoli deputati di Fratelli d’Italia, che l’hanno fatta facile, e alla Camera hanno depositato — primo firmatario il capogruppo Galeazzo Bignami — una proposta di legge che vieta l’uso nei luoghi pubblici di indumenti, come il velo, che coprano integralmente o quasi il volto delle persone. La proposta non ha di mira i freddolosi, in verità; si propone invece di contrastare il «separatismo islamico» con una serie di misure che vanno dal divieto di indossare il velo, appunto, al reato di matrimonio forzato per motivi religiosi, all’obbligo per moschee e centri culturali islamici di dichiarare i finanziamenti ricevuti.
La cosa che è difficile non notare è la disinvoltura con cui la destra al governo — vuoi nella versione vannacciana, vuoi in quella meloniana — passa dagli inni alla libertà all’introduzione di sempre nuovi divieti. Non sono mica i primi, questi che si annunciano oggi: dal reato di «invasione di terreni o edifici» per fermare i rave party, con cui il governo fece il suo esordio, al divieto di blocco stradale, per scoraggiare sit in e manifestazioni di protesta; dal divieto di vendere ricariche telefoniche ai migranti senza permesso regolare di soggiorno alla maternità surrogata come reato universale (da perseguire, cioè, anche se commesso all’estero), con un’aggravante aggiunta qui e un aumento di pena infilato là, questa legislatura è stata, finora, il trionfo del populismo penale, cioè della comoda scorciatoia con cui il governo finge — finge soltanto — di dare risposte alle più diverse problematiche per il solo tramite della legge penale, senza alcuna preoccupazione quanto all’efficacia delle norme introdotte, o quanto al rispetto di diritti e libertà delle persone.
Contemporaneamente, lo stesso governo che non teme di imprimere una curvatura illiberale alla legislazione penale, crede di potersi intestare battaglie di libertà nella protezione della possibilità di esprimere il proprio pensiero, per cui quasi nelle stesse ore in cui alla Camera Bignami e i suoi deputati se la prendevano col burqa, al Senato il capogruppo Lucio Malan presentava una proposta di legge che punta a cancellare il divieto, attualmente in vigore, di affiggere in strada o su mezzi pubblici messaggi pubblicitari sessisti o omofobi. Insomma: alla Camera si introducono nuovi divieti, mentre al Senato li si abroga. Al velo religioso si dice di no, ma alla cartellonistica sessista si dice di sì. Ad alta voce si possono declamare i propri pregiudizi omofobi, non però il proprio credo religioso.
È così che funziona: non viene dall’America di Trump un esempio macroscopico? Da un lato, l’insofferenza verso la cultura woke, che viene additata come un insopportabile forma di censura; dall’altro, i continui attacchi alla libertà di stampa, ai giornalisti scomodi, alle stesse istituzioni accademiche. Da una parte, si modificano le policies sulle piattaforme, togliendo le noiose limitazioni ai discorsi d’odio; dall’altra, si firmano ordini esecutivi contro storiche emittenti pubbliche, come «Voice of America». L’impasto fra forme di libertarismo molto lontane dagli equilibri delle democrazie costituzionali e il fervore nazionalista Maga è bello che servito.
Se questo è l’esempio, è facile vedere gli innumerevoli tentativi di imitazione in corso da noi. Anche nel discorso pubblico nostrano c’è un nemico: lo straniero, l’immigrato, il musulmano. Per questo, va bene la libertà, ma solo dopo che si siano definiti i contorni di una società omogenea, che condivida le stesse credenze, gli stessi valori, la stessa identità culturale e etnica (anche se è del tutto fantasiosa l’idea che l’Italia del 2025 sia una società di questo tipo: solo con i mezzi della propaganda se ne può ignorare il carattere pluralistico).
A guardarla in campo lungo, la posta in gioco, in realtà, è vecchia come la storia post-unitaria: si tratta della costruzione di un’ideologia italiana, su cui con diversa fortuna (e diverso senso del ridicolo) si cimenta il ministro dell’Istruzione Valditara, quando prova a riscrivere i programmi scolastici, l’ex ministro della Cultura Sangiuliano, quando fa di Dante il padre della destra, o infine Vannacci, quando osserva perplesso i tratti somatici di Paola Egonu. Per tutti costoro, il velo, prima ancora di rappresentare un problema di riconoscibilità delle persone (al tempo della diffusione universale dei dati biometrici, sicuri che non ci sia una soluzione pratica a portata di mano?) è un problema di italianità, che mal sopporterebbe la separatezza del velo, dietro cui si nasconderebbero «enclavi avulse dal contesto ordinamentale e sociale italiano». in primo piano, però, e senza farla troppo impegnativa, quel che si vede è una destra «chiagni e fotti», che chiede per sé (e per gli italiani) la libertà che nega agli altri, a quelli che non sono come noi, e che soprattutto sa come fare la vittima, mentre fa esercizio di protervia e di prepotenza.